Questo sito utilizza i cookie per migliorare la tua esperienza di navigazione. Per nascondere questo avviso e accettare di utilizzare i cookie clicca sul pulsante OK. 

PARROCCHIA DI MUSILE

PARROCCHIA DI MUSILE DI PIAVE (836 – 1924)

Mons. Prof. Sac. Costante Chimenton -Treviso 1924

La Chiesa di  S. Donato in Musile Sul Piave

E Ruinis Pulchriores:

La Chiesa di  S. Donato

in Musile Sul Piave

 

 

 

A Don Giovanni Tisatto

Parroco di Musile

 

 

Sommario: - 1. L'antica Villa di Musile. - 2. La Chiesa e il campanile di S. Donato di Musile prima del­la guerra: sua descrizione e bellezza artistica. - 3. Ope­re di finimento e corredo liturgico. - 4. La partenza del parroco: la cura spirituale affidata al Vicario Don Pasin. - 5. Il martirio di Musile. - 6. Lo sgombero definitivo del paese: profughi a Sant' Elena sul Sile. - 7. Le peregrinazioni dei profughi e la loro definitiva sistemazione. - 8. L' Opera di assistenza. - 9. Le azioni belliche in Musile e Caposile. - 10. La distruzione di Musile. - 11. Il ritorno del parroco e dei profughi.  12. La Chiesa-baracca e il ripristino del culto in Musile e Caposile - 13. La perizia dei danni e le prime pratiche per ottenere la ricostruzione degli edi­fici sacri. - 14. La ricostru-zione affidata al Commissariato di Treviso - 15. Inaugurazione della Chiesa. -16. I nuovi edifici sacri. - 17. Le nuove Campane. - 18. L'altare Maggiore. - 19. Danni ai beni mobili. – 20. La consacrazione della nuova  Chiesa. - 21. Il nuovo asilo e la nuova sala per gli interessi cattolici – 22. La nuova Canonica – 23. L’Oratorio di Caposile.

 

1.-  La “Villa  Sancti Donati de Musili" fin dal 1186 si annoverava, con tutte le sue pertinenze fino al mare, sotto la giurisdizione del Vescovado di Torcello;  ma il suo  nome è anteriore a quest'epoca: in  un documento dell'836, dove si parla di antichi possedimenti da  proprietari in quella zona, si dice: "damus terram in ripa Plavis usque ad Musile". - Nelle Collette di Curia, Musile apparisce, nel 1330, Chiesa dipendente dall' Arcipretale di Noventa: il parroco di Noventa la resse per vari secoli e mandava sul luogo, per il servizio religioso, il suo cappellano. - Come Villa, soggetta all' onere del quartese, è inscritta in un documento del 1495, e con tale onere è associata alle Ville di Fossalta, Villarotta, Croce e Capodargine: pure in questo documento è sempre spiritualmente alla dipendenza dal pievano di Noventa che ne godeva il beneficio. - Nel 1513 le salme si tumulavano ancora nel ci­mitero di Noventa; soltanto nel 1554, essen­do ormai San Donà di Piave costituito in parrocchia, Musile, come più vicina, si con­siderò filiale di San Donà, e a questa Chie­sa accedeva per i battesimi e per riavere gli Olî Santi; nel 1587, forse per rivendicare a sé una prima indipendenza, si dichiarava suddita di Noventa e non di San Donà, e obbligata a nessun ossequio sinodale verso altre Chiese. Fu questo, a quanto risulta dai documenti curiali, il primo passo verso un'indipendenza assoluta, che si voleva giustificare per necessità locali, e per distanze non indifferenti: la sua audacia però fu scontata con una multa di 100 franchi!

Il territorio di Musile fu soggetto a fortissime modificazioni per opera del Piave, le cui acque abbondanti e non arginate deva­starono così spesso le sue campagne. Costrui­ta l'arginatura del fiume, le campagne di Musile furono rimesse all’agricoltura per opera dei nobili veneziani Paravia, Perazzi, e, in modo speciale, Malipiero: questi ultimi reclamarono un Sacerdote stabile sul luogo e si impegnarono a provvedere la Villa di Chiesa e prebenda, riservando a sé il jus electionis. - E il Sacerdote fu concesso; ma la piccola cappella non fu restaurata: nella vi­sita pastorale del 1607 si constatò che "il Tabernacolo era consunto per vetustà; che la canonica di legno era coperta di paglia, e che la distanza massima dalla cappella ai confini era di 8 Km"; nel 1635 " fu trovato che la sagrestia era indecente; che la pala dell'Altare era tinta; la pisside capace d'ap­pena trenta particole; il beneficio privo di rendite". Una vera miseria, in una parola, favorita da questi, nobili veneziani che spes­so si servivano del Sacerdote come di uno strumento per tenere a freno le popolazio­ni, oppresse sotto il peso di un servilismo cieco, fomentato talora da una ignoranza in­cosciente e superstiziosa; vera miseria aumen­tata nel 1664, quando un nuovo allagamen­to del Piave distrusse la povera Chiesa e di­sperse tutti gli strumenti di un beneficio poco fortunato. - Rifabbricata la Chiesa nel 1665, presso 1' argine del Piave, nella stessa località, fu consacrata il giorno 8 Settembre 1726; soltanto nel 1882, dopo la piena del fiume, si pensò finalmente a provvedere, di una nuova località la nuova Chiesa parroc­chiale, che avrebbe dovuto sorgere a Musile bella ed artistica, degna di simboleggiare la fede di un popolo credente e geloso delle sue tradizioni cristiane.

Il titolare San Donato, e l’appellativo “al di qua del Piave - Villa seu Ecclesia Sancti Donati Plavis, vocati Musil” fanno conoscere l'appartenenza della Villa, nella sua parte principale, alla Gastaldia di S. Do­nato e alla sua antichissima pieve, ricordata negli atti curiali fino al tempo di Liutprando. - Si ricorda pure in Musile, sino al 1112, un ospizio con un altro titolo "Sancti Leo­nardi confessoris", il santo tanto venerato dal monachismo d'occidente; 1' ospizio era stato posto con il consenso del Vescovo di Equilio per istanze rivoltegli dai Nagatello da Vidor; 1'ospizio teneva la sua Chiesa, e il territorio di S. Leonardo alla Torre del Caligo segnò, fino al 1440, il confine fra le Diocesi di Treviso e di Jesulo, quando quest'ultima fu incorporata alla Diocesi di Torcello.

È da ricordarsi che il nome di questa Vil­la nei libri del Comune di Treviso si scri­veva Muxilli: in Treviso abitava un notaro che teneva in fittanza dal Comune l'erbatico di Musile : "Morandus de Fraporta (odierna Via Pancera) habet hebram de Muxilli". -  Un altro ricordo storico: si ritiene che Mu­sile non fosse lontano dal famoso fines, che nel medio evo ebbe una così grande impor­tanza: oggi non si conosce più, con precisione almeno, la sua antica posizione. - Non è fuor di proposito, in fine, 1'opinione di chi ritiene che presso Musile passasse una stra­da romana che congiungeva il vecchio Altino con Aquileia, centro di vita militare e commerciale.

Il titolare S. Donato Martire, Vescovo d' Arezzo, la cui festa si celebra il 7 ago­sto, sebbene risalga ai primi Dogi veneti, non deve essere confuso con S. Donato Vescovo e confessore, festeggiato nel mede­simo giorno in Murano, e che qualche sto­rico ritenne come trasportato da Ottone III. -  Con tale titolo, che maggiormente risponde alla critica storica, fu riconsacrata nel 1923 la nuova Chiesa di Musile, rifabbricata sulle rovine di quella pur bella esistente prima della guerra, e sullo stesso disegno leggermente modificato per esigenze artistiche e liturgiche.

Il giuspatronato laicale, per successione ai patrizi veneti Malipiero, Morosini e Tiepolo, è oggi tenuto dal Conte Dott. Enri­co Passi, in unione al Vescovo di Treviso, avendo altri interessati declinato gli onori e gli oneri inerenti a tale esercizio.

 

2. - La Chiesa di Musile, di stile gotico italiano, con tre navate, era di recente co­struzione: su disegno dell'ingegn. Giuseppe Sicher, era stata ultimata, nelle sue opere di finimento, nel 1910.

I muri della navata centrale erano so­stenuti da cinque archi gotici, portati da colonne in pietra di Chiampo, con basi e ca­pitelli in pietra di Aviano; quelli trasversali delle navate laterali, da archi pure gotici im­postati sulle colonne precedenti e su lesene, addossate ai muri di ambito. - L'arco fra la navata centrale e il presbiterio, della luce di m. 5.50, era impostato due metri circa più alto degli archi precedenti ed era pure goti­co; identico a questo, l'arco fra il presbite­rio e l'abside.

Il soffitto del presbiterio era a crocera, come pure a crocera i soffitti in ogni cam­pata delle navi minori; nella nave principa­le invece il soffitto, ad una altezza dal pavi­mento della Chiesa di metri 14, era a cas­settoni in legname e stucco, con fondi a tinte forti e dorature, come esige lo stile. - L'abside, a pianta poligonale, presentava cinque faccie, con cinque finestre ogivali a ferritoia, guardate da inferriata e da tela a rete metallica. In corrispondenza d'ogni ver­tice dell' abside e ai quattro angoli del pre­sbiterio, si trovavano delle lesene con relativi capitelli che arrivavano all'altezza dell'imposta degli archi del presbiterio e formavano, la continuazione dei costoloni ogivali del sof­fitto, del presbiterio e dell'abside stesso.

Il pavimento della Chiesa era rialzato dal piano di campagna di quattro gradini, in piastrelle di cemento, imitanti il Chiampo bianco e rosso; il pavimento del presbiterio e del coro era rialzato, rispetto a quello della Chiesa, di due gradini, ed era uguale al pre­cedente.

L'intonaco era tirato a fino decorato, nel­lo spessore dell'arco, con tinte forti al modo del soffitto. Tutto il rimanente era tinteggia­to a calce; le volte a crocera delle navi mi­nori avevano nervature agli angoli in stucco e corrispondentemente dei capitellini pensili; la volta a crocera sopra il presbiterio era con maggior ricchezza decorata con nervature in stucco e decorazioni a tempera; con uguale ricchezza era decorata la volta del coro. Le lesene corrispondenti alle colonne delle navi minori e quelle reggenti gli archi del presbi­terio e del coro erano a marmorino imitante il Chiampo.

Il battistero, formato da una pila di ros­so di Verona, su colonnina in marmo bianco e cuspide di copertura in legno dipinto, era sormontato dalla statuetta rappresentante S. Giovanni: era chiuso da una balaustra in legno dipinto a finto bronzo. - I due altari de­dicati a Sant'Antonio e a S. Valentino erano in pietra di Aviano, con colonne in marmo rosso e pala su tela ad olio; l'altare della Madonna con statua in stucco dipinto in nembro bianco, con colonne di Bardoglio fiorito; l'altare di S. Giuseppe in pietra di Pove, colonne di marmo nero di Varemo, capitelli corinzi, decorazioni con figure e rimessi di vari marmi colorati. - I gradini della predella dell'Altare Maggiore in pietra di Po­ve; il parapetto della mensa in marmo di Carrara con rimessi di marmi colorati; la cu­stodia in marmo di Carrara con rimessature; il tronetto in legno.

Gli stalli del presbiterio, di un'ampiez­za sufficiente a contenere sei persone ognu­no, e le cattedre per il clero, erano lavora­le in stile gotico, in legno di noce scolpito.

La facciata si presentava con la linea ca­ratteristica delle Chiese a tre navate, in stile gotico, con muratura a faccia vista di mat­toni. Gli angoli e il muro della nave mag­giore erano rilevati esternamente con quattro lesene terminanti in quattro guglie. La cor­nice di coronamento era sostenuta da archet­ti ogivali in cotto; altra guglia esisteva in cor­rispondenza al vertice del timpano centrale della facciata. Nel mezzo, un portale esegui­to parte in cotto e parte in pietra viva l'ogivale sopra la porta, era decorato con un pan­nello mosaico rappresentante il santo Patrono.

Il campanile era alto m. 52: la sua linea graziosa ed elegante era costituita da uno stilobate di m. 5. d'altezza, dei quali m. 3.50 in cotto e m. 1.50 in vivo, terminante in una cornice pure in vivo. La canna con lesene agli angoli e nel mezzo, alta circa 22 m.,co­ronata da una ricca cornice in pietra, soste­nuta dalle lesene e da archetti pensili, era sormontata dalla cella e da una svelta cuspi­de. Sotto la cornice di coronamento della canna era posto il quadrante dell' orologio. La cella campanaria e la cuspide svolgevano un bel motivo gotico, con una bifora su ognuno dei lati, coronata da un frontone ogivale con gusto nordico; sopra tali fronto­ni si ergeva la cuspide ottagona, in cotto stilato, con croce in ferro terminale. - La cella campanaria e la cuspide avevano un'altezza di m. 25.

 

3. - Fra le opere di finimento e di corre­do, che rendevano più bella la artistica Chiesa di Musile, ricordiamo la cantoria in legno sostenuta da un' armatura in ferro e situata sopra la parte principale; l’organo, a 14 registri, fornito dalla rinomata Ditta Mascioni di Milano; il pulpito in legno d' abete mac­chiato a finto noce; 2 confessionali e 36 banchi, pure in legno di abete; 30 panchine e 200 sedie comuni; 2 lampade a bracciale, pensili, nel coro, e 3 lampade, più piccole, ma bellissime e intonate allo stile della Chiesa, per ogni altare laterale.

A tutto ciò si deve aggiungere un ab­bondante e ricco corredo sacro: fra gli apparamenti sacri si conservava, come vero capolavoro, un antico paramento bianco lavorato in oro e in fiori di seta; tre calici, un ostensorio, tre pissidi, un turibolo con na­vetta, e un' artistica croce parrocchiale, tutto in argento. - Prezioso corredo, in una parola, che la fede del buon popolo di Musile con le sue generose offerte aveva aggiunto al ricchissimo corredo liturgico che rendeva gran­diose le pubbliche manifestazioni: specialmen­te negli ultimi anni che precedettero la guer­ra, Musile ebbe sempre la nobile ambizione di non essere in nessuna cosa, per ciò che ri­guarda la Chiesa, inferiore al vicino S. Donà di Piave.

Altre opere, si sarebbero condotte a ter­mine in Musile, - un Asilo necessario per raccogliere i bambini, e una vasta sala per l'educazione religiosa, - se la guerra non aves­se sospeso la vita, e ritardato per dieci anni l'attuazione di opere così interessanti.- Ritar­dato, ma non fatto dimenticare: appena Musile, dopo la guerra, avrà ripreso il suo stato normale, appena la vita sarà riapparsa là dove la morte e la distruzione imperaro­no sovrane per un anno intero, gl'ideali del parroco e del popolo saranno realizzati: oggi mentre scriviamo questa memoria, essi sono ormai fatto compiuto.

 

4. - Il 30 Luglio 1916 Don Giovanni Tisatto, già parroco in Musile fin dal 15 feb­braio 1910, abbandonò il paese: salutati i suoi parrocchiani, indossò la divisa del sol­dato e si dileguò nel gran vortice della guerra. - La cura spirituale fu affidata a Don Ferdinando Pasin, in quel tempo cappellano in Noventa di Piave. - In servizio da pri­ma presso l'ospedale G. Pascoli in Bologna; più tardi, dall'Ottobre 1916, presso l'ospedale di Tappa di Meolo, Don Tisatto con la sua affabilità e genialità si acquistò le simpatie dei superiori e specialmente dei mutilati, al­la cui assistenza fu sempre dedicato. Testi­mone di tante lagrime, a contatto con tante sofferenze, non dimenticò mai la sua Musi­le: con lettere frequenti e, da Meolo, con fre­quenti visite, concessegli dagli stessi superio­ri in premio della sua attività e del suo spi­rito di sacrificio, si tenne sempre in corri­spondenza con tutti i suoi parrocchiani, par­tecipò a tutte le loro sofferenze, condivise, specialmente con i suoi figli soldati, le ansie e i timori. Lui stesso in una sua relazione inviata alla Curia, descrive la vita della sua parrocchia prima della disfatta di Caporetto: «Feci una scappatina fino a Musile: la mia canonica è cambiata in ufficio informazioni, in deposito di bagagli. Persone di tutti i paesi vicini si portano dal mio Vicario per avere notizie di parenti prigionieri di guerra, e spedire ad essi viveri ed indumenti. Centinaia di cestini e di pacchi partono ogni settimana per mezzo di Don Pasin, e centinaia di corrispondenze assicurano che il materia­le è giunto a destinazione. - A quest'opera di carità cristiana e altamente patriottica, D. Pasin aggiunge la cura più assidua alle anime: la dottrina quotidiana ai fanciulli an­che nelle frazioni lontanissime di Caposile e Salsi ; scuola di musica; circoli maschili e femminili; la consacrazione delle famiglie al Cuore di Gesù e l'opera della Santa Infan­zia; la devozione alla Vergine di Pompei; frequenti pellegrinaggi ai Santuari di Motta, di Pralungo . . . Quanta buona semente e quanta messe troverò dopo la guerra, quan­do potrò ritornare fra i miei figli spirituali!»

Tante opere e tanti sogni furono schian­tati improvvisamente. - Successo il disastro di Caporetto, l'ospedale di Tappa di Meolo ri­cevette l'ordine della partenza: il 30 Ottobre Don Tisatto consegnò al suo Vicario le cose più intime della parrocchia, e, abbracciatolo tra le lagrime, lo pregò di essere ultimo ad allontanarsi dal paese: prima si provvedesse alla sicurezza del popolo, alla difesa, quanto era possibile, della Chiesa, al trasporto, in modo speciale, degli ammalati e dei bambini. - E Don Pasin fu fedele alla consegna; vorrem­mo dire troppo fedele: se non fu vittima del suo entusiasmo, del suo spirito di sacrificio, se fu risparmiato dalla morie, dobbiamo riconoscere   che   una  mano   benigna lo pro­tesse in premio  del suo  lavoro e della sua abnegazione.

È una bella pagina di storia che scrivia­mo; la scriviamo con vera compiacenza: è do­cumento di quanto ha saputo fare il Sacerdote a vantaggio di quel popolo, che fu troppo abbandonato in quelle tristissime giornate di Ottobre e Novembre del 1917; è documento che giustifica l'affetto che il popolo, nel Ve­neto, ha verso il Sacerdote, che si moltiplica in tutti i modi per il benessere spirituale e materiale.

 

5. - Un po' di cronistoria - Il giorno 3 Novembre partono, spinti dalle notizie sem­pre più minacciose dell'arrivo sul Piave de­gli Austriaci, i primi profughi: sulla piazza di Musile, nelle campagne di Case Bianche, presso Caposile sono ormai piazzate le no­stre artiglierie di difesa; lungo l'argine di S. Marco batterie di mitragliatrici, coman­date da ufficiali giovanissimi, e maneggiate dai più giovani soldati del nostro esercito, si assestano in attesa del nemico che non può ri­tardare. Il popolo, la grande maggioranza, de­cide di fermarsi: a Musile, per le campagne e attorno alle case, è un lavorare incessante per lo scavo di vaste trincee, richieste per accogliere soldati e borghesi. - Il giorno 7 Novembre la Chiesa, d'ordine dell'Autori­tà Militare, è occupata da un Reggimento di Milizia Territoriale. Il Vicario non è stato in­formato del provvedimento: D. Pasin in quel momento era assente, in località ai Salsi, al capezzale di un moribondo, Gerardo Bregantin, fabbricere di Musile. Necessità impellenti esigevano l'occupazione; ma crediamo non si possa giustificare il fatto che la porta d'in­gresso fu violentemente abbattuta ed infranta! La Chiesa fu trasformata in Caserma e, più tardi, in deposito per viveri e munizioni. Per buona sorte il SSmo era stato consumato al mattino. Dobbiamo anche riconoscere che nessuno sfregio fu arrecato dai soldati a quel­l'edificio sacro; non possiamo però non bia­simare il contegno di alcuni ufficiali: in co­ro, e perfino sopra 1' Altare Maggiore, furo­no trovati dal Sacerdote tutti intenti alla toe­letta e a radersi la barba e a fumare tranquil­lamente la sigaretta. Il Sacerdote presentò al Comando del Reggimento le sue proteste, e i colpevoli furono richiamati al dovere.

Il giorno 8 Novembre fu demolito il ponte sul Piave di S. Donà: i nemici erano ormai vicini e il passaggio dei profughi fu sospeso. La scena che si svolse sulla riva sinistra del Piave, quando ogni via di scam­po fu interrotta, ha del terrorizzante: i primi arrivati a Musile, a piedi, sfiniti dal viaggio, oppressi dallo spavento, in gran  parte privi del necessario per la vita, si videro strappati ai loro fianchi i loro cari che rimanevano in balia del nemico, veramente furente contro i nostri. --I1 giorno 3 D. Pasin è obbligato ad abbandonare definitivamen­te la canonica, occupata dai soldati e da un nuovo Comando: trovò ospitalità presso la famiglia Callegher Celeste, in riva al Piave Vecchio, fra Musile e Caposile, dove pure potè trasportare tutto l'Archivio parrocchiale: il personale di servizio di casa canonica era già partito, per Sant' Elena sul Sile, sino dal giorno 6 Novembre. - E così dal 10 al 14 Novembre servì in Musile, come luogo di cul­to, il granaio di casa Callegher: sopra la pie­tra sacra, levata dall'Altare Maggiore, fu ce­lebrata la Messa. - Più tardi questa pietra sa­cra, rinchiusa in apposita cassa con tutto l'Archivio parrocchiale, fu da Don Pasin affidata in custodia al Vicario di Sant'Elena Don Carlo Noè. - Nel maggio 1918 detto archivio sarà dal parroco Don Tisatto trasportato a San Remo, e D. Pasin, pregato in quell'epoca dal Cav. Giuseppe Bortolotto, Commissario Prefettizio del Municipio di Musile, che teneva i suoi uffici in Firenze, Via Vecchiotti, N. 3 bis,. fornirà, servendosi dell'Archivio parrocchiale un'anagrafe, copia conforme, della popolazione di quel paese disgraziato, all'autorità mu­nicipale che aveva perduto gran parte del suo Archivio; notificherà anche gli elenchi precisi dei profughi dispersi nelle varie loca­lità. - Compenso di un lavoro lunghissimo e paziente e che, di più, costò la bella spesa di centinaia di lire in ricerche telegrafiche, Don Pasin avrà la cospicua somma dì Lire 150!....

I1 14 Novembre D. Pasin fu scacciato dalla famiglia Callegher: un ufficiale di sa­nità, con la rivoltella alla mano, gli impose di partire immediatamente da Musile, e di trasportare con sé tutto il popolo rimasto, più di 500 persone. Furono inutili le pro­teste del Sacerdote, che, se assicurava il suo intervento per ottenere lo sgombro immedia­to del paese, dichiarava però che non sareb­be partito, se non quando si fosse provveduto al trasporto di tre moribondi, bisognosi di assistenza. Le giuste ragioni del Sacerdote non valsero: fu gettato nella strada; ed allo­ra, per quattro giorni, fino al 18 Novembre, una trincea improvvisata presso la famiglia Casagrande Augusto, fu la sua casa e la sua Chiesa. Il giorno 16 le granate che tempe­stavano la zona, caddero numerose attorno a quella trincea, mentre il Sacerdote "celebra­va la S. Messa: una ventina di bambini, in­ginocchiati in quella trincea, più umile della grotta di Betlem, pregavano trepidanti, stretti attorno al celebrante: in quella circostanza nessuna vittima si ebbe da lamentare.

 

6.   -   Le   famiglie   rimasero ancora in Musile fino al 18 Novembre; in questo giorno soltanto fu ufficialmente imposto lo sgombero del paese. La signorina Pavanetto Ines, fi­glia della guardia Municipale di Musile, quasi morente, accompagnata dai genitori, fu trasportata, adagiata sul suo letto e sopra un carro, fino a Sant' Elena, dove fu accolta in casa canonica in compagnia di Montagner Emma di Angelo: prodigiosamente salvata dall'infuriare delle granate, mentre il Sacer­dote le amministrava 1' Olio Santo, il 14 No­vembre 1917, oggi rimessa in piena salute, e già sposa di Iseppi Giovanni, conserverà impressa nella sua mente la tragica scena del suo salvamento, dovuta in gran parte ad un Sacerdote. - I profughi, accompagnati sem­pre da D. Pasin, trasportarono le loro povere masserizie su carri trascinati da qualche ani­male non ancora requisito e rimasto illeso dal­le granate che avevano ormai demolito tante case. - Fu straziante la partenza; resa più straziante dal fatto che gravi disgrazie erano successe in quei giorni, e la partenza si pre­sentava pericolosissima.

Nel pomeriggio infatti del 15 Novembre 1917 il Sacerdote, chiamato a Caposile per 1' assistenza d' una inferma, era stato travol­to e sbattuto a terra dallo scoppio di una granata nemica. - 11 16 Novembre poi era stato ferito, dalle scheggie di una granata, il bambino Pelizzer Romano: il Sacerdote era corso sul luogo. La casa Pelizzer era stata presa di mira dagli austriaci: una cinquanti­na di granate piovvero attorno a quel fab­bricato, ma non lo colpirono. Al povero ra­gazzo furono amministrati tutti i conforti Re­ligiosi; alle cinquanta persone rinchiuse in quella casa fu impartita 1'assoluzione; si at­tendeva ad ogni scoppio di granata la morte: una carneficina, un massacro completo.

Dopo alcune ore di bombardamento, ces­sò la tempesta; il ferito, col fianco squarcia­to, fu trasportato al posto di pronto soccor­so: inviato all'Ospedale militare di Mogliano Veneto, appena giunto cessò di vivere.

La notte del 17 al 18 Novembre fu pure una notte di trepidazione. - Le famiglie erano divise per gruppi; e Don Pasin si ricoverò nella stalla del colono Pasqual Luigi, con una ottantina di persone, fra cui più di qua­ranta bambini: le granate anche quella notte tempestarono Musile. - La colonna di profughi passò, di buon mattino verso le 6, e sotto l'infuriare delle granate, lungo la via, poco adatta, ma unica libera dall'allagamento, e fissata dalla autorità militare, che da Musile sbocca sull'argine di S. Marco dinanzi alla famiglia Casonato - a 300 metri dal nemico - fino a Croce di Piave, per proseguire poi verso Meolo: durante questo esodo traziante, compiuto fra il pianto dei bambini e delle donne, si registrarono disgrazie: tre fanciulle furono leggermente ferite alle gambe e sul petto; una mucca, gravemente colpita, fu poi venduta a buon prezzo a Losson di Meolo.

Si sostò a Meolo il 19 Novembre. Alcu­ne famiglie poterono partire con la ferrovia alla volta di Mestre, e poi trovare ospitalità in varie località d' Italia; il grosso dei profu­ghi volle avanzare verso Treviso, condu­cendo con sé le povere masserizie e il be­stiame: il sacerdote preferì rimanere con questi ultimi per accompagnarli nel loro do­loroso pellegrinaggio. - Durante la tappa di Meolo si lamentarono grave disgrazie: Iseffi Maria, nata Grandin, gravemente ferita da una scheggia di granata, morì fra gli spasimi più atroci; Trevisiol Carlotta, nata Montagner, fu pure gravemente ferita e mutilata ad una mascella; due ragazzi e una donna, Montagner Carlotta, furono pure feriti in seguito allo scoppio di quella granata. - Il 20 Novembre, anche con l'aiuto di Don Carlo Noè, che tanto interesse addimostrò per i profughi e per il sacerdote che li accompagnava, le fa­miglie di Musile furono ospitate presso i buoni contadini di Sant' Elena sul Sile, e in qualche palazzo signorile, rimasto abbando­nato dai ricchi proprietari, già partiti da vari giorni.

A Sant'Elena i profughi di Musile, po­terono soffermarsi tranquilli fino all'Epifania del 1918; benemeriti per l'opera d'assistenza furono il Colonn. comandante la stazione di Tappa di Roncade, il Comm. Giordani e D. Antonio D'Incau, attuale Arciprete di Mel­ma: da questi due ultimi in modo speciale Don Pasin ebbe sempre, a vantaggio dei suoi profughi, le derrate necessarie e i sus­sidi per i bisogni più urgenti per la vita. - Nessun incidente in questa lunga tappa: unico incidente, il giorno 8 Dicembre 1917, il Vicario D. Carlo Noè fu arrestato in Chie­sa sotto la solita accusa di disfattismo, - vec­chia antifona cui oggi la storia fece giustizia assoluta - e trasportato alle carceri: Don Pa­sin si trovò improvvisamente Vicario di una parrocchia nuova e Vicario dei profughi, sem­pre più bisognosi di soccorsi, da quando le po­che masserizie trasportate erano state rese in­servibili.

 

7. - L'ordine della partenza fu impartito il 5 Gennaio 1918.- Per quale destinazione? Nes­suno lo sapeva! Don Pasin, presi accordi con il Comando dei R R. Carabinieri, chiese di diportarsi a Roma, per ottenere, dall'Alto Com­missariato per i profughi, preventivamente alloggi convenienti: l'istanza fu accolta, e la partenza fu differita al ritorno del Sacerdote. I patti conchiusi fra D. Pasin e i R R. Cara­binieri furono notificati ai profughi, i quali in quei tre giorni disposero ogni cosa, per essere poi pronti alla partenza al primo ritorno del Sacerdote che li avrebbe accompagna­ti fino alla nuova destinazione.

Per interessamento dell’On. Girolamo Marcello, Don Pasin ottenne dall'Alto Com­missariato di Roma che i profughi fossero destinati a Bagni di Lucca; un telegramma di Stato informò della cosa i R R. Carabi­nieri di Sant'Elena: D. Pasin era ufficial­mente delegato per l'accompagnamento e la sistemazione delle famiglie di Musile. Ma i patti verbalmente conchiusi e il tenore del telegramma non furono rispettati: i profughi furono fatti partire violentemente e senza or­dine; le famiglie disperse e separate nei loro stessi membri, e nella grande maggioranza non inviate a Bagni di Lucca. - Il popolo oppo­se resistenza ad una partenza che riteneva il­legale ed arbitraria: D. Pasin, che ancora sta­va a Roma, viene denunziato come sovvertitore e minacciato di arresto se fosse ritornato a Sant'Elena! - Il Sacerdote, giunto a Treviso, vie­ne a conoscenza della montatura, riprende la via di Roma, e dall' On. G. Marcello e dal Ministero apprende che, secondo le disposi­zioni impartite, i profughi di Musile doveva­no essere pervenuti a Bagni di Lucca. - Ma a Bagni di Lucca non erano giunte che poche famiglie: la grande maggioranza erano stati dispersi nell'Italia Meridionale. Don Pasin dovette ricercare i suoi profughi a Napoli, a Salerno, a Sarno, a Cava dei Tirreni, ad Aversa: i profughi non attesi e giunti contro ogni disposizione, furono ricoverati alla rinfusa nelle stamberghe, nelle stalle, nei fienili, perfino nelle celle carcerarie; do­po lunghe pratiche, sostenuto da S. Ecc. Luigi Luzzati, e dal Pref. di Treviso, Comm. Bardesono, fu possibile a Don Pasin levare da tanta miseria e trasportare a Bagni al­meno i più bisognosi di cambio.

A Bagni di Lucca, con il concorso di un'ottima signora americana, D. Pasin potè aprire un asilo per i bambini e un laborato­rio per le ragazze. In quest'opera di ricostru­zione spirituale il Vicario di Musile trovò pure valido appoggio nei due parroci di quella gentile cittadina toscana.

Gli altri profughi dell'Italia meridionale furono in parte trasferiti in provincia d'Ales­sandria; una cinquantina di famiglie furono, in quella provincia, adibite al lavoro della campagna; e dalla stampa di Torino e d'Alessandria la colonia agricola di Musile me­ritò i più caldi elogi per l'esempio di parsi­monia e di laboriosità. - In questo lavoro di racimolamento, D. Pasin ebbe un valido ap­poggio dagli On. Marcello e Sandrini, come pure dal Consorzio d'Emigrazione e Lavoro di Roma e dal Comizio Agrario d'Alessandria, con i quali uffici D. Pasin fu sempre in otti­mi rapporti. - Fra le famiglie che costituivano la colonia d'Alessandria ricordiamo le principali: Basso Domenico, Mazzon Sante, Battiston Ferdinando, Montagner Giacomo, Pinci Angelo, Tonetto Giovanni, Battiston Pie­tro, Marcassa Maria, Luchetta Angelo e Biban Angelo. - Si incontrarono delle difficoltà; la più incresciosa fu quella provocata dai proprietari stessi delle campagne: si tentò di an­nullare i patti colonici, di licenziare i profughi per assumere nel lavoro i prigionieri di guer­ra. - Don Pasin dovette fare opera di prote­zione e tutela; ottenne dal R. Governo che fosse negata la ulteriore concessione di pri­gionieri a quei proprietari. I quali si vendica­rono dello scorno patito e della triste figu­ra rappresentata e biasimata dal pubblico, con l'aggravare di lavoro quei poveri profu­ghi, rei unicamente di aver domandato di gua­dagnarsi un pane; alle famiglie dei profughi si minacciò di negare perfino la distribuzio­ne del frumento. La battaglia però fu vinta: ed il R. Prefetto d'Alessandria in tutti i mo­di appoggiò e difese il diritto dei profu­ghi e rivendicò la giustizia a favore di chi tutto aveva perduto in conseguenza della guerra.

 

8. - La colonia d' Alessandria veniva spesso raccolta in città per convegni di carattere religioso ed economico, e per la trattazione di argomenti interessanti le

sorti dei soldati prigionieri o dispersi di guerra. - Perché, in mezzo a tanto lavoro, da D. Pasin non furono mai dimenticati gli assenti : le famiglie poterono rintracciare i loro cari e venir loro in soccorro. Tenia­mo in atti un numeroso incarto di corri­spondenza, che conserveremo negli Archivi di Curia, lettere affettuosissime di profughi, di prigionieri, di combattenti che sempre ri­conobbero nel Sacerdote D. Pasin l'apostolo costante e forte della carità evangelica, il giu­sto difensore del diritto spettante a chi, sen­za colpa anzi per sentimento del dovere, o sotto pressioni superiori, viveva fra le mise­rie e gli stenti. La pubblicazione integra di tale carteggio costituirebbe uno dei più forti argomenti del sano patriottismo del Sacerdote italico.

Durante l'epidemia della grippe non si lamentarono vittime; i leggermente colpiti eb­bero tutta l'assistenza religiosa. Maggiormen­te colpito D. Pasin, che fu ricoverato nel convento dei Cappuccini d'Alessandria: egli contrasse il morbo nell'assistenza a tre pove­ri fanciulli della famiglia Agostinetto, ricove­rati in Castellazzo.

Nel Settembre 1918 D. Pasin potè otte­nere dalla Croce Rossa Americana di Tori­no, per l'interessamento del Dott. Simoni d'A­lessandria, un vagone di biancheria, vestiti e scarpe per i profughi Musilesi della provincia d'Alessandria e d'altre località: a giusti­ficazione della retta distribuzione eseguita si conserva in Curia di Treviso una dettaglia­ta distinta.

Un altro laboratorio fu fondato in San Remo per le ragazze profughe di Musile e Noventa, diretto dalle Suore Francescane Missionarie; accoglieva una cinquantina di fi­gliuole, strappate così all'ozio e alla dissolu­zione della pubblica strada. Il Laboratorio potè essere approntato con le offerte delle Signore di S. Remo, fra le quali primeggiò la Nob. Contessa Bianca Saysel, vero ange­lo di conforto per le povere sofferenti, e Miss. Ianuary, nobile americana, modesta, ma assi­dua soccorritrice dei bisognosi.

A S. Remo D. Pasin dovette sostenere una lotta che gli fruttò noie gravissime: - Una vera speculazione si era organizzata a danno dei profughi, si dispensavano ai profughi alimenti di ultima qualità ed in­sufficienti. - A questo fatto si aggiunga lo sfratto minacciato a circa 2000 profughi ri­coverati in S. Remo.

Il Sacerdote si sentì il dovere di richia­mare l'attenzione del Commissariato Centra­le sulle indegne speculazioni che si compi­vano. Direttore e organizzatore di tale assi­stenza un Commendatore troppo noto a Tre­viso per un clamoroso processo, che terminò, a suo riguardo almeno, in una bolla di sapo­ne . . 11 Commendatore, richiamato all'ordine dal Commissariato Centrale, tentò vendicarsi accusando il Sacerdote come disfattista: sot­toposto ad una lunga inchiesta, in compagnia di un delegato del Prefetto, ritenuto suo complice e che poi fu trasferito a Caserta, D. Pa-sin si recò a Roma a giustificare il suo opera­to presso il Ministero degli Interni: il Comm. Guadagnino, a cui il Sacerdote fu presentato dall'On. Sandrini, capì la montatura e dissipò ogni pericolo di rappresaglia. - Però il Sa­cerdote fu accusato presso il comando del Di­stretto Militare di S. Remo, e improvvisamente fu chiamato sotto le armi nel Luglio 1918. - Il Ministero della guerra e l'alto Commissariato dei profughi furono interessati della questione che assumeva l'apparenza di una vera diser­zione: fu scoperta la nuova montatura, o meglio una meschina vendetta personale: do­po poco più di un mese, D. Pasin. già ina­bile a tutti i servizi militari, d'ordine del Ministero degli Interni fu rimandato a con­tinuare la sua opera di vero patriottismo fra i disgraziati di Musile: la notizia, accolta con entusiasmo dalla popolazione, fu notificata al Sac. Pasin dal Segretario Generale dell'al­to Commissariato per i profughi, S. Ecc. On. Di Caporiaco, il 22 Agosto 1918.

Altre colonie di profughi Musilesi erano in Novara, Canale d' Alba, Varallo Sesia, Salerno, Cava dei Tirreni, Firenze, Aversa, Avellino, Benevento, Nocera di Pagani, Casale Monferrato e Tortona. Con tutte queste co­lonie D. Pasin e D. Tisatto furono sempre in relazioni frequenti, personali o epistolari: in tutte le colonie fu portata sempre la parola del conforto e dell'incoraggiamento: lettere, cartoline stampate con l'indirizzo preciso, per evitare lo smarrimento, conservate anche oggi rigorosamente in Curia di Treviso, ad­dimostrano l'azione sapiente, prudente sem­pre, ma ancora risoluta ed energica in ogni eventualità e pericolo.

Mezzo efficacissimo di unione morale ed economica per i profughi di Musile, Noven­ta e, più tardi, Fagarè fu il foglio quindicinale “ Elena” , pubblicato in S. Remo dalla Tip. Puppo: eco dei profughi veneti, sostenuto con le offerte dei buoni, è oggi una preziosa rac­colta di corrispondenza, di episodi, di rin­graziamenti, di speranze e d'entusiasmo. Giornale apprezzato negli uffici ministeriali, fonte di documenti storici, meritò gli elogi per la tecnicità della sua composizio­ne e per lo spirito da cui era informato: attraverso a quelle pagine, che spesso fanno piangere e fremere, si legge tutta la storia dolorosa del nostro popolo, gettato nell'estre­ma miseria da una vita agiata e tranquilla che si era preparata con i suoi sudori e con il suo sacrificio. Elogi per quest'opera di unione ebbe il suo direttore, Don Ferdinando Pasin, dalle più cospicue personalità italiane, fra cui ci è caro notare S. M. la Regina Elena, S. Ecc. L. Luzzati, S. Ecc. Mons. Pietropaoli, e in modo speciale S. Ecc. Mons. Vescovo di Treviso.

S. Ecc. Mons. Longhin, che condivise con il suo Clero tutti i dolori, condivise pu­re con questo le gioie e partecipò ai confor­ti di un lavoro che il Clero seppe attuare a bene del popolo trevisano. - Fra le tante let­tere inviate a D. Pasin, ci limitiamo a ripor­tarne una che caratterizza l'animo nobile del Pastore e il grande interessamento addimo­strato durante la guerra. La lettera è del 25 Giugno 1918: - "Caro D. Ferdinando. - I ti­mori e le ansie dolorose sono cessate, alme­no per ora. Con la ritirata vergognosa del nemico, Treviso respira; ore e giornate di trepidazione abbiamo passato; ma Dio con­forta, sostiene e protegge. - Ti benedico in­sieme a tanti miei figli. Che Iddio me li rimandi presto nelle loro terre, ora devastate, ma che al ritorno dei nostri buoni lavorato­ri rifioriranno più fertili di prima. —

f. Andrea Vescovo.,,

 

Giunse finalmente l'azione definitiva dell' Ottobre 1918. - I1 cuore di tutti gli ita­liani sussultò di gioia all'annunzio dell'avan­zata fortunata delle nostre truppe: più anco­ra sussultarono di gioia i poveri profughi Veneti dispersi per tutta 1' Italia. - I profughi di Musile, appena i bollettini militari annunziarono che l’esercito italiano aveva spez­zata la linea di resistenza e aveva attraver­sato il Piave, a mezzo del loro Vicario in­viarono a S. Ecc. il Gen. Diaz il seguente telegramma : " Generale Diaz. - Zona di Guerra : - Profughi di Musile di Piave, re­sidenti Alessandria, commossi sacro entusia­smo all’annunzio vittoriosa avanzata, oltre Piave, dei nostri valorosi soldati, riverberantesi nell'esule cuore come sogno radioso di un imminente ritorno alla terra, da dodici mesi angosciosamente, non disperatamente, rimpianta, porgono Vostra Eccellenza e all' esercito liberatore inesprimibile riconoscenza, augurio incontrastata marcia verso la fi­nale vittoria, cui consegua per sempre, auspi­ce Iddio, fulgore di pace, nel trionfo d'ogni giustizia. - f. - Pasin, Tonetto, Grandin.„

Il parroco intanto continuava il suo servizio militare. Dall'Ospedale di Tappa di Meolo, fu inviato dopo diverse peripezie, al­l'Ospedale 071 in Fiesso d' Artico. - Da que­sto Ospedale tutti i giorni fu in corrispon­denza col suo Vicario D. Pasin, con le fami­glie dei profughi, con i combattenti: si in­teressò di loro con vero affetto, e la cor­rispondenza ricevuta dal suo popolo e che si conserva anche oggi nell' Archivio di Mu­sile, ricorderà che nelle sofferenze il cuore del Padre era congiunto con i figli lontani. I1 giornale “Elena” pubblicò il suo indirizzo; e parte delle sue lettere; come pure dal gior­nale “Elena“ Don Tisatto ebbe l'indirizzo, di tutti i suoi parrocchiani: in Piemonte 42 famiglie, in Sicilia 27, in Toscana 11, in Romagna 17, nelle Puglie 6, in Campa­nia 27, nelle Marche 8, nel Lazio 1, negli Abruzzi 12, in Liguria 3, in Lombardia 4, nel Veneto 8, nel territorio invaso 6.

Nella licenza concessagli, dopo la Pa­squa del 1918, per mettere in salvo a San Remo l’Archivio parrocchiale, potè visita­re alcune colonie dei suoi profughi, fra le altre le colonie di S. Remo e d'Alessandria: si consolò nel constatare la assistenza prestata ai suoi parrocchiani, e più tranquillo ritor­nò fra i suoi feriti e mutilati di Fiesso d'Ar­tico.

 

9. - Anche Musile, intanto, con la sua fra­zione di Caposile, si era trasformata in un vasto campo di battaglia. I Bollettini di guer­ra ripetono il loro nome con una frequenza spaventosa: posizioni prese di mira dagli Austriaci fin dai primi giorni di Novembre 1917, battute continuamente dalle artiglierie nemiche, assalite per ben 34 volte con fu­riosi scontri, e in gran parte allagate dalle acque del Piave e del Sile, furono ridotte ad un ammasso di rovine, e intieramente tra­sformate in una serie non mai interrotta di reticolati e di trincee. - Demoliti in gran parte fabbricati fin dal Novembre del 1917, la bat­taglia più intensiva si svolse certamente duran­te l'azione del Giugno. Musile anzi segna l'ultima tappa della disfatta austriaca sulla ri­va destra del Piave; la sua posizione fu contra­stata con estrema audacia dai due eserciti e fu conquistata dai nostri a prezzo di sangue e di vittime: solo nel pomeriggio del 24 Giugno, dopo tre giorni di furioso combattimento e di ostinata resistenza, le valorose truppe del­la terza Armata hanno potuto completare la rioccupazione.

Splendida la descrizione che dell'ultimo scontro, certo il più tragico, fece Ermanno Amicucci. - Nel pomeriggio del 24 le valo­rose truppe della 3a Armata completavano la rioccupazione della riva destra del Piave. Alle ore 16,30 non un solo soldato austriaco rimaneva più al di qua del fiume. Un reg­gimento della brigata « Arezzo » ( 225° ), uno della « Jonio » ( 222° ) ed il 23°  re­parto d' assalto spazzavano le ultime retro­guardie nemiche tra Musile e Capo Sile, cat­turando più di un migliaio di prigionieri e numerose mitragliatrici. I fanti della « Arezzo» e gli arditi del 23° reparto d'assalto, ottennero un nuovo brillante successo in quel singolare terreno paludoso e acquitrinoso, nel quale si battevano da parecchi mesi con tenace bravura. Dai memorabili combattimenti alla Agenzia Zuliani nel Novembre e nel Dicembre 1917 la Brigata « Arezzo » ha co­stantemente fronteggiato le fanterie di Wurm nelle paludi tra i due rami del Piave. - Gli arditi del 23° reparto erano quelli stessi che ampliarono nel mese di Maggio con tre im­petuose irruzioni la nostra testa di ponte di Capo Sile massa randovi reparti di cavalleria appiedata ungherese. - Questi instancabili as­saltatori dalle fiamme cremisi furono du­ramente provati anche nella battaglia di Giugno contrattaccando con grande slancio le truppe del corpo d'armata di Csiresics. Ad essi, che i continui combattimenti aveva­no ridotto di numero e affranti di fatica, un nostro venerato generale chiese il sacrificio di tornare a combattere per ricacciare le ultime forze nemiche ancora ostinatamente annidate fra gli argini e i canneti di Musile e di Capo Sile.- Il reparto era rimasto con pochi ufficiali, ma ripartì con entusiasmo per la linea. In barca gli indomiti arditi raggiunse­ro Capo Sile e qui si gettarono subito con­tro i mitraglieri nemici che, asserragliati a Paludello e nelle fattorie vicine, sparavano senza tregua. Nello stesso tempo da Capo Sile i reparti della Brigata « Arezzo » pun­tavano sulla Castaldia. Le retroguardie ne­miche, armate di molte mitragliatrici, ave­vano fatto del terreno fra la Castaldia, la macchina idrovora del Consorzio e Paludello, il centro della loro accanita resistenza. Essi avevano l'ordine di difendere a prezzo di qualunque sacrificio le passerelle ed un pon­te di barche gettate sul Piave all'altezza di intestatura e dell'ansa di Chiesanuova su cui ripassavano il fiume le truppe di Csiresics. La nostra artiglieria, tempestando continua­mente la zona, aveva rotto quasi tutti i passaggi. - I1 24 mattina una sola passerella dietro Chiesanuova era rimasta al nemico, e su di essa transitavano frettolosamente in disor­dine, accavallandosi a gruppi impazienti, pre­cipitando a frotte nell' acqua, i soldati nemi­ci. Perciò i mitraglieri austriaci fecero cre­pitare furiosamente le loro armi contro le nostre truppe che premevano energicamente minacciando di tagliare la ritirata ai reggimenti di Csiresics. - I fanti della Brigata «Arezzo » riconquistarono di un balzo la Castal­dia facendo bottino di armi e di prigionieri e respingendo verso l'ansa di Chiesanuova i mitraglieri scampati. La resistenza si concen­trava ormai tutta a Paludello e nei pressi fra le rovine dell' edificio della macchina idro­vora e Chiesanuova. Nelle tre o quattro case distrutte in Paludello, in una grossa fattoria vicina sul crocicchio delle strade di Musile, di Castaldia e di Mille Pertiche che si incro­ciano dinanzi a Paludello, i mitraglieri au­striaci avevano piazzato molte armi. Soltanto sul quadrivio sette mitragliatrici disposte a ventaglio lanciavano raffiche incessanti sulle strade da cui avanzavano i nostri fanti e gli arditi. Su questo semicerchio di mitragliatri­ci si avventarono con otto assalti i riparti della «Arezzo». Un ultimo sforzo alle undi­ci ebbe ragione del nemico. Con una pioggia di bombe a mano gli audacissimi fanti si slanciarono addosso ai mitraglieri austriaci, che furono costretti alla resa. - Nel pomerig­gio non restavano sulla destra del Piave che i difensori dell'ansa di Chiesanuova. - Dal Ca­nale delle Mille Pertiche, dalla palude e da Casa Gradenigo le nostre truppe investirono 1' ultimo nido della resistenza austriaca. Alle 16 l'ansa era spazzata, i mitraglieri catturati, l'ostinazione nemica definitivamente vinta. - I nostri fanti e gli assalitori si slanciarono sulla passerella, verso la quale s'affollavano ancora i soldati della 10.a Divisione austria­ca; vi piazzarono una mitragliatrice sgranan­do fulmineamente raffiche di piombo tutt'in­torno. Lo scompiglio fu tragico. Gli austria­ci sbandati e terrorizzati si gettarono in ac­qua, alzarono le mani. Fu catturato un note­vole numero di prigionieri. - Eseguita rapida­mente la pulizia del campo, scovati dagli ar­gini, dai cannetti e dagli acquitrini gli ultimi gruppi di nemici, dopo mezz'ora sulla riva destra del Piave verso la laguna gli arditi marinai del battaglione «Caorle» allargarono con felici irruzioni le nostre antiche posizioni.

Fu questo l'episodio più tragico: il ter­ritorio di Musile e di Caposile era coperto di cadaveri. Il Cimitero di Caposile contiene 10.000 vittime: e suonano un vivo poema di eroismo le parole scolpite sul frontone di quella campagna macabra:

«Questo lembo di terra italiana

ospita i resti corporei di prodi che se lo contesero

forti nel tenere gli uni, eroici nel riscattare gli altri

egualmente tenaci

Ai vincitori … Ai vinti
la pace di Dio

 

10. - Musile, campo di battaglia, sempre aperto per circa un anno, fu vittima della più raccapricciante distruzione. - I1 parroco Don Tisatto che il giorno 10 Novembre, con un permesso giornaliero concessogli per rintracciare i suoi genitori, vide le rovine della sua parrocchia e della sua Chiesa, de­scrive quella distruzione con poche parole, che fanno intravvedere la catastrofe immane, a cui fu soggetta quella zona, in una lettera diretta ai suoi profughi, e pubblicata nel giornale Elena il primo Dicembre 1918:

«Provai angoscia terribile quando, passato il ponte di S. Donà, mi fermai sull'argine per abbracciare  con uno sguardo la mia  sventurata  parrocchia. Non vidi che un cumulo di pietre.

Mi avvicino alla mia canonica: quasi totalmente demolita: solo qualche muro in piedi. Raggiungo la mia bella Chiesa gotica vero gioiello, degno dal ridente paesello del Basso Piave. La facciata è quasi intatta fino al finestrone rotondo.

Entro, o meglio salgo il cumulo di ro­vine e mi siedo sopra una colonna ad os­servare. I1 cuore mi martella. L'animo mi si strazia. Povera mia Chiesa!

Solo 1'altare del S. Cuore è quasi in­tatto; anche il Tabernacolo maggiore rima­ne sotto la colonnina.

Mi allontano dolorando. I1 Municipio è in terra; le case intorno la piazza tutte de­molite. Del palazzo del Comm. Sicher solo la sala del bigliardo è in piedi. Mi fu detto che in fondo in fondo dietro la macchina del Consorzio sono in piedi delle case: cioè quella della vedova Pasini, di Guerra e di Coppo.

Torno a dare un'occhiata intorno a tut­ti quei mucchi di pietra. Lagrimando risaluto quei cari luoghi e ripiglio la via verso il mio Ospitale, mentre il sole pallidamente volgendo al tramonto illuminava di mesta luce quel disastro.

Dite ai nostri Musilesi che non disperi­no. La loro eroica pazienza non si smarrisca. Per l'opera attiva e sapiente del Governo il loro paese risorgerà.

Là, fra non molto godremo  in pace i frutti della vittoria, che Iddio ci ha regalato per tanti dolori.»

Più tragica ancora la descrizione che con tutta semplicità fa il colono Casonato Antonio in una sua lettera del 13 Gennaio 1919 : «I1 giorno di Natale mi trovavo a Musile; non posso descrivere le condizioni nostro paese: nel contemplare ciò che esisteva, il mio cuore pianse. Un ammasso di rovine! Della Chiesa esiste la facciata tut­ta beccata dalle granate; il palazzo della Ca­nonica non esiste più; la villa Sicher è tutta crollata: quattro mura smoncate ! Mi sono portato alla mia casa: il mio cuore si com­mosse di nuovo: non conoscevo più il po­sto dove era: un mucchio di rovine!»

Queste  righe che  manifestano tutto lo stato d'animo del Sacerdote e del popolo, dan­no chiara la visione  dello spettacolo  racca­pricciante: Musile era stato  trasformato in un cumulo di rovine. Non più  strade, non più  campi,  ma  ovunque   tumuli  dispersi,  camminamenti, trincee, ammassi incomposti! Con cuore straziato, piangendo, D.Tisatto ab­bracciò i suoi cari, ritrovati a Sant'Anastasio, in provincia di Udine; nei pochi giorni che prece­dettero il suo licenziamento, non scrisse che let­tere tristi: la sua corrispondenza epistolare, ten­uta gelosamente da chi scrive queste memo­rie, ha una tonalità così melanconica che op­prime, da vivace ed allegra che era prima.

 

11. - D. G. Tisatto ritornò stabilmente a Musile il prime Gennaio 1919. Musile era ancora deserta; l'unica famiglia, ritor­nata da due giorni dalla profuganza era

quella di Mucelli Candido. - Non potendo di­morare in Musile, per mancanza di qualunque rifugio, tutte le sere si portava in Ceggia, in casa di Pietro Lisier, dove pure abita­vano il Clero e il Sindaco di S. Donà di Piave. Ogni mattina ritornava in Musile; e nella distribuzione della posta alle famiglie di Mu­sile, Croce, Chiesanuova e Passerella, nella compilazione dei buoni per le provviste del pane e degli scarsi generi alimentari, nel disbri­go delle pratiche per il ritorno dei profughi, in una vita, in una parola, di facchinaggio, trovò largo campo di unire gli animi avviliti e prepararli alla cooperazione per quella sa­na ricostruzione morale ed economica che co­stituisce oggi la vera fortuna di quella popo­lazione.

In pieno accordo con le autorità milita­ri e civili, si interessò vivamente per la posa  in opera delle baracche, necessarie a tanti profughi che tornavano a rivedere il loro paese  interamente distrutto; a mezzo delle stesse autorità, servendosi dei prigionieri di guerra, gli ultimi giorni di Marzo potè iniziare i lavo­ri di sgombero delle rovine della Chiesa e della canonica. - Nella cantina di quest'ultima furo­no rinvenuti, del tutto ricoperti dalle macerie, i gioielli preziosi che adornavano l'immagine della  Madonna, e che furono in quel luogo sepolti da D. Ferd. Pasin; l'argenteria inve­ce, che era stata nascosta nella cantina di ca­sa Callegher, non fu più ritrovata: quella can­tina, trasformata in luogo di rifugio, fu più volte abbattuta e sconvolta   dalle granate, e probabilmente   un  corredo  così   prezioso fu disperso dai nostri stessi soldati.

 

12. - A mezzo dell'ottimo Ten. De Castel­lo, il parroco di Musile potè ottenere una ba­racca che fu  adibita ad uso Chiesa, dalle proporzioni di m. 20 di lunghezza per m. 5 di larghezza: fu  inaugurata il 14 Febbraio 1919, e  servì   per il Culto fino al  9 Luglio-1922. - In Marzo dello stesso anno fu in ­qualche modo riattata una stanza  della vec­chia canonica: quella  stanza fino al 13 Giu­gno 1922 servì come cucina, stanza di studio, di ricevimento e di riposo, magazzino, e in­fine come per sala di ricevimento a qualche amico disgraziato che si interessava delle sof­ferenze di un Sacerdote amico ancor più di­sgraziato: bella poesia comica e burlesca, con­trastante, certo non  poco, con la tranquillità oggi concessa, in un magnifico  palazzo,a chi, ha provato la guerra con tutte le  sue priva­zioni e con tutti i suoi  sacrifici. - Nell'Agosto del   1919  si ripristinò il servizio religioso anche a Caposile; ma quella località storica nelle pagine dell'ultima guerra, meriterebbe qualche cosa di più di una baracca o di una semplice cappella: un tempio, monumen­to nazionale, che attesti ai secoli la storia nostra, l'eroismo di tanti caduti, il sangue sparso per la rivendicazione dei diritti e per la libertà della patria, auguriamo sorga pre­sto in quella località sacra, monito ai posteri di quel forte amore alla fede, di quella sin­cera devozione alla legge che trasformarono in veri eroi tutti i combattenti, tutti i caduti sulle rive del nostro Piave.

Intanto le famiglie cominciavano il loro ritorno dalla profuganza. - Per la necessità di sgombrare il terreno dagli avanzi di guerra, l'agricoltura si dovette in gran parte trascu­rare nel 1919 e nel 1920. Alle necessità im­pellenti della vita, allo sgombero del terreno provvidero le autorità pubbliche, civili e mili­tari: degna del massimo encomio la beneme­rita Opera Bonomelli che affidò a D. Tisatto l'incaricato della gestione e sorveglianza di cinque cucine economiche.- Opera provvidenziale, ma densa di noie; perché i malcontenti non mancano mai! Chi assume tali incarichi, deve rassegnarsi ad ottenere, come prima ri­compensa, i frizzi, il sarcasmo, l'imprecazione, e la calunnia; solo, assopita la passione, si apprezza il lavoro compiuto. - Così successe a D. Tisatto; ilare sempre e attraverso dif­ficoltà, assunse e organizzò la gestione delle cucine economiche, di cui due erano situate in Croce di Piave: a trecento bambini si for­nì per circa due anni un cibo sano e sostan­zioso; a Musile, alla Frazione Salsi, a Malipiero, a Caposile e a Croce si ricorda anche oggi il Sacerdote trasformatosi in dispensiere, in infermiere, spesso ancora in vero inserviente dei più poveri e dei più bisognosi.

 

13. - Tante occupazioni non impedirono di pensare alla ricostruzione della Chiesa. -La perizia dei danni di guerra, patiti dall'e­dificio sacro, fu compilata dagli ing. G. B. Schiratti e Arch. G. Possamai; la relazione tecnica fu così formulata: «La parte d'armatura, ancora restante, deve essere demolita intera­mente. – Il ricupero di materiale compense­rà a mala pena la spesa di demolizione; per cui non essendosi computate, nella stima anteguerra, le fondazioni, il valore della Chiesa e campanile in tale stima risulta di Lire 229.288,50: tale è pure l’ammontare del danno. Il quale resta così classificato:

Danni alla Chiesa     Lire 157.226,50

"     al Campanile    "      72.062,00

_____________________

Totale dei danni        L.     229.288,50

 

Si deduce l'importo delle campane, da liquidarsi in separata sede, Lire 14.528,00.

Danno reale subito dai fabbricati Chiesa e Campanile, a prezzi anteguerra L. 214.760,50.

Il 27 Dicembre 1919 la fabbriceria innoltrò al Commissariato di Treviso specia­le delibera, con cui decideva:

« 1. - di chiedere al Commissariato Go­vernativo, presso il Ministero delle Terre Li­berate, la totale ricostruzione della Chiesa parrocchiale di Musile intieramente distrutta per causa di guerra;

2. - d' allegare alla domanda copia del­la perizia giudiziale depositata presso la R. Pretura del Mandamento di S. Donà di Piave, a firma dell' ing. Schiratti, per facilitare gli accertamenti al detto Comitato Governa­tivo;

3. - di chiedere allo stesso che accettasse nella ricostruzione, qualche leggera modifica nella pianta, per meglio adattare la Chiesa alle mutate esigenze del paese, prendendo formale impegnativa di assumere, per la fab­briceria, tutti i maggiori oneri che risultasse­ro dalle modifiche, sopra l'importo periziato ed assegnato dal Ministero.

4. - di proporre al detto Comitato e pregarlo di accogliere un progetto di massi­ma, commesso e già compilato a firma dell'Arch. prof. Giovanni Possamai di Vene­zia, incaricato allo scopo dalla fabbriceria.- f. ° D. G. Tisatto, parroco; Tonetto Giovanni capo fabbriciere ».

L'istanza della fabbriceria non fu accolta dal Commissariato di Treviso: le disposi­zioni di legge prevedevano la ricostruzione della Chiesa da parte del Commissariato unicamente nel caso di ricostruzione identica alla preesistente e qualora 1' Ente pubblica mancasse di quegli elementi tecnici, richiesti per il proseguimento dei lavori e per l'attua­zione di opere a regola d'arte.

Non si perdette un tempo prezioso. Due giorni dopo, il 14 dello stesso mese, fu ri­presentata l'istanza: si affidava intieramente al Commissariato di Treviso la ricostruzione della Chiesa di Musile; non si fece più cenno a modificazioni da introdursi al progetto preesistente: le modificazioni richieste dalle esigenze del culto e dell'arte, si sarebbero ot­tenute in corso di lavoro. - L'Ufficio Tecnico per la Provincia di Venezia, riesaminati i docu­menti presentati, ed espletata una seconda pe­rizia sui danni di guerra patiti dagli edifici sacri di Musile, il giorno 8 Marzo 1922 con N° 3550 di prot. innoltrava la sua relazione al Comm. Governativo di Treviso: «In ot­temperanza alle disposizioni del R. D. 8 Giu­gno 1919, no 925, art. 8, e N° 2094, della raccolta ufficiale delle leggi e dei decreti del Regno, si è compilata 1'unita perizia del complessivo importo di Lire 300.000, - di cui Lire 45.000 a disposizione della Ammini­strazione, - riflettente i lavori per la ricostru­zione .della Chiesa parrocchiale del Comune di Musile. - Si fa presente che la Chiesa distrutta sorgeva in un sito che fu zona di combattimento per circa un anno, e quindi 1'edificio, al pari degli altri vicini, rimase esposto a tutte le vicende belliche della prima linea».

La perizia comprendeva un primo lotto di lavori, non la intiera ricostruzione degli edifici sacri; ultimati questi, si sarebbe prov­veduto alle opere di finimento.

E la perizia e l'istanza furono approvate dal Commissariato di Treviso; il 22 Maggio 1920 il lavoro di ricostruzione fu affidato, con atto di cottimo N° 259, all'Impresa Veneta di Ricostruzione, per l'importo di L. 255.000: il contratto ufficiale fu registrato a Venezia i! giorno 1 Giugno 1920, al N° 6092, voi. 347 A. P.

Approvato così, in linea tecnica, e ap­paltato il primo lotto dei lavori di ricostru­zione, si ripresero subito le pratiche per otte­nere l'ampliamento dell'edificio stesso se­condo il progetto dell'Arch. prof. Possamai. Le pratiche, presentate all'Ufficio Tecnico di S. Donà il 24 Maggio 1920, furono spedite, per competenza, a Mestre, e da Mestre a Treviso. - Si subì un po' di ritardo, ritardo imposto in modo speciale dalla necessità di un controllo lungo e paziente e un confronto che si imponeva fra la somma totale fissata come indennizzo sui danni di guerra e il pre­ventivo per l'attuazione del nuovo progetto. -

Si interessarono del disbrigo della pratica, gli On. Frova e Sandroni. - L'11 Agosto, nel1'Ufficio Tecnico di Mestre, 1' ing. cav. Mirabelli, capo ufficio, e il rappresentante dell’impresa assuntrice dei lavori notificarono al parroco e alla fabbriceria che la differen­za sulle due costruzioni si aggirava sulle 225.000 lire; il progettista aveva prospettato invece una differenza di Lire 68.000!

Fu un momento di illusione per il Sa­cerdote; il quale non affrontò la soluzione del problema, e si riservò di interpellare i suoi Superiori Ecclesiastici e di rimettere a questi una decisione. - E questa giunse, dra­coniana e bellissima nella sua concezione teorica, ma in pratica di non facile attuazio­ne : «Questa Curia, considerato il bisogno dell'ampliamento della Chiesa; tenuto pre­sente la forte differenza per l'esecuzione dei due progetti, è d'avviso che torni più utile alla fabbriceria di Musile eseguire i lavori della nuova Chiesa e del campanile diretta­mente e per conto proprio. -  f.°  Tonazzo - La decisione fu notificata agli uffici gover­nativi di San Donà, Mestre e Treviso; nes­sun ostacolo fu posto dal Commissariato per le TT. LL. l'artic. 8 del Reg. 1919 fissa due vie per ottenere la ricostruzione delle opere pubbliche, e la fabbriceria si valeva d'un suo diritto legittimo. - Si voleva una Chiesa più ampia, più bella, più artistica?

L'entusiasmo è sprone a grandi cose; ma spesso cade e si risolve in un soffio di vento dinanzi alla fredda prosa della matematica, alla più fredda prosa di una mancanza di elementi tecnici specializzati, alla complicata procedura fissata per ottenere gli indennizzi, all'incerta sicurezza di un appoggio conti­nuato di un popolo, animato di buona vo­lontà e profondamente credente, geloso ma anzi della sua bella Chiesa, ma che versava in condizioni infelici, e che, mancante di tutto, doveva lottare per far fronte a tante altre necessità.

 

14.- Così successe a Musile; e fu una fortu­na: oggi probabilmente non avremmo aperti al Culto gli edifici sacri! - I1 popolo era impaziente di vedere ultimata la sua Chiesa, centro di vita nei nostri paesi del Veneto: interpellato il paese, la fabbriceria, presi nuovi accordi con l'autorità Ecclesiastica, venne nella determinazione di ritirare, con apposita delibera, le ultime proposte innoltrate al Commissariato di Treviso, e di pre­gare il Commissariato stesso a riprendere il lavoro di ricostruzione della Chiesa seguen­do in tutto il disegno preesistente alla guerra. L'Arch. Possamai, a cui la fabbriceria ave­va affidato lo studio per un ampliamento del disegno, fu liquidato di tutte le sue com­petenze con Lire 10.000, e il lavoro si ini­ziò: il 4 Giugno 1921 il primo lotto dei lavori era ultimato. – Il collaudo ufficiale eb­be luogo il 13 Dicembre 1921 con l'interven­to dell'ing. Giuseppe Leva, capo gruppo e direttore dei lavori, il Geom. Arus Luigi, e l'ing. Gera Bindo, rappresentante dell'impre­sa costruttrice; ingegn. collaudatore il cav. uff. Ernesto Rodrigues, direttore dell'Ufficio Tecnico Speciale di Treviso. - I lavori furono liquidati in Lire 275.512,62.

Ma prima che fossero ultimati i lavori fissati dal primo lotto d'appalto, l'Ufficio Tecnico dì S. Donà aveva compilata la pe­rizia dell'ultimo lotto, comprendente tutti i lavori di finimento degli edifici sacri. - La pe­rizia è del giorno 8 Aprile 1921: sottoposta all'esame del Comitato Tecnico il 16 Aprile, fu approvata il 29 dello stesso mese. - Alla fabbriceria, che si mostrava preoccupata e te­meva una sospensione dei lavori in attesa dell'espletamento delle pratiche, il Commis­sariato di Treviso dava assicurazione della deliberazione presa con il seguente documen­to: «Vista la (nuova) perizia (dell'8 Aprile 1921 dell'importo di Lire 420.000,00, di cui Lire 63.305,75 a disposizione dell'ammi­nistrazione per imprevisti, nonché la nota 8 Aprile 1921, N° 3621, dell'Ufficio speciale per la Prov. di Venezia, con cui si fa presente che la detta perizia contempla l'esecuzione delle opere necessarie per la completa ulti­mazione dei lavori; e che mediante gli stessi la Chiesa risorgerà tale e quale era prima della sua distruzione, non essendo state pre­viste varianti di sorta;

vista la precedente deliberazione 2 Giu­gno 1920, N° 82, con cui questo Comitato approvò la perizia 8 Maggio 1920, redatta dall' Ufficio Tecnico Speciale di Venezia per provvedere alla esecuzione di un primo lotto dei lavori di ricostruzione della Chiesa (di Musile) per l'importo di Lire 300.000,00;

considerando che la nuova perizia per l'esecuzione dei lavori del secondo lotto in massima non da luogo ad osservazioni in linea tecnica;

approva, in linea tecnica, la perizia per la esecuzione del secondo lotto dei lavori di ricostruzione della Chiesa parrocchiale di Musile  nell'importo di Lire 420.000,00. - f.to Gioni».

- In questo lotto era pure compresa la ricostruzione del campanile; per il quale era stata fissata la cifra di Lire 289.000,00.

Al Commissariato di Treviso che doman­dava con lettera 2 Agosto 1921 per quali motivi la fabbriceria rinunciasse pure alla esecuzione diretta del campanile, che avreb­be dovuto sorgere in tutto conforme al precedente, il 30 Agosto la fabbriceria giusti­ficava il suo modo di agire con la seguente dichiarazione: «Letta la Commissariale del 6 Maggio p. p., in risposta alla delibera della fabbriceria del 14 Aprile c. a. ; considerato che assumendo il lavoro del campa­nile per conto proprio ne avrebbe danno l'impresa Veneta, la quale ha già iniziato il lavoro, portando la muratura all’altezza di circa quattro metri, e tiene pronto il mate­riale per il compimento; constatato che la fabbriceria non ha elementi tecnici né fon­di, e che l'urgenza di eseguire l'opera non consente di attendere il finanziamento da parte del Ministero del Tesoro, viene delibe­rato di affidare al Min. TT. LL. la ricostru­zione del campanile quale era prima della guerra. - f.ti D. G. Tisatto, parroco; Vazzoler Giovanni, Casonato Antonio, Montagner Angelo, fabbricieri."

 

15. - Così nessuna sospensione ebbero i lavori in Musile di Piave. L'impresa costruttrice che esplicò tutta la sua attività, e la di­rezione dei lavori, sempre tenuta con vera passione dall'ing. Giuseppe Leva, in breve tempo condussero a termine un'opera che desta 1' ammirazione degli intelligenti dell'ar­te. - I1 19 Luglio 1922, la Chiesa, ultimata anche nella sua parte decorativa, si apriva, fra il comune entusiasmo, al Culto pubblico, previa,la benedizione rituale impartita dal parroco: in quella circostanza furono ammessi alla prima Comunione più di cento bambini di Musile: quelle anime semplici, che avevano sofferto nel periodo della profuganza, furo­no il primo fiore delicato offerto a Cristo nel nuovo tempio artistico innalzato in suo onore. - In Settembre dello stesso anno era ultimato l'artistico e grazioso campanile.

Nessuna disgrazia si dovette lamentare durante la prosecuzione dei  lavori.

 

16. - Edifici artistici! - Già lo erano pri­ma della guerra. - La Chiesa sorge sulle rovine di quella edificata nella nuova piazza del pae­se, distante dagli argini; è di snello stile gotico con leggere modificazioni sul vecchio dise­gno. 11 prospetto sempre a tre navate, fu scre­ziato con armoniosa policromia di pietre tin­te in rosso e giallo, rendendo così più cal­do e intonato il colore d'assieme. – Il roso­ne della navata centrale venne ingrandito ed invece di un traforo a ruota ne presenta altro a quattro trilobi. La bianca sagoma del­la pietra artificiale con la quale è lavorato, si distacca vivacemente dallo sfondo. - Il portale maggiore e i due laterali si delineano

con leggiadria di addentellati e con esatta proporzione dell'arco acuto. - Sopra le para­ste angolari si innalzano eleganti pinnacoli in pietra di Chiampo ed in alto del frontone della navata centrale si eleva una croce ele­gantemente fregiata in ferro battuto: il pan­nello sopra la porta principale segue la linea ogivale dell'arco. - L'interno della Chiesa è decorato di affreschi ornamentali in puro stile gotico. La navata centrale, sorretta da due ordini di colonne di marmo colorato e basi e capitelli gotici in pietra di Chiampo, ha la volta centrale a crocera a sesto acuto, decorato sulla guida delle decorazioni della Chiesa del Santo di Padova con tinte a tem­pera. - Lateralmente si trovano i locali delle sacristie (quattro:due inferiori e due superio­ri); l'abside è pure come il preesistente, a pian­ta poligonale, a cinque lati, con finestre mol­to allungate a sesto acuto. - Le dimensioni in­terne della Chiesa sono: lunghezza (all'estre­mità dell'abside ) m. 32.40; larghezza (mas­sima delle tre navate) m. 15.40; altezza m. 15.

Sui finestroni delle navate, come su quelli dell'abside e sui rosoni, riflettono austera e riposata luce i vetri rullati. - I1 nuovo cam­panile alto m. 52 (croce compresa), a diffe­renza di quello crollato, presenta molto spor­genti i quattro frontoni sopra 1'alta e spa­ziosa cella campanaria; furono aggiunte quat­tro bifore che sveltiscono e rendono snello lo stile del campanile. – Il progetto della rico­struzione e le modificazioni furono studiate dall'Ufficio Tecnico di S. Donà, diretto dall'ing. G. Leva.

Giustamente fu scritto: «Musile ha un tempio che degnamente può adornare una città: - il Governo con signorilità cospicua non ha mancato anche qui del profondo ri­spetto dovuto al Culto e all'Arte ».

 

17. - Le campane. - Non furono levate dal­la cella campanaria; abbattuto il campanile, fin dal Novembre 1917, rimasero sepolte sot­to le sue macerie e i frantumi probabilmen­te furono asportati dai nostri soldati. Nessun documento ci conferma il luogo della loro destinazione, coinvolte in quel caos di di­struzione e di sperpero che è un campo di battaglia, specialmente nella sua prima linea di fuoco; - soltanto una grossa scheggia fu trovata nella campagna di Montagner Pietro, a circa mezzo Km. lontano dalla Chiesa par­rocchiale, forse lanciata il 16 Novembre, quando una granata di grosso calibro colpì la cella campanaria. - Erano state fuse dalla rinomata Ditta De Poli di Vittorio Vene­to nell'anno 1899, e pesavano complessiva­mente Kg. 2159. Di timbro perfetto, come tutte le campane della Ditta De Poli, - con tonalità in mi bemolle - fa - sol, - erano l'orgoglio del buon popolo che giustamente le paragonava alle campane di qualche gros­so paese circonvicino, più pesanti, ma meno armoniose. - La fusione delle nuove campa­ne, fornite per interessamento dell' Opera di Soccorso di Venezia, dal Commissariato di Treviso, fu affidata alla Ditta Cobalchini di Padova, con contratto del 15 Aprile 1921:

intonate  in - mi - fa diesis - sol diesis - e dello stesso peso, giunsero a Musile il 31 Lu­glio 1922: su un carro trionfale trasportate a Musile, ricoperte di fiori, furono ricevute con entusiasmo dalla popolazione che rivedeva in esse le sorelle, vittime   della grande guerra. Furono consecrate da S. Ecc. Mons. Vescovo il 10 Agosto dello stesso anno:  ad esse fu­rono imposti i nomi di Donata,  Maria e Agnese;   funsero  da padrini alla cerimonia i signori Casagrande Augusto, Bortolotto Pie­tro e Dalla Mora Giovanni. - Le nuove cam­pane portano tutte 1'iscrizione che rievo­ca la loro origine e i grandi fatti della guerra:  Me fregit furar hostis - at hostis ab aere revixi - Italiam claram voce Deumque canens». Sono  pure  fregiate rispettivamente di altre diciture e di immagini sacre; sulla prima, la maggiore: «Ab omni malo paraeciam, quaesumus, libera Domine»,  con le immagini di Cristo Redentore, Mad. della Salute, S. Do­nato V. M.; sulla seconda : «Tu eis, Domi­ne, dona  requiem  et  locum   indulgentiae», con le immagini del Crocifisso, Madonna del Carmine, S. Giuseppe; sulla terza: «Custo­di  nos, Domine, ut pupillam oculi», con le immagini di Gesù che   benedice i fanciulli, Maria Immacolata, Santa Agnese, S. Luigi.

Su castello di ferro, costruito solidamente  dalla Ditta  Morellato Giuseppe di Falzè di Trivignano, il 24 Maggio 1923, anniversario dell'entrata in guerra dell'esercito italiano e festa di Maria Ausiliatrice, dopo il tramonto, appena ultimato il lavoro di assestamento, quelle campane suonarono a festa: quel suo­no che da otto anni non si sentiva più ripe­tere in quella località bagnata di tanto sangue e teatro di tante rovine, portò un sussulto di gioia in tutti i cuori: le anime di tanti morti, associate alle anime di tanti vivi, tutti provati dal dolore e dalle tribolazioni, si abbracciaro­no in un impeto di entusiasmo per invocare pace e concordia, lavoro e ricostruzione, per impetrare le benedizioni celesti su chi tanto aveva patito, per esternare l'inno del ringra­ziamento a Dio e a tanti benefattori ; dall'al­to dei cieli, i cuori sentirono piovere una gioia insolita: Maria veniva invocata in un modo del tutto nuovo. In quel momento, tramontato il sole, si udirono rivivere di una vita del tutto nuova nel loro profondissimo concetto i versi del poeta:

 

Un oblio lene de la  faticosa
vita, un pensoso sospirar quiete,

una soave volontà di pianto
l'anime invade.

Taccion  le fiere e gli uomini e le cose;

roseo il tramonto ne 1'azzurro  sfuma;
mormoran gli alti venti ondeggianti:
Ave Maria.

 

18. - In Giugno la Chiesa fu fornita dell'Al­tare Maggiore:  in stile gotico, in marmo di Carrara con unica mensa e prospetto lavora­to in fregi, secondo lo stile della Chiesa, è opera degli scultori Scarante e Andreozzi di Pietrasanta. - È incompleto : manca del secon­do gradino, necessario per sostenere le ope­re ornamentali, e della relativa custodia con il Trono. - La fabbriceria richiese l'ultima­zione dell'opera: l'ing. capo dell'ufficio Tec­nico speciale di Treviso, in data 3 Luglio1923 N. 11292 assicurava che il lavoro sareb­be stato presto condotto a termine: il dise­gno e il preventivo di spesa furono già ri­chiesti all'impresa costruttrice.

 

19. - 1 danni ai beni mobili furono rilevan­tissimi. La denunzia presentata dalla fabbri­ceria fa ammontare in Lire 105.168,00 l'in­dennizzo spettante per il risarcimento. - Non è esagerata la cifra: a Musile nulla o quasi nul­la si potè salvare di ciò che costituisce il corredo della Chiesa: arredi di sacristia, og­getti preziosi, lampade e bronzi, ornamenti e forniture, apparamenti sacri, tutto andò di­strutto. - Nessun indennizzo è stato ancora ot­tenuto dal Commissariato di Treviso; nessun sussidio si potè avere dall'Opera di Soccorso di Venezia. La fabbriceria ha unicamente ot­tenuto, a mezzo dell'Istituto Federale di Cre­dito per le Venezie, un anticipo di Lire 15.000 che non furono sufficienti a provvedere neppure il minimo indispensabile. L'ammontare delle spese finora sostenute risale già a Lire 52.000.00, e da una relazione inviata alla Curia di Treviso tali spese sono così specificate.

1. Banchi                                                                                                    L.    8.500

2. Battistero                                                                                              „      2.400

3. Confessionali                                                                                         „      2.000

4. Via Crucis in perfetto stile con la  Chiesa                                        „      1.200

5. Statua della B. Vergine, con trono gotico                                      „      5.000

6. Statua di S. Valentino                                                                         „         800

7. Impianto luce elettrica                                                                         „      1.853

8. Apparamenti sacri, opere di ornamento, effetti di Sagrestia e
spese varie                                                                                              „    30.247

-------------

Totale Lire         52.000.

 

La spesa è forte; eppure, ripetiamo, non rappresenta intieramente il corredo liturgi­co richiesto per il Culto. Agli impegni as­sunti, ai nuovi acquisti la fabbriceria prov-vederà con gli indennizzi che anche per Mu­sile ci auguriamo siano quanto prima liqui­dati.

 

20. – Il 6 Agosto 1923 la bella Chiesa di Musile fu consacrata da S. Ecc. Mons. Lon-ghin Vescovo di Treviso. «Fu un avveni­mento di straordinaria importanza, perché venne a coronare gli sforzi di risurrezione di questa deliziosa contrada che si stende sotto un ciclo maestoso lungo le sponde del Piave e del Sile, là dove l'anima italiana per il valore dei suoi bersaglieri; dei suoi fanti e granatieri, arrestò nel Novembre, 1917 e nel Giugno 1918 la marcia avvol­gente dell' invasore. - La bella Chiesa goti­ca domina lo storico quadro del Basso Pia­ve, e sembra sublimare di un perenne e di­vino sorriso quella pianura che vide gli or­rori della guerra terribile. - I1  popolo di Musile guidato dal suo parroco, anima ar­dente di Sacerdote e di Pastore, volle pre­pararsi alle glorie della consacrazione con fervore cristiano. L'alba del 6 Agosto vide lo scatto spontaneo di questo popolo, che raccolto in corteo, fra 1' ondeggiare dei suoi vessili cristiani, in armonia con la festività solenne delle campane e l'austero sparo dei classici mortaretti, mosse incontro al vene­rando Pastore della Diocesi. - I1 rito mae­stoso della consacrazione si susseguì fra l'emozione del clero e del popolo, inondando del suo fascino soprannaturale quanti assi­stevano in silenzio e in preghiera. Fra gli incensi, i canti e le benedizioni, gli Altari e la Chiesa ebbero la loro sublimazione. - Ultimata la consacrazione, ascese l'Altare, nuovamente dedicato a S. Donato, il Parro­co D.Giov. Tisatto, evidentemente commosso, mentre la Schola cantorum, alternativamente, con tutto il popolo,   mandava al Cielo il

canto festoso. Presenziavano alla Ceri­monia il Clero della Forania di S. Donà e Don Ferdinando Pasin, già Vicario di Musi­le; il Ministero delle T. L. era rappresenta­to dall' ing. Giuseppe Leva. - Al Vangelo Mons. Vescovo, fra 1' emozione dei fedeli rievocò i fasti religiosi di Musile, i dolori del suo esilio, i trionfi della sua fede arden­te. Rilevò ed elogiò l'intraprendenza e lo zelo fecondo di D. Giov. Tisatto che seppe tener deste le energie per la pronta risurre­zione spirituale del paese; ricordò l'opera di D. Ferdinando Pasin, che assistette da vicino nei giorni della ritirata e nei mesi dell'esilio, nelle varie contrade d'Italia, le fa­miglie fuggitive e doloranti. - Con tenerezza di padre benedisse quel popolo intero, men­tre le fronti dei vecchi come dei giovani, su cui facevasi scorgere ancora il segno di tragici ricordi, si chinavano in preghiera ed in adorazione verso Dio.»

La Chiesa di Musile fu la prima, fra le risorte nel Lungo - Piave, che fu consacrata dopo la lunga guerra. - Quante volte, da lon­tane contrade, in mezzo a gente sconosciuta, quei figli di Musile avranno guardato a questo giorno! Quante volte nella loro fede ardente avranno auspicato alla risurrezione della loro bella Chiesa! 11 voto è raggiunto; il sogno si è realizzato: giustamente Musile tutta fu in festa il 6 Agosto 1923: con pro­gramma intonato a dignitosa letizia, celebrò in molteplici e svariatissimi festeggiamenti le sue glorie, facendo vibrare lontano lon­tano le sponde del fiume glorioso.

 

21. - Presso la Chiesa, al suo lato destro, sulle fondamenta del vecchio Municipio, sorge 1' Asilo, istituzione nuova per Musile, reclamato dalle nuove esigenze e futura sorgente di gran bene morale per la gioven­tù. - Il terreno fu regalato dal Comm. Sicher Andrea: il fabbricato fu costruito con la elargizione di Lire 14.000.00 della Signora Costanza Bressanin, con l’incasso di Lire 25.000,00 ottenuto da una pesca di beneficen­za e con le generose offerte del popolo. - Il progetto e la direzione tecnica dei lavori fu as­sunta gratuitamente dal Sign. Nicola Bizzarro.  Sarà quanto prima inaugurato ufficialmente: i bambini di Musile, sotto la direzione delle Suore, impareranno maggiormente ad amare quella fede e quella patria che trasformarono in  veri eroi i loro padri, e pregheranno . i per tutti i benefattori che, con sacrifici fi­nanziari e con sapiente collaborazione intellettuale, attuarono un piano di ricostruzione e di elevazione lungamente vagheggiato an­che prima della guerra. - Però non bisogna dimenticare che a Musile, già fin dal 1920, con le offerte del popolo, e sotto la presi­denza e direzione del Cav. Dott. Rizzola, medico del paese, ha funzionato e continua a funzionare  in una  baracca un Asilo che accoglie una cinquantina di bambini.

Un'altra opera è sorta presso la  Chiesa:  è frutto dei piccoli  risparmi del Sacerdote  Don Tisatto. - Una sala, delle dimensioni di  m. 17 per 7, fu  ultimata  nel 1923. È de­stinata a servire per l'istruzione religiosa ai bambini, per scuola   serale di religione e di musica, per adunanze delle varie associazioni. - Fu inaugurata il 24 Gennaio 1924 con una splendida conferenza sulle Missioni della Cina, tenuta dal P. Urbano dei Minori Francescani.

 

22.- La Canonica, come si disse, fu rasa al suolo. Di proprietà del Comune, fu da questo espletata tutta la procedura per gli indennizzi e per la ricostruzione che fu pure affidata al Commissariato di Treviso. - Fu cambiata località  la canonica esisteva un giorno dove attualmente sorge la Sede del Municipio. - La perizia, compilata dall' Ufficiò Tecnico Speciale di S. Donà in data 13 Agosto 1920, fissa quale indennizzò, la somma,di L. 140.000,00  con tale cifra fu costruita  con  proporzioni maggiori della preesistente, la nuova canonica: consta di due piani, con quindici vani e due ampi granai. E’ pure dotata di una sufficiente adiacenza per uso stalla, fienile e cantina.

 

23. - L'oratorio di Caposile, raso al suolo durante la guerra, sorgerà presto, noi lo auguriamo, più bello di prima, dalle sue rovine. Ne sono proprietari i Signori Argentini Giu­seppe e Saccomani Vincenzo di Musile. - Sono ancora pendenti le pratiche presso 1'Inten­denza di Finanza di Venezia: ma ultimate queste, si darà inizio ai lavori. - Siamo assicu­rati da una lettera del Commissariato di Treviso del 10 Nov. 1923, diretta alla stessa Intendenza di Finanza, e di cui copia, per conoscenza, fu spedita alla fabbriceria di Mu­sile: "Questo Istituto, ritenuta la propria com­petenza nei riguardi della ricostruzione della Chiesa di Caposile, in Comune di Musile, in virtù dell'Ari. 10 della Legge 10 Dicembre 1922, N° 1722, ecc... fa presente che es­sendo stati i lavori di riparazione dalla fab­briceria interessata domandati a questo Isti­tuto con deliberazione del 30 Giugno a. c., questo Commissariato potrà dare inizio ai lavori stessi solo quando avrà accertato che nulla, per tale titolo, è stato né sarà corrispo­sto alla Ditta Argentini proprietaria dell' edi­ficio. f.to Ravà,,.

Noi lo auguriamo! - Lo vagheggiamo, quell'Oratorio, monumento di fede e di pre­ghiera innalzato ai morti di Musile e di Ca­posile. - La famiglia Argentini, cedendo, come noi siamo sicuri, l'indennizzo spettante per leg­ge sui danni patiti, eternerà il suo nome fra i veri benefattori di quella zona martoriata dalle  granate nemiche. E quel suolo diverrà maggiormente sacro.

Nell'ora tragica della sconfitta, giunsero qui, cantando, i nostri soldati da tutte le parti d Italia: ciascuno portava sulla palma dorata il proprio cuore; comparvero come le promesse invisibili del tempo quando il velame del futuro si squarciava sotto la mano di Dio. - Nell' ora della prova opposero alla irruzione violenta del nemico il loro petto, vero muro di bronzo, contro cui si infransero i più terribili assalti. - Sono caduti: ma la loro caduta assunse in ore fosche e trepide il significato di onore nazionale fulgidamente rivendicato.

Nel Cimitero di Caposile dormono il sonno dei giusti. Le piccole croci guardano
a migliaia, racchiuse in quel sacro recinto: il forestiero, che arriva a Caposile, sente la voce di quei morti, gira attorno a quel recinto, dilata gli occhi per abbracciare quell'immensa distesa, prega, e, indugiando in pie meditazioni, acquista lena per le ardue ascensioni e per le lotte più ardue della vita: così la fede e la preghiera infrangono le barriere che separano i vivi dai morti e creano le dolci comunioni degli eletti.

Questa unione, questa dolce comunione, si sentirà più spiccata dinanzi a  Cristo sanguinante  sulla  Croce che verrà posto sopra l'altre del nuovo Oratorio di Caposile. Con le braccia stese chiamerà i viventi alla, preghiera e al ricordo dei morti; e a questo appello un popolo di morti scuoterà il legge­ro velo di terra, e verrà lui pure, a prostrar­si dinanzi all’altare del Dio vivente, per udi­re un'altra volta quella parola di fede che sostenne il soldato italiano fra il lampeggiare delle spade e la tempesta della mitraglia: «Il giorno della tua risurrezione non è lontano!».

Caposile di Musile, 27 Gennaio 1924

Sac. Dott. C. Chimenton