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PERCHE' CI SI CONFESSA O NON CI SI CONFESSA? (2 parte)

Senso di colpa e/o senso del peccato?

Ci può essere l’insensibilità etica assoluta. Allora ogni scelta vera e propria è eliminata. Tutto scorre e avviene nella più assoluta indifferenza. Il cuore è indurito; non percepisce appelli. Non capita nulla, non succede nulla.
Può nascere però, dentro di noi, in relazione ad alcuni gesti compiuti, il senso di colpa. Si esprime interiormente come disagio. Proviamo un vivo disappunto perché è caduta l’"immagine ideale" che ci eravamo fatta di noi stessi.
Percepiamo la voce di un controllore interno: il super-io. Esso ci fa sentire la distanza fra le pulsioni interiori e ciò che ci viene richiesto dalla legge. Le norme sembrano frenare la nostra sete di felicità.


Tutta l’attenzione è ancora concentrata su noi stessi. Di fronte alla trasgressione delle norme, poniamo in atto dei riti espiatori. La Confessione può rientrare dentro questa dinamica. Allora diventa gesto coatto, ripetitivo, tutto rivolto al passato.
Il senso di colpa può aprirsi invece al senso del peccato. Questo avviene con una modalità precisa: l’ascolto dell’Evangelo. Si evidenzia così un rapporto a due. Il singolo non occupa più tutto lo schermo. Arriva alle orecchie e penetra nel cuore la lieta novella: Gesù, Figlio di Dio, è morto a causa dei nostri peccati, a favore di noi peccatori (cf. 1Cor 15,3). Lo Spirito lo ha spinto a questo. Dio ha messo poi il sigillo di autenticazione su tutto, facendo risorgere Gesù.
Il senso del peccato è figlio della fede. È la scoperta di un amore divino, storico, gratuito. Esso è lì, ora, a portata di mano. La comunità di Gesù ce lo porge.

Errore e/o peccato?

Molte volte diciamo:" Ho sbagliato". È un segno di intelligenza. Riconosciamo il nostro errore. Esso può nascere dalla distrazione, dalla disinformazione. L’aspetto etico non è per nulla implicato. L’azione nostra ha avuto conseguenze sulle cose, sul lavoro, sulle attività.
Alcune volte invece, a proposito di una persona diciamo: "Mi sono sbagliato". In questo caso, sentiamo che è implicata una relazione. Avvertiamo che l’azione nostra ha avuto ripercussioni negative sulle persone. Tutto può fermarsi lì.
È un grande balzo in avanti il confessare: "Io ho peccato!". Lo si può dire udendo l’Evangelo di Gesù. Si percepisce allora un interlocutore più alto, divino. È il Padre di Gesù. Egli si è rapportato con noi in termini di alleanza. La croce ce lo ha rivelato come dedizione incondizionata (1Gv 4). Abbiamo tradito quell’alleanza. Abbiamo smarrito Dio come via, verità e vita. Ci siamo allontanati dallo spazio della vita. Possiamo e dobbiamo dire: "Contro te, contro te solo ho peccato!" (cf. Sal 50,6).
Ma c’è un’altra scoperta che è più alta ancora. Noi ci siamo allontanati dal Padre, ma lui resta lì alla finestra; ci attende. Sentiamo che è pronto a correrci incontro, ad abbracciarci (cf. Lc 15,11-24). Vuole darci lo Spirito Santo, creatore. Vuole provocare in noi un inizio. Desidera rigenerarci come nel giorno del Battesimo. Vuole donare a noi un cuore nuovo, uno spirito nuovo.
Perché non ci si confessa? Perché si riconoscono gli errori ma non i peccati. Ora gli sbagli nostri sono, in tanti casi, rimediabili. Il peccato non lo è: non possiamo ridarci Dio. È indispensabile la Riconciliazione come opera dell’Altissimo. È la sua suprema gioia. Lui ci riapre la casa. Ci corre incontro, ci bacia e ci riabbraccia (Lc 15,20).
Non è casuale che "siano in crisi" due sacramenti: la Riconciliazione e l’Unzione dei malati. Noi, culturalmente, ci pensiamo sempre "sani ed innocenti". La malattia ed il peccato, a nostro parere, esistono, ma sono sempre "degli altri". (... il resto alla prossima puntata...).