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UN NUOVO SACERDOTE PER LA COLLABORAZIONE: DON FLAVIO ZECCHIN

don flavio zecchinBiogra a in pillole

Ho 57 anni, sono originario di Ormelle (Tv), terzo di cinque fratelli. Mons. Antonio Mistrorigo mi ha ordinato sacerdote nel 1985 e inviato a Marcon (Ve) per cinque anni, come vicario parrocchiale. Nel settembre 1989 sono stato chiamato nel Seminario diocesano di Treviso come educatore dei giovani di teologia che si preparano a diventare sacerdoti. Nel settembre ’99 ho concluso il mio servizio in Seminario e Mons. Magnani mi ha affidato la parrocchia di S. Zeno di Treviso, dove sono rimasto per 10 anni. Contemporaneamente, dal 1999 al 2011, sono stato anche Assistente spirituale degli scout AGESCI per la zona di Treviso. Poi, mons. Mazzocato nel 2009, mi ha chiesto la disponibilità di passare a Carbonera, servizio che cesserò all’inizio di ottobre, per passare – su richiesta di Mons. Agostino Gar- din – alle parrocchie di Musile e Chiesanuova. 

All’inizio del mio servizio tra voi

Confesso che la proposta del vescovo Agostino Gardin mi ha colto di sorpresa: non avevo esattamente in mente un trasloco, per questa estate. Con la comunità di Carbonera si era in dirittura di arrivo per la costruzione dell’oratorio, atteso da 60 anni, visto che le strutture parrocchiali ammontano a n.3 (tre!) stanze, per 5.000 abitanti... Ma tant’è. Quarant’otto ore, e tutto s’è deciso. La vita di un prete è a servizio dei cristiani di una diocesi; è donata - così com’è - agli uomini. E’ questo il nostro modo di seguire il Signore Gesù, che non aveva nemmeno un sasso dove posare il capo. Anche se io sono più impacciato del mio Maestro, perché grava- to da qualche quintalata di libri, aggeggi elettronici di ordinanza e carabattole varie.

Dio non sta mai alle spalle

Dio non sta mai alle spalle. Non appartiene al passato, custodito nei ricordi. È un Dio vivo, più vivo di noi: sta al presente e ci chiama dal futuro (don Germano Pattaro, sacerdote di Venezia, + 1986).

Il mondo greco classico aveva

il suo emblema in Ulisse il cui programma di vita era nel ritorno (il nóstos) al passato, nella sua Itaca; la vita è il viaggio della nostalgia nell’orizzonte che ci sta alle spalle.

Il mondo d’oggi, invece, è solo presente. Jack Kerouac (1922-1969), uno dei maggiori scrittori americani, teoriz- zava che “sulla strada” (è il titolo di uno dei suoi libri più noti), attraverso le esperienze della vita, uno comprende chi è, si libera dalle convenzioni sociali soffocanti e trova la libertà per la propria esistenza. La vita è un viaggio. Ma senza stelle di riferimento, diventa un eterno vagare senza alcun un porto dove trovare riposo (Kerouac muore asservito a droga e alcool)...

Anche Abramo “partì senza sapere dove sarebbe andato” (Ebrei 13, 8), ma una stella ce l’aveva. Viveva nel presente, ma chiamato dal futuro, dalla promessa di una terra ed una discendenza che Dio gli avrebbe donato.

Abramo è il simbolo del mondo biblico che, coi piedi ben piantati nel presente, sta col capo eretto a spiare il futuro di Dio, e cammina con le vesti cinte e la lampada accesa. Il cristiano attende, oltre il presente aspro e amaro, che si compia l’invocazione nale dell’Apocalisse: “Vieni, Signore Gesù!”.

Qualunque cosa ci capiti, siamo inviati a rimanere sempre con un Dio vivo che sta nel presente ma ci chiama e ci conduce nel futuro che ci porterà nuova vita. Così, sempre, da cristiani, si riparte. Con Dio, con i fratelli, verso il futuro di Dio.

Chiamati al futuro

Molte cose la gente si aspetta da un prete. Qualcuno sogna sia come “Braccio di ferro”, risolutore di ogni problema.

Mi dispiace: non conosco quella varietà di spinaci...

Una cosa però mi piacerebbe riuscire a fare. L’abate Henry Huvelin, che convertì e fu padre spirituale di Charles de Foucauld nella seconda metà dell’800, diceva: “Il prete non è lì per dare delle idee, ma per aiutare la grazia”. Mi piacerebbe riuscire ad aiutare la grazia di Dio, che in queste comunità lavora da tanti secoli. 

Lo Spirito Santo sof a sempre e dovunque e la sua forza penetra nei cuori che gli si aprono.

Aiutare la grazia di Dio, con la parola, i gesti, il dono dei sacramenti (oppure tentare di ostacolarla il meno possibile con i miei limiti...) è il massimo che si possa sperare come preti, ma anche come credenti.

Le idee, lo spirito di iniziativa, la bontà, il coraggio vengono dopo... non sono essenziali. Fanno parte di quei talenti che Dio concede gratuitamente ad ognuno e che abbiamo il compito di moltiplicare con il nostro impegno.

La parrocchia è una comunità che cerca di vivere l’amore reciproco e di camminare insieme verso la vita eterna. Riuscirci, è un miracolo del Signore che ci dona di superare i nostri egoismi per metterci a servizio gli uni degli altri.

Che il Signore ci doni di continuare a camminare verso questo futuro!

d. Flavio Zecchin