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Lettera di don Flavio a tutte le famiglie

don-flavio-don-armandoCarissime amiche, carissimi amici di Passarella, Santa Maria di Piave e Caposile, mentre mi accingo a “prendere il largo” e, con tanto dispiacere, ma anche con in cuore immensa gratitudine al Signore e a tutti voi, vi scrivo questa lettera prendendo spunto da queste splendide parole che San Paolo indirizza ai cristiani di Tessalonica. Per la verità sono parole che hanno sempre accompagnato il mio cammino di prete e mi sono tornate alla mente e al cuore specialmente nei momenti di “passaggio”.

 Le sento parole importanti, soprattutto per chi svolge nella Chiesa un compito di educazione: penso non solo a me prete, ma anche ai genitori, alle catechiste e catechisti, alle educatrici ed educatori, agli insegnanti, agli allenatori, a tutti coloro che sono ‘semplicemente’ appassionati nel prendersi cura di altri. “Avremmo desiderato darvi non solo il Vangelo di Dio, ma la nostra stessa vita, perché ci siete diventati cari”.

E’ vero, non sempre sono riuscito in questi anni a trasmettervi il Vangelo, a viverlo io per primo per poi donarlo a voi. Riconosco tutti i miei limiti e le mie insufficienze, talvolta sono stato pigro, preso da altri e tanti pensieri, altre volte, come dice sempre San Paolo, non ho fatto il bene che desideravo fare, ma il male che non volevo (Rom 7,19). Se non ho saputo darvi sempre il Vangelo, tanto più sento di non avervi dato la mia vita, nel senso del pieno del mio tempo, delle mie energie. Avrei desiderato tanto fare di più... ma non ci sono riuscito. Una cosa però è certa: mi siete diventati cari! Proprio questo essermi diventati tanto cari, mi fa provare la fatica del distacco. San Paolo prima di pronunciare la frase con cui ho aperto questa mia lettera, usa un’espressione commovente: “siamo stati amorevoli in mezzo a voi come una madre nutre e ha cura delle proprie creature”. Chi mi conosce sa che spesso mi sono lasciato prendere dall’emozione nel citare i passi della Scrittura in cui si parla dell’amore di Dio come dell’amore paterno e materno assieme: è bello contemplare nelle parole dei Profeti dell’antico Testamento e nei Salmi, ma anche e soprattutto nei gesti di Gesù narrati nei Vangeli, i tratti del Volto di Dio che è Padre e Madre. Soprattutto quando si scopre che Gesù “prova compassione” per la folla stanca e sfinita, quando si china per curare e guarire, quando offre il perdono... La compassione che non significa compatimento, ma letteralmente “sentirsi fremere le viscere”, proprio come la mamma vicina al bambino che piange perché sta male.

Ecco, cari amici, avrei voluto tanto essere tutto questo, non sempre ci sono riuscito e ve ne chiedo perdono! Soprattutto chiedo perdono a coloro per i quali sono stato di “scandalo”, nel senso di ostacolo alla fede, con il mio comportamento, con i miei atteggiamenti. Avrei tanto voluto avvicinare, invece ho allontanato qualcuno, malgrado le mie più buone intenzioni.
Permettete che faccia memoria del mio e nostro caro “nonno” don Armando: non avrei mai pensato che, ad un certo punto del mio cammino di prete, mi capitasse di spendere parte del mio tempo a stare seduto accanto a questo piccolo, grande e vecchio prete a... fare le coccole! Quando il Vescovo Andrea Bruno mi 

chiese di assumere l’incarico anche di Caposile ero tanto preoccupato, sia perché diventava la terza parrocchia e, quindi, si trattava di ricalibrare il mio tempo e rivedere i programmi pastorali concreti, sia perché temevo che don Armando non avrebbe accettato la mia presenza. Invece, a parte un primo periodo di suo comprensibile smarrimento, le cose sono andate bene e si è creato tra noi un clima davvero bello, amichevole, addirittura più che tra padre e figlio... tra nonno e nipote! Nei due anni e mezzo trascorsi assieme a lui, ho scoperto la bellezza e l’importanza della tenerezza e della familiarità. Quanto bisogno c’è, oggi più che mai, di tenerezza, di ascolto, di sentirsi accolti, capiti, amati... Don Armando me l’ha testimoniato. E io, talvolta, anzi spesso, nei confronti di tanti di voi mi sono sentito incapace di farlo: perdonatemi, ve lo chiedo sinceramente, dal profondo del cuore! Riconosco, però, che il prete solo – e il prete da solo – non può adempiere a questa missione che è la missione di tutta la comunità, di tutta la Chiesa. Ecco perché sento di rivolgervi questo appello, mentre sto per lasciarvi: sentiamoci tutti chiamati ad essere strumento della tenerezza, della compassione e della misericordia di Dio!

In questo periodo tanti di voi, avvicinandomi, mi hanno dimostrato affetto, dispiacere per il fatto che vado via, commozione sincera... Vi ringrazio tanto, davvero con tutto il cuore!

Grazie a don Giancarlo, anzitutto, da così tanti anni presente nelle nostre comunità, grazie per la sua disponibile generosità per le celebrazioni o altri servizi e la sua sensibilità verso le situazioni di emarginazione e di bisogno. Grazie agli altri preti con i quali ho condiviso l’esperienza della Collaborazione Pastorale: don Mario Salviato, don Vanio Garbujo, don Saverio Fassina e don Michele Pestrin, come pure dico grazie a don Primo Zanatta, in questa fase per lui tanto difficile di cambiamento.

Voglio dire un grazie del tutto speciale agli anziani e ai malati, che andrò a visitare nei prossimi giorni: con le vostre preghiere e l’offerta della vostra sofferenza mi siete stati di grande testimonianza di fede, di coraggio e di amore!

Grazie a tutte le famiglie: voi sapete del mio impegno per la famiglia, grazie anche all’incarico svolto a livello vicariale di coordinatore di Pastorale Familiare. Anche nei vostri confronti avrei potuto e voluto fare di più... Grazie alle famiglie che sono autentiche “case della tenerezza”, dove si sperimenta l’armonia, la pace, l’amore, pur in mezzo a fatiche e contraddizioni... Grazie per gli sposi, che attingendo alla Sorgente di Grazia che scaturisce dal Sacramento del Matrimonio, riconoscono di avere Gesù che abita con loro, cammina con loro, fatica con loro, ama con loro e in loro! Prego per le famiglie che sono in difficoltà e sperimentano il peso della Croce, perché sentano che non sono soli, ma a quella Croce è “confitto” Gesù che chiede un supplemento d’amore: come diceva don Tonino Bello, “alla Croce Gesù – e noi con Lui – è ‘confitto’ ma non ‘sconfitto’”, perché l’amore è più forte anche della morte! Prego per le famiglie che hanno sperimentato o stanno sperimentando la ferita della separazione e del divorzio, come anche per le nuove unioni, nate in seguito a separazioni: Dio apre sempre strade nuove, perché Dio è capace di fare nuove tutte le cose!

Voglio dire grazie a tutti i ragazzi e i giovani, ai quali voglio un gran bene! Vi auguro che i vostri sogni di vita e di gioia fioriscano tutti; come ripete spesso Papa Francesco: non lasciamoci rubare la speranza! Cerchiamo di non accontentarci di gioie effimere, facili da ottenere ma veloci a lasciarci delusi, voliamo ad alta quota, puntiamo soprattutto sulla bellezza del donarsi, dello spendersi gli uni per gli altri.

Un grazie a tutti i bambini, per i quali ho sempre provato forte predilezione. Riordinando le mie cose, mi sono capitate in mano tante foto dei Battesimi... che commozione, ho pianto lacrime di gioia per il miracolo della vita!

Vi chiedo tre grossi favori: il primo di non stancarvi di camminare insieme, nelle singole comunità di appartenenza, tra comunità sorelle, così come pure
nell’esperienza già avviata, impegnativa e nello stesso tempo
promettente della Collaborazione Pastorale, capaci di esseresempre più comunità “estroverse”, cioè pronte a guardare oltre, a guardare avanti, a non fermarsi dentro lo stretto proprio recinto, così da sperimentare la bellezza e la gioia del condividere quel tesoro che è stato affidato a noi, fragili come vasi d’argilla, perché appaia che la potenza straordinaria viene da Dio e non da noi!

Il secondo favore: di accogliere don Federico Testa con lo stesso calore che avete riservato a me! Non dimentichiamoci che il prete è sempre e prima di tutto un dono.

E i doni non si scelgono, vanno semplicemente accolti. E per essi siamo chiamati a dire grazie.

E vi chiedo, infine, il dono della preghiera per me: perché possa essere un buon prete presso la comunità di Spinea, segno dell’amore di Gesù Buon Pastore. Che non abbia a sentirmi padrone, ma servo. Già lo dissi quando arrivai qui, citando ancora una volta San Paolo: “Noi non intendiamo far da padroni della vostra fede; siamo invece i collaboratori della vostra gioia, perché nella fede voi siete già saldi.” (2Cor 1,24)

Anche a Spinea voglio provare, con tanta umiltà, a fare altrettanto: essere collaboratore di gioia, perché la gioia e la pace, frutti dello Spirito di Gesù, abitino il cuore di tutti!

Concludo con le parole del titolo, con la sincerità che viene dal profondo del mio cuore:

VI VOGLIO BENE! 
Il vostro parroco don Flavio 

 


don-tonino-belloTanti di voi conoscono il mio legame con il Servo di Dio don Tonino Bello, Vescovo di Molfetta, Ruvo, Giovinazzo e Terlizzi (BA), morto all’età di 58 anni il 20 aprile 1993 per grave malattia. Era parroco di Tricase, quando ricevette dal Papa Giovanni Paolo II la nomina a Vescovo. Prima di lasciare la sua parrocchia, stando in riva al mare, scrisse questa preghiera, che riporto, perché la trovo di una sconvolgente e struggente attualità. E desidero farla mia, come fosse indirizzata a tutti voi. E’ intitolata “LA LAMPARA”. Chi è esperto e appassionato di pesca sa cos’è: è una grossa e potente lampada che i pescatori fissano sulla barca di notte perché illumini la superficie del mare. Per don Tonino, è simbolo della luce di speranza in una mare che, talvolta, appare senza vele e senza sogni... 

Questa sera, Signore, voglio pregarti ad alta voce.
Tanto, all'infuorì di te, non mi sente nessuno.
Anche l'ultima coppia di innamorati se né andata
infreddolita dalla brezza d'ottobre che viene dal mare.
E qui, dietro il muraglione del porto, in questo crepuscolo domenicale, non siamo rimasti che io e te, o Signore. E sotto, queste onde che lambiscono i blocchi di cemento
e sembrano chiedermi stupite il perché di tanta improvvisa solitudine.

Tricase è alle mie spalle. Davanti solo il mare: un mare senza vele e senza sogni. Domani, Signore, avrò la forza di pregarti per il mare,
per questo mare di piombo che mette paura, per questo simbolo opaco del futuro che mi attende. Stasera, invece, voglio pregarti per ciò che mi lascio dietro, per la mia città di Tricase,
per questa terraferma tenace, dove fluttuano ancora... le mie vele e i miei sogni.
Non ti annoierò con le mie richieste, Signore.

Ti chiedo solo tre cose. Per adesso.
Dai a questi miei amici e fratelli la forza di osare di più.
La capacità di inventarsi. La gioia di prendere il largo. Il fremito di speranze nuove.
Il bisogno di sicurezze li ha inchiodati a un mondo vecchio, che si dissolve,
così come hai inchiodato me su questo scoglio, stasera, col fardello pesante di tanti ricordi. Dai ad essi, Signore, la volontà decisa di rompere gli ormeggi.
Per liberarsi da soggezioni antiche e nuove. La libertà è sempre una lacerazione!
Non è dignitoso che, a furia di inchinarsi, si spezzino la schiena per chiedere un lavoro «sicuro». Non è giusto attendersi dall'alto le «certezze» del ventisette del mese.
Stimola in tutti, nei giovani in particolare, una creatività più fresca, una fantasia più liberante, e la gioia turbinosa dell'iniziativa che li ponga al riparo da ogni prostituzione. 

Una seconda cosa ti chiedo, Signore.
Fa' provare a questa gente che lascio l'ebbrezza di camminare insieme.
Donale una solidarietà nuova, una comunione profonda, una «cospirazione» tenace.
Falle sentire che per crescere insieme non basta tirar dall'armadio del passato
i ricordi splendidi e fastosi, di un tempo, ma occorre spalancare la finestra del futuro progettando insieme, osando insieme, sacrificandosi insieme.
Da soli non si cammina più.
Concedile il bisogno di alimentare questa sua coscienza di popolo con l'ascolto della tua parola. Concedi, perciò, a questo popolo, la letizia della domenica, il senso della festa, la gioia dell'incontro. Liberalo dalla noia del rito, dall'usura del cerimoniale, dalla stanchezza delle ripetizioni.
Fa' che le sue Messe siano una danza di giovinezza e concerti di campane,
una liberazione di speranze prigioniere e canti di chiesa,
il disseppellimento di attese comuni interrate nelle caverne dell'anima.

Un'ultima implorazione, Signore.
È per i poveri. Per i malati, i vecchi, gli esclusi.
Per chi ha fame e non ha pane. Ma anche per chi ha pane e non ha fame.
Per chi si vede sorpassare da tutti. Per gli sfrattati, gli alcolizzati, le prostitute.
Per chi è solo. Per chi è stanco. Per chi ha ammainato le vele.
Per chi nasconde sotto il coperchio di un sorriso cisterne di dolore.
Libera i credenti, o Signore, dal pensare che basti un gesto di carità a sanare tante sofferenze.
Ma libera anche chi non condivide le speranze cristiane dal credere che sia inutile spartire il pane e la tenda,

e che basterà cambiare le strutture perché i poveri non ci siano più.
Essi li avremo sempre con noi.
Sono il segno della nostra povertà di viandanti. Sono il simbolo delle nostre delusioni.
Sono il coagulo delle nostre stanchezze. Sono il brandello delle nostre disperazioni.
Li avremo sempre con noi, anzi, dentro di noi.
Concedi, o Signore, a questo popolo che cammina l'onore di scorgere chi si è fermato lungo la strada e di essere pronto a dargli una mano per rimetterlo in viaggio.

Adesso, basta, o Signore: non ti voglio stancare, è già scesa la notte.
Ma laggiù, sul mare, ancora senza vele e senza sogni, si è accesa una lampara.