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...Da via Casebianche: Intervista a Diana e Giampietro

L'esperienza della comunità del "Girotondo" ha fatto parte della comunità di Musile per vent'anni; ora che si è conclusa, Giampietro e Diana ci hanno raccontato la loro storia. Il desiderio di creare una realtà per l'acco- glienza di bambini e ragazzi che ne avessero bisogno, nasce dal desiderio di entrambi, quando ancora erano giovani e danzati, di fare qualcosa diverso rispetto alle attività di volontariato già presenti in parrocchia (cate- chismo, campiscuola...)

Il sogno, inizialmente, consisteva nel creare una vera e propria famiglia-comunità ispirata ai primi gruppi cristiani, in cui più famiglie mettevano in comune i loro beni, un concetto, insomma, di famiglia allargata. Anche se non è stato possibile realizzare tutto questo, comunque si presenta presto per Giampietro e Diana la possibilità di dar vita ad una famiglia allargata, grazie all'affidamento. Dopo quindici giorni dal momento in cui hanno dato la loro disponibilità, arriva il primo bambino: inizia così l'avventura del Girotondo, di quella grande casa circondata dalla campagna di Musile, che è stata una delle prime realtà nel nostro territorio ad offrire tale servizio.

 

In vent'anni sono stati ospitati dalla comunità circa una cinquantina di bambini e ragazzi, di diverse età, nazionalità, religioni e con diversi vissuti alle spalle. Sebbene queste diversità potessero sembrare difficili da gestire, hanno portato una ricchezza in nita: i gli di Giampietro e Diana infatti, riconoscono che essere cresciuti in questa realtà, per quanto potesse sembrare difficile vedere i propri spazi e la propria tranquillità un po' "ridotti", ha permesso loro di comprendere quanto spesso a volte ci si lamenti per cose molto banali quando le vere difficoltà della vita sono ben altre.

Naturalmente l'esperienza non ha dato molto solo a chi ha prestato servizio, ma anche ai piccoli ospiti della grande casa; con circa la metà di questi ragazzini, ormai adulti, c'è ancora un ottimo rapporto, a volte anche recuperato nel tempo, dopo che i ragazzi, ormai diciottenni, avevano abbandonato la casa.

È stata un'esperienza quindi forte, intensa, certamente bella, ma non priva di momenti difficili. Ciò che però ha permesso alla coppia di portarla avanti è stato l'impegno che avevano preso davanti a Gesù di fondare e portare avanti un luogo che potesse accogliere e permettere l'educazione di ragazzi in difficoltà, che avessero bisogno di un sostegno. E loro stessi sentono che il Signore li ha accompagnati in questo percorso, dall'inizio no al momento della conclusione, che non è stato cercato o forzato, ma nemmeno rfiutato; quando è arrivata infatti la proposta di permettere ad un'associazione di prendere la casa per avviare un altro tipo di attività di volontariato, non c'è stata nessuna sofferenza nel distacco, così come ora non c'è nostalgia. Giampietro e Diana sentivano la casa non come una loro proprietà, ma come la casa dei bambini, che era stata costruita da tante persone che avevano collaborato in maniera gratuita, facendosi, insieme a loro, strumenti per mettere in moto un servizio per il bene di altre persone. Perciò, con serenità, riconoscono che la casa è stata fatta per accogliere e continuerà ad accogliere... chi il Signore vorrà. 

Elena De Piccoli