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PARROCCHIA DI MUSILE

PARROCCHIA DI MUSILE DI PIAVE (836 – 1924)

Mons. Prof. Sac. Costante Chimenton -Treviso 1924

La Chiesa di  S. Donato in Musile Sul Piave

E Ruinis Pulchriores:

La Chiesa di  S. Donato

in Musile Sul Piave

 

 

 

A Don Giovanni Tisatto

Parroco di Musile

 

 

Sommario: - 1. L'antica Villa di Musile. - 2. La Chiesa e il campanile di S. Donato di Musile prima del­la guerra: sua descrizione e bellezza artistica. - 3. Ope­re di finimento e corredo liturgico. - 4. La partenza del parroco: la cura spirituale affidata al Vicario Don Pasin. - 5. Il martirio di Musile. - 6. Lo sgombero definitivo del paese: profughi a Sant' Elena sul Sile. - 7. Le peregrinazioni dei profughi e la loro definitiva sistemazione. - 8. L' Opera di assistenza. - 9. Le azioni belliche in Musile e Caposile. - 10. La distruzione di Musile. - 11. Il ritorno del parroco e dei profughi.  12. La Chiesa-baracca e il ripristino del culto in Musile e Caposile - 13. La perizia dei danni e le prime pratiche per ottenere la ricostruzione degli edi­fici sacri. - 14. La ricostru-zione affidata al Commissariato di Treviso - 15. Inaugurazione della Chiesa. -16. I nuovi edifici sacri. - 17. Le nuove Campane. - 18. L'altare Maggiore. - 19. Danni ai beni mobili. – 20. La consacrazione della nuova  Chiesa. - 21. Il nuovo asilo e la nuova sala per gli interessi cattolici – 22. La nuova Canonica – 23. L’Oratorio di Caposile.

 

1.-  La “Villa  Sancti Donati de Musili" fin dal 1186 si annoverava, con tutte le sue pertinenze fino al mare, sotto la giurisdizione del Vescovado di Torcello;  ma il suo  nome è anteriore a quest'epoca: in  un documento dell'836, dove si parla di antichi possedimenti da  proprietari in quella zona, si dice: "damus terram in ripa Plavis usque ad Musile". - Nelle Collette di Curia, Musile apparisce, nel 1330, Chiesa dipendente dall' Arcipretale di Noventa: il parroco di Noventa la resse per vari secoli e mandava sul luogo, per il servizio religioso, il suo cappellano. - Come Villa, soggetta all' onere del quartese, è inscritta in un documento del 1495, e con tale onere è associata alle Ville di Fossalta, Villarotta, Croce e Capodargine: pure in questo documento è sempre spiritualmente alla dipendenza dal pievano di Noventa che ne godeva il beneficio. - Nel 1513 le salme si tumulavano ancora nel ci­mitero di Noventa; soltanto nel 1554, essen­do ormai San Donà di Piave costituito in parrocchia, Musile, come più vicina, si con­siderò filiale di San Donà, e a questa Chie­sa accedeva per i battesimi e per riavere gli Olî Santi; nel 1587, forse per rivendicare a sé una prima indipendenza, si dichiarava suddita di Noventa e non di San Donà, e obbligata a nessun ossequio sinodale verso altre Chiese. Fu questo, a quanto risulta dai documenti curiali, il primo passo verso un'indipendenza assoluta, che si voleva giustificare per necessità locali, e per distanze non indifferenti: la sua audacia però fu scontata con una multa di 100 franchi!

Il territorio di Musile fu soggetto a fortissime modificazioni per opera del Piave, le cui acque abbondanti e non arginate deva­starono così spesso le sue campagne. Costrui­ta l'arginatura del fiume, le campagne di Musile furono rimesse all’agricoltura per opera dei nobili veneziani Paravia, Perazzi, e, in modo speciale, Malipiero: questi ultimi reclamarono un Sacerdote stabile sul luogo e si impegnarono a provvedere la Villa di Chiesa e prebenda, riservando a sé il jus electionis. - E il Sacerdote fu concesso; ma la piccola cappella non fu restaurata: nella vi­sita pastorale del 1607 si constatò che "il Tabernacolo era consunto per vetustà; che la canonica di legno era coperta di paglia, e che la distanza massima dalla cappella ai confini era di 8 Km"; nel 1635 " fu trovato che la sagrestia era indecente; che la pala dell'Altare era tinta; la pisside capace d'ap­pena trenta particole; il beneficio privo di rendite". Una vera miseria, in una parola, favorita da questi, nobili veneziani che spes­so si servivano del Sacerdote come di uno strumento per tenere a freno le popolazio­ni, oppresse sotto il peso di un servilismo cieco, fomentato talora da una ignoranza in­cosciente e superstiziosa; vera miseria aumen­tata nel 1664, quando un nuovo allagamen­to del Piave distrusse la povera Chiesa e di­sperse tutti gli strumenti di un beneficio poco fortunato. - Rifabbricata la Chiesa nel 1665, presso 1' argine del Piave, nella stessa località, fu consacrata il giorno 8 Settembre 1726; soltanto nel 1882, dopo la piena del fiume, si pensò finalmente a provvedere, di una nuova località la nuova Chiesa parroc­chiale, che avrebbe dovuto sorgere a Musile bella ed artistica, degna di simboleggiare la fede di un popolo credente e geloso delle sue tradizioni cristiane.

Il titolare San Donato, e l’appellativo “al di qua del Piave - Villa seu Ecclesia Sancti Donati Plavis, vocati Musil” fanno conoscere l'appartenenza della Villa, nella sua parte principale, alla Gastaldia di S. Do­nato e alla sua antichissima pieve, ricordata negli atti curiali fino al tempo di Liutprando. - Si ricorda pure in Musile, sino al 1112, un ospizio con un altro titolo "Sancti Leo­nardi confessoris", il santo tanto venerato dal monachismo d'occidente; 1' ospizio era stato posto con il consenso del Vescovo di Equilio per istanze rivoltegli dai Nagatello da Vidor; 1'ospizio teneva la sua Chiesa, e il territorio di S. Leonardo alla Torre del Caligo segnò, fino al 1440, il confine fra le Diocesi di Treviso e di Jesulo, quando quest'ultima fu incorporata alla Diocesi di Torcello.

È da ricordarsi che il nome di questa Vil­la nei libri del Comune di Treviso si scri­veva Muxilli: in Treviso abitava un notaro che teneva in fittanza dal Comune l'erbatico di Musile : "Morandus de Fraporta (odierna Via Pancera) habet hebram de Muxilli". -  Un altro ricordo storico: si ritiene che Mu­sile non fosse lontano dal famoso fines, che nel medio evo ebbe una così grande impor­tanza: oggi non si conosce più, con precisione almeno, la sua antica posizione. - Non è fuor di proposito, in fine, 1'opinione di chi ritiene che presso Musile passasse una stra­da romana che congiungeva il vecchio Altino con Aquileia, centro di vita militare e commerciale.

Il titolare S. Donato Martire, Vescovo d' Arezzo, la cui festa si celebra il 7 ago­sto, sebbene risalga ai primi Dogi veneti, non deve essere confuso con S. Donato Vescovo e confessore, festeggiato nel mede­simo giorno in Murano, e che qualche sto­rico ritenne come trasportato da Ottone III. -  Con tale titolo, che maggiormente risponde alla critica storica, fu riconsacrata nel 1923 la nuova Chiesa di Musile, rifabbricata sulle rovine di quella pur bella esistente prima della guerra, e sullo stesso disegno leggermente modificato per esigenze artistiche e liturgiche.

Il giuspatronato laicale, per successione ai patrizi veneti Malipiero, Morosini e Tiepolo, è oggi tenuto dal Conte Dott. Enri­co Passi, in unione al Vescovo di Treviso, avendo altri interessati declinato gli onori e gli oneri inerenti a tale esercizio.

 

2. - La Chiesa di Musile, di stile gotico italiano, con tre navate, era di recente co­struzione: su disegno dell'ingegn. Giuseppe Sicher, era stata ultimata, nelle sue opere di finimento, nel 1910.

I muri della navata centrale erano so­stenuti da cinque archi gotici, portati da colonne in pietra di Chiampo, con basi e ca­pitelli in pietra di Aviano; quelli trasversali delle navate laterali, da archi pure gotici im­postati sulle colonne precedenti e su lesene, addossate ai muri di ambito. - L'arco fra la navata centrale e il presbiterio, della luce di m. 5.50, era impostato due metri circa più alto degli archi precedenti ed era pure goti­co; identico a questo, l'arco fra il presbite­rio e l'abside.

Il soffitto del presbiterio era a crocera, come pure a crocera i soffitti in ogni cam­pata delle navi minori; nella nave principa­le invece il soffitto, ad una altezza dal pavi­mento della Chiesa di metri 14, era a cas­settoni in legname e stucco, con fondi a tinte forti e dorature, come esige lo stile. - L'abside, a pianta poligonale, presentava cinque faccie, con cinque finestre ogivali a ferritoia, guardate da inferriata e da tela a rete metallica. In corrispondenza d'ogni ver­tice dell' abside e ai quattro angoli del pre­sbiterio, si trovavano delle lesene con relativi capitelli che arrivavano all'altezza dell'imposta degli archi del presbiterio e formavano, la continuazione dei costoloni ogivali del sof­fitto, del presbiterio e dell'abside stesso.

Il pavimento della Chiesa era rialzato dal piano di campagna di quattro gradini, in piastrelle di cemento, imitanti il Chiampo bianco e rosso; il pavimento del presbiterio e del coro era rialzato, rispetto a quello della Chiesa, di due gradini, ed era uguale al pre­cedente.

L'intonaco era tirato a fino decorato, nel­lo spessore dell'arco, con tinte forti al modo del soffitto. Tutto il rimanente era tinteggia­to a calce; le volte a crocera delle navi mi­nori avevano nervature agli angoli in stucco e corrispondentemente dei capitellini pensili; la volta a crocera sopra il presbiterio era con maggior ricchezza decorata con nervature in stucco e decorazioni a tempera; con uguale ricchezza era decorata la volta del coro. Le lesene corrispondenti alle colonne delle navi minori e quelle reggenti gli archi del presbi­terio e del coro erano a marmorino imitante il Chiampo.

Il battistero, formato da una pila di ros­so di Verona, su colonnina in marmo bianco e cuspide di copertura in legno dipinto, era sormontato dalla statuetta rappresentante S. Giovanni: era chiuso da una balaustra in legno dipinto a finto bronzo. - I due altari de­dicati a Sant'Antonio e a S. Valentino erano in pietra di Aviano, con colonne in marmo rosso e pala su tela ad olio; l'altare della Madonna con statua in stucco dipinto in nembro bianco, con colonne di Bardoglio fiorito; l'altare di S. Giuseppe in pietra di Pove, colonne di marmo nero di Varemo, capitelli corinzi, decorazioni con figure e rimessi di vari marmi colorati. - I gradini della predella dell'Altare Maggiore in pietra di Po­ve; il parapetto della mensa in marmo di Carrara con rimessi di marmi colorati; la cu­stodia in marmo di Carrara con rimessature; il tronetto in legno.

Gli stalli del presbiterio, di un'ampiez­za sufficiente a contenere sei persone ognu­no, e le cattedre per il clero, erano lavora­le in stile gotico, in legno di noce scolpito.

La facciata si presentava con la linea ca­ratteristica delle Chiese a tre navate, in stile gotico, con muratura a faccia vista di mat­toni. Gli angoli e il muro della nave mag­giore erano rilevati esternamente con quattro lesene terminanti in quattro guglie. La cor­nice di coronamento era sostenuta da archet­ti ogivali in cotto; altra guglia esisteva in cor­rispondenza al vertice del timpano centrale della facciata. Nel mezzo, un portale esegui­to parte in cotto e parte in pietra viva l'ogivale sopra la porta, era decorato con un pan­nello mosaico rappresentante il santo Patrono.

Il campanile era alto m. 52: la sua linea graziosa ed elegante era costituita da uno stilobate di m. 5. d'altezza, dei quali m. 3.50 in cotto e m. 1.50 in vivo, terminante in una cornice pure in vivo. La canna con lesene agli angoli e nel mezzo, alta circa 22 m.,co­ronata da una ricca cornice in pietra, soste­nuta dalle lesene e da archetti pensili, era sormontata dalla cella e da una svelta cuspi­de. Sotto la cornice di coronamento della canna era posto il quadrante dell' orologio. La cella campanaria e la cuspide svolgevano un bel motivo gotico, con una bifora su ognuno dei lati, coronata da un frontone ogivale con gusto nordico; sopra tali fronto­ni si ergeva la cuspide ottagona, in cotto stilato, con croce in ferro terminale. - La cella campanaria e la cuspide avevano un'altezza di m. 25.

 

3. - Fra le opere di finimento e di corre­do, che rendevano più bella la artistica Chiesa di Musile, ricordiamo la cantoria in legno sostenuta da un' armatura in ferro e situata sopra la parte principale; l’organo, a 14 registri, fornito dalla rinomata Ditta Mascioni di Milano; il pulpito in legno d' abete mac­chiato a finto noce; 2 confessionali e 36 banchi, pure in legno di abete; 30 panchine e 200 sedie comuni; 2 lampade a bracciale, pensili, nel coro, e 3 lampade, più piccole, ma bellissime e intonate allo stile della Chiesa, per ogni altare laterale.

A tutto ciò si deve aggiungere un ab­bondante e ricco corredo sacro: fra gli apparamenti sacri si conservava, come vero capolavoro, un antico paramento bianco lavorato in oro e in fiori di seta; tre calici, un ostensorio, tre pissidi, un turibolo con na­vetta, e un' artistica croce parrocchiale, tutto in argento. - Prezioso corredo, in una parola, che la fede del buon popolo di Musile con le sue generose offerte aveva aggiunto al ricchissimo corredo liturgico che rendeva gran­diose le pubbliche manifestazioni: specialmen­te negli ultimi anni che precedettero la guer­ra, Musile ebbe sempre la nobile ambizione di non essere in nessuna cosa, per ciò che ri­guarda la Chiesa, inferiore al vicino S. Donà di Piave.

Altre opere, si sarebbero condotte a ter­mine in Musile, - un Asilo necessario per raccogliere i bambini, e una vasta sala per l'educazione religiosa, - se la guerra non aves­se sospeso la vita, e ritardato per dieci anni l'attuazione di opere così interessanti.- Ritar­dato, ma non fatto dimenticare: appena Musile, dopo la guerra, avrà ripreso il suo stato normale, appena la vita sarà riapparsa là dove la morte e la distruzione imperaro­no sovrane per un anno intero, gl'ideali del parroco e del popolo saranno realizzati: oggi mentre scriviamo questa memoria, essi sono ormai fatto compiuto.

 

4. - Il 30 Luglio 1916 Don Giovanni Tisatto, già parroco in Musile fin dal 15 feb­braio 1910, abbandonò il paese: salutati i suoi parrocchiani, indossò la divisa del sol­dato e si dileguò nel gran vortice della guerra. - La cura spirituale fu affidata a Don Ferdinando Pasin, in quel tempo cappellano in Noventa di Piave. - In servizio da pri­ma presso l'ospedale G. Pascoli in Bologna; più tardi, dall'Ottobre 1916, presso l'ospedale di Tappa di Meolo, Don Tisatto con la sua affabilità e genialità si acquistò le simpatie dei superiori e specialmente dei mutilati, al­la cui assistenza fu sempre dedicato. Testi­mone di tante lagrime, a contatto con tante sofferenze, non dimenticò mai la sua Musi­le: con lettere frequenti e, da Meolo, con fre­quenti visite, concessegli dagli stessi superio­ri in premio della sua attività e del suo spi­rito di sacrificio, si tenne sempre in corri­spondenza con tutti i suoi parrocchiani, par­tecipò a tutte le loro sofferenze, condivise, specialmente con i suoi figli soldati, le ansie e i timori. Lui stesso in una sua relazione inviata alla Curia, descrive la vita della sua parrocchia prima della disfatta di Caporetto: «Feci una scappatina fino a Musile: la mia canonica è cambiata in ufficio informazioni, in deposito di bagagli. Persone di tutti i paesi vicini si portano dal mio Vicario per avere notizie di parenti prigionieri di guerra, e spedire ad essi viveri ed indumenti. Centinaia di cestini e di pacchi partono ogni settimana per mezzo di Don Pasin, e centinaia di corrispondenze assicurano che il materia­le è giunto a destinazione. - A quest'opera di carità cristiana e altamente patriottica, D. Pasin aggiunge la cura più assidua alle anime: la dottrina quotidiana ai fanciulli an­che nelle frazioni lontanissime di Caposile e Salsi ; scuola di musica; circoli maschili e femminili; la consacrazione delle famiglie al Cuore di Gesù e l'opera della Santa Infan­zia; la devozione alla Vergine di Pompei; frequenti pellegrinaggi ai Santuari di Motta, di Pralungo . . . Quanta buona semente e quanta messe troverò dopo la guerra, quan­do potrò ritornare fra i miei figli spirituali!»

Tante opere e tanti sogni furono schian­tati improvvisamente. - Successo il disastro di Caporetto, l'ospedale di Tappa di Meolo ri­cevette l'ordine della partenza: il 30 Ottobre Don Tisatto consegnò al suo Vicario le cose più intime della parrocchia, e, abbracciatolo tra le lagrime, lo pregò di essere ultimo ad allontanarsi dal paese: prima si provvedesse alla sicurezza del popolo, alla difesa, quanto era possibile, della Chiesa, al trasporto, in modo speciale, degli ammalati e dei bambini. - E Don Pasin fu fedele alla consegna; vorrem­mo dire troppo fedele: se non fu vittima del suo entusiasmo, del suo spirito di sacrificio, se fu risparmiato dalla morie, dobbiamo riconoscere   che   una  mano   benigna lo pro­tesse in premio  del suo  lavoro e della sua abnegazione.

È una bella pagina di storia che scrivia­mo; la scriviamo con vera compiacenza: è do­cumento di quanto ha saputo fare il Sacerdote a vantaggio di quel popolo, che fu troppo abbandonato in quelle tristissime giornate di Ottobre e Novembre del 1917; è documento che giustifica l'affetto che il popolo, nel Ve­neto, ha verso il Sacerdote, che si moltiplica in tutti i modi per il benessere spirituale e materiale.

 

5. - Un po' di cronistoria - Il giorno 3 Novembre partono, spinti dalle notizie sem­pre più minacciose dell'arrivo sul Piave de­gli Austriaci, i primi profughi: sulla piazza di Musile, nelle campagne di Case Bianche, presso Caposile sono ormai piazzate le no­stre artiglierie di difesa; lungo l'argine di S. Marco batterie di mitragliatrici, coman­date da ufficiali giovanissimi, e maneggiate dai più giovani soldati del nostro esercito, si assestano in attesa del nemico che non può ri­tardare. Il popolo, la grande maggioranza, de­cide di fermarsi: a Musile, per le campagne e attorno alle case, è un lavorare incessante per lo scavo di vaste trincee, richieste per accogliere soldati e borghesi. - Il giorno 7 Novembre la Chiesa, d'ordine dell'Autori­tà Militare, è occupata da un Reggimento di Milizia Territoriale. Il Vicario non è stato in­formato del provvedimento: D. Pasin in quel momento era assente, in località ai Salsi, al capezzale di un moribondo, Gerardo Bregantin, fabbricere di Musile. Necessità impellenti esigevano l'occupazione; ma crediamo non si possa giustificare il fatto che la porta d'in­gresso fu violentemente abbattuta ed infranta! La Chiesa fu trasformata in Caserma e, più tardi, in deposito per viveri e munizioni. Per buona sorte il SSmo era stato consumato al mattino. Dobbiamo anche riconoscere che nessuno sfregio fu arrecato dai soldati a quel­l'edificio sacro; non possiamo però non bia­simare il contegno di alcuni ufficiali: in co­ro, e perfino sopra 1' Altare Maggiore, furo­no trovati dal Sacerdote tutti intenti alla toe­letta e a radersi la barba e a fumare tranquil­lamente la sigaretta. Il Sacerdote presentò al Comando del Reggimento le sue proteste, e i colpevoli furono richiamati al dovere.

Il giorno 8 Novembre fu demolito il ponte sul Piave di S. Donà: i nemici erano ormai vicini e il passaggio dei profughi fu sospeso. La scena che si svolse sulla riva sinistra del Piave, quando ogni via di scam­po fu interrotta, ha del terrorizzante: i primi arrivati a Musile, a piedi, sfiniti dal viaggio, oppressi dallo spavento, in gran  parte privi del necessario per la vita, si videro strappati ai loro fianchi i loro cari che rimanevano in balia del nemico, veramente furente contro i nostri. --I1 giorno 3 D. Pasin è obbligato ad abbandonare definitivamen­te la canonica, occupata dai soldati e da un nuovo Comando: trovò ospitalità presso la famiglia Callegher Celeste, in riva al Piave Vecchio, fra Musile e Caposile, dove pure potè trasportare tutto l'Archivio parrocchiale: il personale di servizio di casa canonica era già partito, per Sant' Elena sul Sile, sino dal giorno 6 Novembre. - E così dal 10 al 14 Novembre servì in Musile, come luogo di cul­to, il granaio di casa Callegher: sopra la pie­tra sacra, levata dall'Altare Maggiore, fu ce­lebrata la Messa. - Più tardi questa pietra sa­cra, rinchiusa in apposita cassa con tutto l'Archivio parrocchiale, fu da Don Pasin affidata in custodia al Vicario di Sant'Elena Don Carlo Noè. - Nel maggio 1918 detto archivio sarà dal parroco Don Tisatto trasportato a San Remo, e D. Pasin, pregato in quell'epoca dal Cav. Giuseppe Bortolotto, Commissario Prefettizio del Municipio di Musile, che teneva i suoi uffici in Firenze, Via Vecchiotti, N. 3 bis,. fornirà, servendosi dell'Archivio parrocchiale un'anagrafe, copia conforme, della popolazione di quel paese disgraziato, all'autorità mu­nicipale che aveva perduto gran parte del suo Archivio; notificherà anche gli elenchi precisi dei profughi dispersi nelle varie loca­lità. - Compenso di un lavoro lunghissimo e paziente e che, di più, costò la bella spesa di centinaia di lire in ricerche telegrafiche, Don Pasin avrà la cospicua somma dì Lire 150!....

I1 14 Novembre D. Pasin fu scacciato dalla famiglia Callegher: un ufficiale di sa­nità, con la rivoltella alla mano, gli impose di partire immediatamente da Musile, e di trasportare con sé tutto il popolo rimasto, più di 500 persone. Furono inutili le pro­teste del Sacerdote, che, se assicurava il suo intervento per ottenere lo sgombro immedia­to del paese, dichiarava però che non sareb­be partito, se non quando si fosse provveduto al trasporto di tre moribondi, bisognosi di assistenza. Le giuste ragioni del Sacerdote non valsero: fu gettato nella strada; ed allo­ra, per quattro giorni, fino al 18 Novembre, una trincea improvvisata presso la famiglia Casagrande Augusto, fu la sua casa e la sua Chiesa. Il giorno 16 le granate che tempe­stavano la zona, caddero numerose attorno a quella trincea, mentre il Sacerdote "celebra­va la S. Messa: una ventina di bambini, in­ginocchiati in quella trincea, più umile della grotta di Betlem, pregavano trepidanti, stretti attorno al celebrante: in quella circostanza nessuna vittima si ebbe da lamentare.

 

6.   -   Le   famiglie   rimasero ancora in Musile fino al 18 Novembre; in questo giorno soltanto fu ufficialmente imposto lo sgombero del paese. La signorina Pavanetto Ines, fi­glia della guardia Municipale di Musile, quasi morente, accompagnata dai genitori, fu trasportata, adagiata sul suo letto e sopra un carro, fino a Sant' Elena, dove fu accolta in casa canonica in compagnia di Montagner Emma di Angelo: prodigiosamente salvata dall'infuriare delle granate, mentre il Sacer­dote le amministrava 1' Olio Santo, il 14 No­vembre 1917, oggi rimessa in piena salute, e già sposa di Iseppi Giovanni, conserverà impressa nella sua mente la tragica scena del suo salvamento, dovuta in gran parte ad un Sacerdote. - I profughi, accompagnati sem­pre da D. Pasin, trasportarono le loro povere masserizie su carri trascinati da qualche ani­male non ancora requisito e rimasto illeso dal­le granate che avevano ormai demolito tante case. - Fu straziante la partenza; resa più straziante dal fatto che gravi disgrazie erano successe in quei giorni, e la partenza si pre­sentava pericolosissima.

Nel pomeriggio infatti del 15 Novembre 1917 il Sacerdote, chiamato a Caposile per 1' assistenza d' una inferma, era stato travol­to e sbattuto a terra dallo scoppio di una granata nemica. - 11 16 Novembre poi era stato ferito, dalle scheggie di una granata, il bambino Pelizzer Romano: il Sacerdote era corso sul luogo. La casa Pelizzer era stata presa di mira dagli austriaci: una cinquanti­na di granate piovvero attorno a quel fab­bricato, ma non lo colpirono. Al povero ra­gazzo furono amministrati tutti i conforti Re­ligiosi; alle cinquanta persone rinchiuse in quella casa fu impartita 1'assoluzione; si at­tendeva ad ogni scoppio di granata la morte: una carneficina, un massacro completo.

Dopo alcune ore di bombardamento, ces­sò la tempesta; il ferito, col fianco squarcia­to, fu trasportato al posto di pronto soccor­so: inviato all'Ospedale militare di Mogliano Veneto, appena giunto cessò di vivere.

La notte del 17 al 18 Novembre fu pure una notte di trepidazione. - Le famiglie erano divise per gruppi; e Don Pasin si ricoverò nella stalla del colono Pasqual Luigi, con una ottantina di persone, fra cui più di qua­ranta bambini: le granate anche quella notte tempestarono Musile. - La colonna di profughi passò, di buon mattino verso le 6, e sotto l'infuriare delle granate, lungo la via, poco adatta, ma unica libera dall'allagamento, e fissata dalla autorità militare, che da Musile sbocca sull'argine di S. Marco dinanzi alla famiglia Casonato - a 300 metri dal nemico - fino a Croce di Piave, per proseguire poi verso Meolo: durante questo esodo traziante, compiuto fra il pianto dei bambini e delle donne, si registrarono disgrazie: tre fanciulle furono leggermente ferite alle gambe e sul petto; una mucca, gravemente colpita, fu poi venduta a buon prezzo a Losson di Meolo.

Si sostò a Meolo il 19 Novembre. Alcu­ne famiglie poterono partire con la ferrovia alla volta di Mestre, e poi trovare ospitalità in varie località d' Italia; il grosso dei profu­ghi volle avanzare verso Treviso, condu­cendo con sé le povere masserizie e il be­stiame: il sacerdote preferì rimanere con questi ultimi per accompagnarli nel loro do­loroso pellegrinaggio. - Durante la tappa di Meolo si lamentarono grave disgrazie: Iseffi Maria, nata Grandin, gravemente ferita da una scheggia di granata, morì fra gli spasimi più atroci; Trevisiol Carlotta, nata Montagner, fu pure gravemente ferita e mutilata ad una mascella; due ragazzi e una donna, Montagner Carlotta, furono pure feriti in seguito allo scoppio di quella granata. - Il 20 Novembre, anche con l'aiuto di Don Carlo Noè, che tanto interesse addimostrò per i profughi e per il sacerdote che li accompagnava, le fa­miglie di Musile furono ospitate presso i buoni contadini di Sant' Elena sul Sile, e in qualche palazzo signorile, rimasto abbando­nato dai ricchi proprietari, già partiti da vari giorni.

A Sant'Elena i profughi di Musile, po­terono soffermarsi tranquilli fino all'Epifania del 1918; benemeriti per l'opera d'assistenza furono il Colonn. comandante la stazione di Tappa di Roncade, il Comm. Giordani e D. Antonio D'Incau, attuale Arciprete di Mel­ma: da questi due ultimi in modo speciale Don Pasin ebbe sempre, a vantaggio dei suoi profughi, le derrate necessarie e i sus­sidi per i bisogni più urgenti per la vita. - Nessun incidente in questa lunga tappa: unico incidente, il giorno 8 Dicembre 1917, il Vicario D. Carlo Noè fu arrestato in Chie­sa sotto la solita accusa di disfattismo, - vec­chia antifona cui oggi la storia fece giustizia assoluta - e trasportato alle carceri: Don Pa­sin si trovò improvvisamente Vicario di una parrocchia nuova e Vicario dei profughi, sem­pre più bisognosi di soccorsi, da quando le po­che masserizie trasportate erano state rese in­servibili.

 

7. - L'ordine della partenza fu impartito il 5 Gennaio 1918.- Per quale destinazione? Nes­suno lo sapeva! Don Pasin, presi accordi con il Comando dei R R. Carabinieri, chiese di diportarsi a Roma, per ottenere, dall'Alto Com­missariato per i profughi, preventivamente alloggi convenienti: l'istanza fu accolta, e la partenza fu differita al ritorno del Sacerdote. I patti conchiusi fra D. Pasin e i R R. Cara­binieri furono notificati ai profughi, i quali in quei tre giorni disposero ogni cosa, per essere poi pronti alla partenza al primo ritorno del Sacerdote che li avrebbe accompagna­ti fino alla nuova destinazione.

Per interessamento dell’On. Girolamo Marcello, Don Pasin ottenne dall'Alto Com­missariato di Roma che i profughi fossero destinati a Bagni di Lucca; un telegramma di Stato informò della cosa i R R. Carabi­nieri di Sant'Elena: D. Pasin era ufficial­mente delegato per l'accompagnamento e la sistemazione delle famiglie di Musile. Ma i patti verbalmente conchiusi e il tenore del telegramma non furono rispettati: i profughi furono fatti partire violentemente e senza or­dine; le famiglie disperse e separate nei loro stessi membri, e nella grande maggioranza non inviate a Bagni di Lucca. - Il popolo oppo­se resistenza ad una partenza che riteneva il­legale ed arbitraria: D. Pasin, che ancora sta­va a Roma, viene denunziato come sovvertitore e minacciato di arresto se fosse ritornato a Sant'Elena! - Il Sacerdote, giunto a Treviso, vie­ne a conoscenza della montatura, riprende la via di Roma, e dall' On. G. Marcello e dal Ministero apprende che, secondo le disposi­zioni impartite, i profughi di Musile doveva­no essere pervenuti a Bagni di Lucca. - Ma a Bagni di Lucca non erano giunte che poche famiglie: la grande maggioranza erano stati dispersi nell'Italia Meridionale. Don Pasin dovette ricercare i suoi profughi a Napoli, a Salerno, a Sarno, a Cava dei Tirreni, ad Aversa: i profughi non attesi e giunti contro ogni disposizione, furono ricoverati alla rinfusa nelle stamberghe, nelle stalle, nei fienili, perfino nelle celle carcerarie; do­po lunghe pratiche, sostenuto da S. Ecc. Luigi Luzzati, e dal Pref. di Treviso, Comm. Bardesono, fu possibile a Don Pasin levare da tanta miseria e trasportare a Bagni al­meno i più bisognosi di cambio.

A Bagni di Lucca, con il concorso di un'ottima signora americana, D. Pasin potè aprire un asilo per i bambini e un laborato­rio per le ragazze. In quest'opera di ricostru­zione spirituale il Vicario di Musile trovò pure valido appoggio nei due parroci di quella gentile cittadina toscana.

Gli altri profughi dell'Italia meridionale furono in parte trasferiti in provincia d'Ales­sandria; una cinquantina di famiglie furono, in quella provincia, adibite al lavoro della campagna; e dalla stampa di Torino e d'Alessandria la colonia agricola di Musile me­ritò i più caldi elogi per l'esempio di parsi­monia e di laboriosità. - In questo lavoro di racimolamento, D. Pasin ebbe un valido ap­poggio dagli On. Marcello e Sandrini, come pure dal Consorzio d'Emigrazione e Lavoro di Roma e dal Comizio Agrario d'Alessandria, con i quali uffici D. Pasin fu sempre in otti­mi rapporti. - Fra le famiglie che costituivano la colonia d'Alessandria ricordiamo le principali: Basso Domenico, Mazzon Sante, Battiston Ferdinando, Montagner Giacomo, Pinci Angelo, Tonetto Giovanni, Battiston Pie­tro, Marcassa Maria, Luchetta Angelo e Biban Angelo. - Si incontrarono delle difficoltà; la più incresciosa fu quella provocata dai proprietari stessi delle campagne: si tentò di an­nullare i patti colonici, di licenziare i profughi per assumere nel lavoro i prigionieri di guer­ra. - Don Pasin dovette fare opera di prote­zione e tutela; ottenne dal R. Governo che fosse negata la ulteriore concessione di pri­gionieri a quei proprietari. I quali si vendica­rono dello scorno patito e della triste figu­ra rappresentata e biasimata dal pubblico, con l'aggravare di lavoro quei poveri profu­ghi, rei unicamente di aver domandato di gua­dagnarsi un pane; alle famiglie dei profughi si minacciò di negare perfino la distribuzio­ne del frumento. La battaglia però fu vinta: ed il R. Prefetto d'Alessandria in tutti i mo­di appoggiò e difese il diritto dei profu­ghi e rivendicò la giustizia a favore di chi tutto aveva perduto in conseguenza della guerra.

 

8. - La colonia d' Alessandria veniva spesso raccolta in città per convegni di carattere religioso ed economico, e per la trattazione di argomenti interessanti le

sorti dei soldati prigionieri o dispersi di guerra. - Perché, in mezzo a tanto lavoro, da D. Pasin non furono mai dimenticati gli assenti : le famiglie poterono rintracciare i loro cari e venir loro in soccorro. Tenia­mo in atti un numeroso incarto di corri­spondenza, che conserveremo negli Archivi di Curia, lettere affettuosissime di profughi, di prigionieri, di combattenti che sempre ri­conobbero nel Sacerdote D. Pasin l'apostolo costante e forte della carità evangelica, il giu­sto difensore del diritto spettante a chi, sen­za colpa anzi per sentimento del dovere, o sotto pressioni superiori, viveva fra le mise­rie e gli stenti. La pubblicazione integra di tale carteggio costituirebbe uno dei più forti argomenti del sano patriottismo del Sacerdote italico.

Durante l'epidemia della grippe non si lamentarono vittime; i leggermente colpiti eb­bero tutta l'assistenza religiosa. Maggiormen­te colpito D. Pasin, che fu ricoverato nel convento dei Cappuccini d'Alessandria: egli contrasse il morbo nell'assistenza a tre pove­ri fanciulli della famiglia Agostinetto, ricove­rati in Castellazzo.

Nel Settembre 1918 D. Pasin potè otte­nere dalla Croce Rossa Americana di Tori­no, per l'interessamento del Dott. Simoni d'A­lessandria, un vagone di biancheria, vestiti e scarpe per i profughi Musilesi della provincia d'Alessandria e d'altre località: a giusti­ficazione della retta distribuzione eseguita si conserva in Curia di Treviso una dettaglia­ta distinta.

Un altro laboratorio fu fondato in San Remo per le ragazze profughe di Musile e Noventa, diretto dalle Suore Francescane Missionarie; accoglieva una cinquantina di fi­gliuole, strappate così all'ozio e alla dissolu­zione della pubblica strada. Il Laboratorio potè essere approntato con le offerte delle Signore di S. Remo, fra le quali primeggiò la Nob. Contessa Bianca Saysel, vero ange­lo di conforto per le povere sofferenti, e Miss. Ianuary, nobile americana, modesta, ma assi­dua soccorritrice dei bisognosi.

A S. Remo D. Pasin dovette sostenere una lotta che gli fruttò noie gravissime: - Una vera speculazione si era organizzata a danno dei profughi, si dispensavano ai profughi alimenti di ultima qualità ed in­sufficienti. - A questo fatto si aggiunga lo sfratto minacciato a circa 2000 profughi ri­coverati in S. Remo.

Il Sacerdote si sentì il dovere di richia­mare l'attenzione del Commissariato Centra­le sulle indegne speculazioni che si compi­vano. Direttore e organizzatore di tale assi­stenza un Commendatore troppo noto a Tre­viso per un clamoroso processo, che terminò, a suo riguardo almeno, in una bolla di sapo­ne . . 11 Commendatore, richiamato all'ordine dal Commissariato Centrale, tentò vendicarsi accusando il Sacerdote come disfattista: sot­toposto ad una lunga inchiesta, in compagnia di un delegato del Prefetto, ritenuto suo complice e che poi fu trasferito a Caserta, D. Pa-sin si recò a Roma a giustificare il suo opera­to presso il Ministero degli Interni: il Comm. Guadagnino, a cui il Sacerdote fu presentato dall'On. Sandrini, capì la montatura e dissipò ogni pericolo di rappresaglia. - Però il Sa­cerdote fu accusato presso il comando del Di­stretto Militare di S. Remo, e improvvisamente fu chiamato sotto le armi nel Luglio 1918. - Il Ministero della guerra e l'alto Commissariato dei profughi furono interessati della questione che assumeva l'apparenza di una vera diser­zione: fu scoperta la nuova montatura, o meglio una meschina vendetta personale: do­po poco più di un mese, D. Pasin. già ina­bile a tutti i servizi militari, d'ordine del Ministero degli Interni fu rimandato a con­tinuare la sua opera di vero patriottismo fra i disgraziati di Musile: la notizia, accolta con entusiasmo dalla popolazione, fu notificata al Sac. Pasin dal Segretario Generale dell'al­to Commissariato per i profughi, S. Ecc. On. Di Caporiaco, il 22 Agosto 1918.

Altre colonie di profughi Musilesi erano in Novara, Canale d' Alba, Varallo Sesia, Salerno, Cava dei Tirreni, Firenze, Aversa, Avellino, Benevento, Nocera di Pagani, Casale Monferrato e Tortona. Con tutte queste co­lonie D. Pasin e D. Tisatto furono sempre in relazioni frequenti, personali o epistolari: in tutte le colonie fu portata sempre la parola del conforto e dell'incoraggiamento: lettere, cartoline stampate con l'indirizzo preciso, per evitare lo smarrimento, conservate anche oggi rigorosamente in Curia di Treviso, ad­dimostrano l'azione sapiente, prudente sem­pre, ma ancora risoluta ed energica in ogni eventualità e pericolo.

Mezzo efficacissimo di unione morale ed economica per i profughi di Musile, Noven­ta e, più tardi, Fagarè fu il foglio quindicinale “ Elena” , pubblicato in S. Remo dalla Tip. Puppo: eco dei profughi veneti, sostenuto con le offerte dei buoni, è oggi una preziosa rac­colta di corrispondenza, di episodi, di rin­graziamenti, di speranze e d'entusiasmo. Giornale apprezzato negli uffici ministeri