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PERCHE' CI SI CONFESSA O NON CI SI CONFESSA? (3 parte)

Condizionati e/o responsabili?

Psicologi e psicanalisti hanno scavato dentro di noi. Sono riusciti a documentare che non si nasce liberi, ma lo si diventa. La zona delle scelte nostre non è infinita. Ci sono dentro di noi condizionamenti, eredità, fatti inconsci. Siamo persone "a sovranità limitata".


Qualcuno ha tirato indebitamente queste conclusioni: non siamo mai liberi; in tutto e per tutto esistiamo come "predeterminati".Svanisce così il riconoscimento della responsabilità. "Colpevoli" sono i genitori, gli educatori, il sistema politico ed economico.Se uno accetta queste conclusioni, non diventa mai soggetto umano. Anche da "grande", vivrà una recessione alla fase infantile. Spenderà la sua esistenza incolpando gli altri. È logico che si "assolverà" sempre, perché mai riconoscerà i gesti come suoi.
Sappiamo invece che, pur tra mille condizionamenti, la persona può farsi largo, emergere, imprimere una direzione alla propria vita. Ci sono infatti zone in cui si esprime la nostra libertà. Alcune varianti dipendono da noi. L’Evangelo è parola viva che arriva diritta alla coscienza. Ci fa sentire persone. Ci dice: "Il tempo è compiuto; il regno di Dio è qua, convertitevi!" (cf. Mc 1,15). Ci pone davanti alla scelta fondamentale, alla libertà più grande: qua e ora, è offerta da Cristo la salvezza. È operante nella Chiesa del Risorto. Ogni creatura ha l’opportunità di accoglierla. Per noi è sempre giubileo, cioè anno di grazia (cf. Lc 4,19).
Ci "convertiamo" confessando il peccato, riconoscendo che esso è nostro. Infatti è firmato da noi. Ma soprattutto celebriamo le meraviglie dell’Altissimo. Dio si è preso cura di tutti. Noi abbiamo dissociato i nostri destini da quelli degli altri. Diciamo come Caino: "Sono forse io il custode di mio fratello?" (cf. Gen 4,9). In questo Regno che tutti convoca e congiunge, noi non ci siamo presi cura degli altri. I vincoli della solidarietà si sono allentati. Gesù ha "risposto" di noi tutti al Padre e noi non vogliamo "rispondere dei nostri fratelli" (cf. Gen 9,5).Perché non ci si confessa? Dal punto di vista culturale, in tanti casi, c’è un "io" che non accetta di nascere, crescere, proprio mediante tanti "tu". Non ha né occhi per vedere gli altri né orecchie per udirli; né mani per soccorrerli. Riconosce di avere traumi e condizionamenti ma non peccati. Pensa di "darsi" la salvezza rimirandosi nello specchio come Narciso. Non comprende che "insieme" ci si salva.

Il singolo e/o la comunità?

Come figli dell’epoca post-moderna, riduciamo a "faccenda privata" gli errori. Arriviamo a dire: è l’individuo che pecca; è lui che si pente; sta a lui convertirsi; è suo compito espiare.
C’è una immagine privatistica della storia stessa e della vita umana. Non abbiamo più la sensazione di essere dentro un unico fiume che scorre. È sparito l’orizzonte del "genere umano". È svanita la "storia sacra". Stando alla Sacra Scrittura, c’è una vicenda che Dio avvia, accompagna, salva. Si nasce da altri, si cresce mediante altri, ci si realizza "perdendo la vita" per gli altri.
Dio si rapporta con un popolo (prima Israele e poi la Chiesa) e fa storia con lui. Esso è una specie di "cantiere". È germe dell’umanità nuova in cui Dio, per mezzo di Cristo e in forza dello Spirito, sta lavorando. La croce e risurrezione di Gesù non sono un analgesico offerto ai singoli: sono capolavoro di Dio per la "riuscita"; la salvezza del mondo stesso.
Ci muoviamo ed esistiamo come "corpo". Siamo come in una cordata. Ogni gesto va a rifluire sugli altri; diventa medicina o veleno. Possiamo costruire o demolire. Possiamo unire o dividere. Quando un membro soffre, tutto il corpo soffre. Il peccato è un evento storico. Ha un carattere deflagratorio sui fratelli. Verso di loro noi non abbiamo un puro rapporto giuridico o sociale. Dio ci ha collocato in una relazione comunitaria organica. Il male ferisce anzitutto il fratello più piccolo e, attraverso di lui, giunge a Cristo (cf. Mt 25,40.45).
Per quanto concerne la storia, c’è stato, da parte dell’individuo, il procedimento che si segue per ricavare la foto di un defunto: si eliminano tutte le altre persone e si fa emergere una sola figura.
La liberazione dal peccato è come la guarigione: non la ottengo pensandoci sopra tra me e me; occorre che mi rivolga al medico e segua una cura. Chi si confessa, si rivolge a Gesù, supremo terapeuta (cf. Mc 2,7). Vuole assolutamente vederlo, incontrarlo. Allora fa come i Gentili: si rivolge ai discepoli. Essi lo conducono dal Cristo (cf. Gv 12,21-22; 1,35-50).Il perdono che la comunità annuncia non è suo. Solo Dio può rimettere i peccati (Mc 2,6). La comunità proclama la redenzione operata dal Cristo, in forza dello Spirito. Dio ha assegnato a lei un servizio. Andando a confessarci, noi permettiamo all’Altissimo di riconciliarsi proprio con noi (2Cor 5,18-21). La salvezza ha una forma visibile, storica, ecclesiale, comunitaria. La Chiesa esprime Cristo. Agisce nel suo nome. Salvatore è Gesù e il prete ce lo attesta, ce lo annuncia. Ci mette in contatto con il Cristo Signore. (... il resto alla prossima puntata...)