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La Genesi

Cari amici, negli incontri avuti con i Consigli Pastorali di Musile e Chiesanuova nell’ottobre 2008, si manifestava forte l’esigenza di approfondire la nostra conoscenza del Libro per eccellenza, la Bibbia, partendo dall’inizio con una lettura continua e con una semplice esegesi dei testi.

Era una sfida e possiamo dire con gioia che fino alla fine di maggio 2009 gli incontri quindicinali del venerdì si sono susseguiti nella bella sala dell’oratorio di Chiesanuova, con una grossa partecipazione.

Abbiamo dato spazio alla lettura intera del libro della Genesi e ora offriamo alcune note che don Saverio ha proposto lungo questi mesi.

I testi sono stati elaborati da don Saverio da una sua personale sintesi fatta da alcuni testi di Mons. Gianfranco Ravasi e dagli appunti del corso di sacra scrittura del nostro seminario interdiocesano di Treviso e Vittorio Veneto.

Grazie a tutti e buona lettura.

 


LA BIBBIA E LE SUE ORIGINI

Il nome

Il nome “Bibbia” deriva dal plurale greco Biblia che significa letteralmente “i libri”, piccoli libri. È un termine usato a partire dal III sec. d.C., passato poi nel latino del Medioevo nella stessa forma, Biblia, da cui è derivato il nostro “Bibbia”, il “Libro” per eccellenza. Sotto questo vocabolo si raccolgono 46 libri scritti prima di Cristo e chiamati tradizionalmente “Antico Testamento” e 27 libri sacri cristiani chiamati “Nuovo Testamento”. La Bibbia, quindi, si presenta al lettore come una grande biblioteca, i cui 73 volumi si sono formati lungo un ampio arco di tempo, che va dal X sec. a.C. a più di 50 anni dopo la risurrezione di Gesù. Non è quindi un’opera uscita di getto dalle mani dei suoi autori. Prima di essere fissata nello scritto, parecchi suoi libri vennero raccontati e tramandati solo a viva voce, grazie alla straordinaria capacità di memoria degli antichi orientali. Il termine “testamento”, usato per designare le due grandi parti della Bibbia cristiana, va compreso nel senso di “ alleanza”, che unisce Dio all’uomo e al suo popolo. L’Antico Testamento è scritto prevalentemente in ebraico, e narra le vicende del popolo d’Israele, scelto da Dio per trasmettere il suo messaggio di salvezza. Il Nuovo Testamento, scritto in greco, contiene la predicazione di Gesù (Vangeli) e degli Apostoli (Atti, Lettere, Apocalisse). Queste due grandi parti della Bibbia si illuminano a vicenda.

Il canone

La determinazione del numero dei libri, che costituiscono le Sacre Scritture ebraiche e cristiane, è avvenuta attraverso l’illuminazione dello Spirito all’interno della Chiesa e ha avuto la sua formulazione ufficiale nel “canone”, cioè nell’elenco dei libri sacri. È chiamato “canonico” quel libro che viene riconosciuto dalla Chiesa, o anche dalla Sinagoga, come ispirato da Dio, quindi contenente la parola di Dio. Contraddistingue un libro canonico l’ispirazione: essa fa si che quel testo abbia come autore Dio, insieme all’uomo. Se si confronta l’indice dei libri dell’Antico Testamento in una Bibbia pubblicata da ebrei o protestanti con il medesimo indice di una Bibbia cattolica si noterà nel primo l’assenza di alcuni titoli, e precisamente Tobia, Giuditta, 1 e 2Maccabei, Baruc, Siracide e Sapienza, oltre ad alcuni capitoli di Daniele e di Ester. I trentanove libri comuni e tutte le Bibbie sono chiamati “canonici” (da “canone”, parola che significava nei primi secoli cristiani “norma, regola della fede e della verità”, pur senza un esplicito riferimento alle Scritture), gli altri sette sono chiamati “apocrifi” dai protestanti, i quali li mettono qualche volta in appendice, mentre i cattolici li chiamano “deuterocanonici”, perché ebbero qualche difficoltà ad essere accettati in un primo tempo come “Sacra Scrittura” anche dalla chiesa cattolica.

La maggioranza dei libri deuterocanonici erano in greco. Solo il Siracide e 1Maccabei avevano un originale ebraico. È praticamente certo che il luogo di provenienza dei deuterocanonici fu Alessandria. Alcuni codici molto importanti della tradizione greca della Bibbia, chiamata comunemente Settanta, includono i libri deuterocanonici tra gli altri libri biblici, e non a parte, ma frammisti tra quelli sapienziali o profetici. Questo dato di fatto è di grandissima rilevanza per noi cristiani. I primi predicatori cristiani, come anche gli autori del Nuovo Testamento, usavano l’antica versione greca detta Settanta quando citavano l’Antico Testamento. Perciò i cristiani dei primi due secoli davano per scontato che i libri deuterocanonici, anche se non accettati da tutti gli ebrei, potevano veramente essere citati come parola di Dio.

Quando, verso la metà del II secolo, gli ebrei chiusero il loro canone, escludendo i deuterocanonici, la descrizione causò molto sconcerto tra gli scrittori e dottori cristiani. Alcuni Padri della Chiesa antica, specialmente in Oriente, prendevano in considerazione solo il canone breve – ossia quello definito dagli ebrei – per le loro discussioni teologiche, anche se nella loro predicazione pastorale seguivano la pratica della Chiesa dei primi due secoli, facendo riferimento ai deuterocanonici. Il problema culminò in Africa alla dine del quarto secolo con sant’Agostino. Dovendo prendere posizione contro i manichei, i quali non riconoscevano l’intero Antico Testamento, ritenendolo opera di un dio differente da quello del Nuovo, in due Concili consecutivi celebrati a Cartagine si definì l’estensione dell’Antico Testamento in conformità con la Chiesa antica, accettando il canone lungo. La controversia teologica non si spense, ma la Chiesa continuò ad usare nella sua liturgia anche i libri disputati.

Il problema si acuì con Lutero. I teologi cattolici ribattevano agli argomenti luterani contro le indulgenze usando i libri dei Maccabei. Lutero replicò che questi non appartenevano alla Scrittura, e nella sua traduzione della Bibbia in tedesco li lasciò fuori: nacque così la differenza tra Bibbie cattoliche e Bibbie protestanti. La Chiesa cattolica si trovò, allora, nella necessità di chiarire definitivamente la questione. Il Concilio di Trento, nel 1546, definì il canone lungo, basando i suoi argomenti non tanto sull’autorità dei Padri quanto sull’uso costante che la Chiesa faceva dei libri deuterocanonici nella sua pastorale e nella liturgia. La Chiesa ortodossa segue la stessa prassi. Oggi, nelle varie tradizioni interconfessionali della Bibbia, i libri deuterocanonici vengono tradotti, anche se collocati come appendice.

 

Struttura della Bibbia 

Antico Testamento 

L'Antico Testamento (detto anche Vecchio Testamento) è il termine, utilizzato prevalentemente in ambito cristiano, per indicare la Bibbia ebraica, detta altrimenti in ebraico Tanach.

Tanách è l'acronimo con cui si designano i testi sacri della Religione ebraica, la cosiddetta "Bibbia ebraica", parte dell'Antico Testamento cristiano. Le tre lettere TNK sono infatti le iniziali dell'espressione Torah, Neviim, Ketuvim (Torah, Profeti, Agiografi).

Il Pentateuco comincia con la narrazione della creazione del mondo, con la spiegazione della caduta di Adamo, del Diluvio universale e dei patriarchi: Abramo, Isacco e Giacobbe. Quest'ultimo ha dodici figli, che sono presentati come i capostipiti del popolo degli Israeliti. La storia di uno di essi, Giuseppe, e dei suoi fratelli, è collegata con il trasferimento degli ebrei in Egitto. La liberazione dalla schiavitù d'Egitto (XII secolo AC), sotto la guida di Mosè, è l'evento che a livello storiografico sancisce la nascita di Israele come popolo. Al passaggio del Mar Rosso seguono il racconto dell'Alleanza del Sinai, i quarant'anni di peregrinazione nel deserto, le lotte per l’ installazione nella terra promessa.

Dopo i primi tempi, in cui Israele è una confederazione di tribù, Saul è il primo re di Israele. Gli succede Davide (c. 1000 AC), che è il vero iniziatore della monarchia: sotto il suo regno le 12 tribù sono unite. Suo figlio Salomone aumenterà lo splendore della monarchia israelita, e in particolare realizzerà la consacrazione del tempio. Però alla sua morte l'unità del regno si rompe e il popolo rimane diviso: il regno di Israele al nord, con capitale Samaria, e il regno di Giuda al sud, con capitale Gerusalemme. In entrambi i regni vari profeti richiamano continuamente i re e il popolo alla fedeltà all'alleanza del Sinai, e preannunciano sventure e redenzione.

Nel 721 AC l'invasione degli Assiri pone fine alla esistenza del regno del Nord. Il popolo è deportato in varie regioni dell'impero assiro, e mai riuscirà a riorganizzarsi per tornare a occupare la sua terra.Il regno del Sud continua fino al 587 AC, quando avviene la distruzione di Gerusalemme ad opera di Nabucodonosor e l'esilio babilonese, che durerà fino al 538 AC.

Durante l'esilio, il popolo che ha perduto la sua terra, il suo tempio, le sue feste, trova nella codificazione delle leggi (libro del Levitico) e nella profezia di Ezechiele la forza che lo mantiene unito. Sotto il regno di Dario, la differente politica dei deportatori permetterà il ritorno di un gruppo alla terra di Israele e la ricostruzione del tempio. Israele è ormai una provincia dell'impero dei Medi. Non avrà più autonomia politica. Svilupperà una vita esclusivamente religiosa, con la nascita di vari testi sapienziali.

Nel 165 AC l'imperatore greco Antioco IV Epifane vorrà imporre un'ellenizzazione del popolo ebreo, e questo susciterà una lotta di liberazione. Ne saranno le guide Mattatia e, alla sua morte, Giuda Maccabeo. Queste lotte sono documentate nei libri dei Maccabei. Il libro di Daniele è un testo scritto per fortificare la lotta del popolo e invitarlo alla perseveranza.

La Bibbia contiene inoltre testi di preghiere da essere eseguiti in musica (i Salmi) e vari altri libri sapienziali.

Libri dell'Antico Testamento

Pentateuco (Torah): Genesi, Esodo, Levitico, Numeri e Deuteronomio 

Libri Storici: Giosuè, Giudici, Rut, Primo libro di Samuele, Secondo libro di Samuele, Primo libro dei Re, Secondo libro dei Re, Primo libro delle Cronache, Secondo libro delle Cronache, Esdra, Neemia, Tobia, Giuditta, Ester, Maccabei 1 e 2

Libri Sapienziali: Giobbe, Salmi, Proverbi, Qoelet, Cantico dei Cantici, Sapienza, Siracide

Libri Profetici: Isaia, Geremia, Lamentazioni, Baruc, Ezechiele, Daniele, Osea, Gioele, Amos, Abdia, Giona, Michea, Naum, Abacuc, Sofonia, Aggeo, Zaccaria, Malachia

Nuovo Testamento 

I quattro Vangeli (di Matteo, Marco, Luca e Giovanni) riportano la vita e i detti di Cristo, esposti in maniera organica e con un preciso stile letterario, secondo punti di vista tra loro complementari. Inoltre l'evangelista Luca scrive gli Atti degli Apostoli dove narra i principali eventi della storia delle prime comunità cristiane sotto la guida di Pietro e Paolo. Seguono le Lettere di Paolo: scritti inviati a varie comunità in risposta a esigenze particolari o a temi generali, assieme a scritti destinati a singoli individui. La Lettera agli Ebrei, comunemente ritenuta un'omelia, è diretta a cristiani di origine ebraica tentati di ritornare alle istituzioni giudaiche. Esiste un forte dubbio sull'identità del suo autore, spesso citato come san Paolo.Le altre lettere sono dette cattoliche, perché indirizzate non alla comunità cristiana di una città particolare, quanto a tutte le chiese. Esse sono le due Lettere di Pietro, la Lettera di Giacomo, la Lettera di Giuda, le tre Lettere di Giovanni. L'Apocalisse di Giovanni chiude il Nuovo Testamento con una visione della storia e del suo compimento alla luce di Cristo Signore.

Libri del Nuovo Testamento

Vangeli: Vangelo secondo Matteo, Vangelo secondo Marco, Vangelo secondo Luca, Vangelo secondo Giovanni

Atti degli Apostoli e lettere di Paolo: Atti degli Apostoli, Lettera ai Romani, Prima lettera ai Corinzi, Seconda lettera ai Corinzi, Lettera ai Galati, Lettera agli Efesini, Lettera ai Filippesi, Lettera ai Colossesi, Prima lettera ai Tessalonicesi, Seconda lettera ai Tessalonicesi, Prima lettera a Timoteo, Seconda lettera a Timoteo, Lettera a Tito, Lettera a Filemone, Lettera agli Ebrei.

Altre Lettere e Apocalisse: Lettera agli Ebrei, Lettera di Giacomo, Prima lettera di Pietro, Seconda lettera di Pietro, Prima lettera di Giovanni, Seconda lettera di Giovanni, Terza lettera di Giovanni, Lettera di Giuda, Apocalisse di Giovanni


Il significato spirituale dei numeri nella Bibbia  

I numeri vengono usati nelle Scritture con un significato spirituale che potremo riassumere come segue:

 

UNO: denota unità e inizio. La prima volta che una parola o frase compare, denota il suo

senso essenziale nell’interpretazione. Quelle parole che nel testo originale compaiono solo

una volta sono enfatiche ed importanti, come il Primo giorno, la Luce.

 

DUE: denota la differenza. Se due diverse persone si accordano nella testimonianza, allora

essa è conclusiva. In caso contrario, rappresenta l’opposizione, l’inimicizia, la divisione, come

nell’opera del Secondo giorno.

 

TRE: denota la completezza, siccome tre linee racchiudono una figura su un piano. Quindi,

tre significa perfezione e completezza Divina. Il Terzo giorno completa l’opera fondamentale

della creazione. Il Quarto, Quinto e Sesto giorno sono controparte e ripetizione dei primi tre,

e corrispondono ad essi. Il numero tre include anche la resurrezione.

 

QUATTRO: denota le opere creative (3+1), e fa riferimento sempre alla creazione materiale,

riguardo cioè alla terra e le cose “sotto il sole”, le cose terrestri.

 

CINQUE: denota la grazia Divina. E’ 4+1, cioè Dio che aggiunge i Suoi doni e benedizioni

all’opera delle Sue mani.

 

SEI: denota il numero dell’uomo. L’uomo venne creato il sesto giorno, e questa prima

presenza del numero rende il 6 e i suoi multipli un segno di tutto ciò connesso all’uomo. Egli

lavora sei giorni, e le ore del suo giorno sono multipli di sei. Tutti i grandi che hanno sfidato Dio (Golia, Nebucadnetzar, l’Anticristo) sono tutti segnati in modo enfatico da questo numero.

 

SETTE: denota la perfezione spirituale. E’ il numero che segna ‘opera dello Spirito Santo.

 

OTTO: denota la resurrezione, rigenerazione; un nuovo inizio o principio. L’ottavo è un nuovo

primo, quindi l’ottava musicale, nei colori, nei giorni della settimana e così via. E’ il numero

collegato col Signore, che risorse l’ottavo (o nuovo-primo) giorno; è, quindi, il numero

domenicale. Per gematria, Iesous (Gesù in greco) fa per somma 888. Il numero 8 o i suoi

multipli è scolpito su tutti i nomi del Signore, sul Suo popolo e sulle Sue opere.

 

NOVE: denota la finalità del giudizio. E’ 3x3, il prodotto della Divina completezza. Il 9, i suoi

fattori o multipli si trovano in tutti i casi dove si tratta di giudizio.

 

DIECI: denota la perfezione ordinale. E’ anch’esso un nuovo primo: dopo il 9, quando la

numerazione riprende.

 

UNDICI: rappresenta il disordine, la disorganizzazione, dato che è uno meno di 12.

GEMATRIA: Scienza del mistero dei numeri

 

 

IL PENTATEUCO

Origine della parola Pentateuco

Per la tradizione rabbinica, la Tôrâ (legge) si conclude con la morte di Mosè (Dt 34). I cinque libri che la compongono  si chiamano hamišâ humšê tôrâ (i cinque quinti della legge). Questa espressione ebraica è probabilmente all’origine dell’espressione greca hé pentateuchos (biblos). La parola greca pentateuchos (biblos), da cui viene il latino pentateuchus (liber), Pentateuco, è una parola composta da penta, che significa cinque e teuchos, che significa in genere strumento, arnese, utensile. Quest’ultima parola designava prima l’astuccio o contenitore cilindrico dei rotoli, poi, per metonimia, il contenuto, cioè il rotolo. Pentateuco significa pertanto: cinque libri o, meglio, cinque rotoli.

In ebraico, invece, i titoli dei libri corrispondono alla prima parola importante dello stesso libro: berescit (all’inizio – Genesi); scemot (i nomi – Esodo); wayyiqra (e chiamò – Levitico); bemidbar (nel deserto - Numeri); devarim (le parole – Deuteronomio). La parola Pentateuco viene adoperata di rado dai Padri della Chiesa, che preferiscono parlare della “legge”, tuttavia forse già negli scritti di Qumran possiamo trovare una prima menzione che si potrebbe tradurre:“tutti i libri del Pentateuco”. Altre testimonianze (Filone, La Lettera di Aristea) comunque confermano che attorno al tempo della nascita di Cristo, la traduzione giudaica aveva già stabilito che i libri fondamentali della legge fossero cinque; e fossero opera di Mosè; infine l’autorità dei cinque libri di Mosè è superiore a quella degli altri libri attribuiti ai profeti.

La divisione in cinque libri 

Le ragioni materiali

I cinque libri del Pentateuco sono di diversa lunghezza . Il più breve è il Levitico (25 capitoli). Il più lungo è il libro della Genesi (50 capitoli). Il libro dell’Esodo e il libro dei Numeri sono di simile lunghezza (Es 40 capitoli e Nm 36). Il Deuteronomio è un po’ più lungo del Levitico (34 capitoli). In tutto il Pentateuco conta 5845 versetti. Alcuni studiosi ritengono che fosse materialmente difficile scrivere tutto il Pentateuco in un solo rotolo. Si calcola che un tale rotolo avrebbe dovuto misurare più o meno 33 metri. Non era certo del tutto impossibile ma sicuramente non era molto pratico per la lettura. In media, i cinque rotoli del Pentateuco dovevano misurare tra 6 e 7 metri. Da una prima lettura tuttavia la divisione fra i vari libri doveva essere alquanto arbitraria e artificiale.

 

I criteri teologici

Genesi. Il Libro della Genesi inizia con la creazione del mondo e la famosa espressione “all’inizio Dio creò” e finisce con la morte di Giacobbe e di Giuseppe. Così si conclude l’era patriarcale, cioè la storia di famiglia degli antenati d’Israele. Dopo, Israele non sarà più una famiglia ma un popolo. Inoltre, prima della sua morte, Giuseppe annunzia il ritorno dei suoi discendenti nella terra promessa  ad Abramo, Isacco e Giacobbe. La conclusione di Gn apre pertanto verso il futuro e collega Gn con Es-Dt.

Esodo. Il libro dell’Esodo inizia con un riassunto della storia di Giuseppe che funge da cerniera fra la storia dei patriarchi e la storia del popolo di Israele.  La conclusione del libro dell’Esodo, descrive il momento in cui, dopo molte vicende, la “gloria” di Jhwh viene a riempire la dimora o tenda dell’incontro. Questo momento è importante perché ormai Jhwh abita in mezzo al suo popolo e può accompagnarlo e guidarlo.

Levitico. L’inizio del libro del Levitico è il momento iniziale a partire dal quale Jhwh si rivolge a Mosè dalla tenda dell’Incontro e non più dalla cima del monte Sinai. La conclusione originale di questo libro si trova in Lv 26,46 che costituisce un sommario conclusivo. Il capitolo 27 del Levitico è un’aggiunta tardiva. Entrambe le conclusioni menzionano il monte Sinai come il luogo della Rivelazione. Per la tradizione d’Israele, le leggi promulgate da Jhwh sul monte Sinai e trasmesse da Mosè hanno una qualità normativa unica. Queste affermazioni quindi hanno grande importanza perché distinguono tra le leggi che fanno parte del canone mosaico e le altre. 

Numeri. Il libro dei Numeri ha anch’esso una propria introduzione e la propria conclusione. Introduzione e conclusione sono simili a quella del Levitico. Siamo ancora nel deserto del Sinai, e Jhwh continua a parlare dalla tenda dell’incontro. Tra l’inizio e la fine il popolo si è spostato dal Sinai alle steppe di Moab, dove si prepara ad entrare nella terra promessa. Le leggi promulgate nella steppa di Moab hanno anch’esse un valore particolare dal punto di vista canonico. 

Deuteronomio. Il Deuteronomio ha la propria cornice. Inizia con una formula che indica il posto e il luogo dove Mosè parla e si conclude con la morte di Mosè. Tutti i discorsi di Mosè saranno pronunciati in quel giorno e, nello stesso giorno, Mosè muore. Con la morte di Mosè si conclude tutto il Pentateuco

I cinque libri del Pentateuco sono chiaramente divisi da segnali linguistici e strutturali. Tuttavia vi è una cesura maggiore fra il primo libro e i quattro seguenti. Strutturalmente, la fine del Dt corrisponde alla fine di Gn. La morte di Giuseppe conclude il periodo dei patriarchi e la morte di Mosè conclude un altro periodo, quello della permanenza d’Israele nel deserto e della costituzione del popolo d’Israele come popolo di Jhwh. Alle benedizioni di Giacobbe (Gn 49) corrispondono le benedizioni di Mosè (Dt 33). Chiari sono: il carattere legislativo di questi libri, la figura di Mosè, mediatore fra Jhwh e il popolo,  e l’importanza del Sinai e delle steppe di Moab come luoghi

teologici della legge.

 

Le pagine del Pentateuco sono dunque pagine dense di storia e di profonde esperienze di salvezza, d'in­contri con Dio e di suoi interventi che hanno ra­dicalmente cambiato il corso della vita di un po­po­lo, dandogli un volto storico, uno scopo e un significato diverso.

La tradizione viva del popolo credente ha traman­dato per secoli questa storia come tesoro prezioso da non di­menticare, ma da custodire ge­losamente per rivi­verlo costantemente; dapprima questo è avvenuto per fatti isolati, in modo frammentario e pura­mente orale, poi unendo sempre più i racconti in catene di fatti significative e ponendoli progressivamente per iscritto.

Erano racconti (Es 14), canti (Es 15), leggi (Es 20), che rivivevano ed erano proclamati nelle grandi feste del popolo, all'ombra dei santuari, so­prattutto del santua­rio dov'era conservata l'arca dell'alleanza (Sichem, Betel, Silo...), ma anche più sempli­cemente erano racconti ai figli fatti dal padre di famiglia (Es 12,26ss) o dal capo clan e che erano sentiti come ciò che dà identità e senso al tessuto della vita quoti­diana.

In epoche differenti poi queste memorie sono state poste per iscritto in docu­menti (?) storico-teo­logici o in frammenti di cui non è possibile precisare configurazione e identità, ma che evidenziavano il senso e le impli­cazioni di quei fatti, come potevano essere compresi da chi li guardava a distanza di anni e di secoli, con le accen­tuazioni  le continue attualizzazioni che erano venute man ma­no sovrapponendosi nelle varie tradizioni locali, com’è caratteristico della tradizione orale.

Alla fine tutto questo materiale orale e scritto è confluito a formare quel racconto ordinato e com­plesso che è il Pentateuco della Bibbia attuale, forse al tempo di Esdra (verso il 400 a.C.) o nel mezzo secolo seguente.

Quanto è stato così sintetizzato, è frutto d'una ricer­ca di secoli, non priva di in­certezze, errori e teme­rarietà, che più avanti brevemente ripercorreremo.

 

LA GENESI

Il libro della Genesi è scritto in ebraico e, secondo l'ipotesi maggiormente condivisa dagli studiosi, la sua redazione definitiva, ad opera di autori ignoti, è collocata al VI-V secolo a.C. in Giudea, sulla base di precedenti tradizioni orali e scritte. La Genesi si presenta come un'opera storica che inizia con la creazione del mondo, per poi raccontare di come Dio creò gli esseri viventi, e in ultimo l'uomo. Segue la storia dei primi esseri umani e quindi delle origini del popolo di Israele, iniziando dalla vita dei suoi patriarchi. Contiene, quindi, le basi storiche per le idee religiose e istituzionali che stanno alla base dello stato di Israele, e serve come introduzione alla sua storia e alle sue leggi, costumi e leggende.

È un libro di scienza?

Anticamente si pensava che le pagine della Genesi fossero delle vere pagine di scienza: per esempio esse ci davano una descrizione accurata di come era stato creato il mondo. In seguito la scienza ha fatto un cammino per molti aspetti divergenti da quanto detto dalla Genesi. Galileo aveva già intuito la soluzione di questo presunto contrasto tra scienza e fede là dove dice: « La Bibbia non dice come vada il cielo, ma come si vada in cielo. » Non sono pagine di scienza ma pagine di fede e come tali vanno lette. Bisogna tener conto che esse esprimono la visione del mondo, della morale e della società di genti vissute più di venticinque secoli fa.

 

… Finalmente iniziamo a leggere la Bibbia !!

Premesse:

Prima di intraprendere questa meravigliosa lettura , sia essa comunitaria o singolare, bisogna capire come leggere questa grande storia di salvezza: dobbiamo  finalmente darci del tempo per leggere, tentare di balbettare qualche domanda e qualche risposta altrimenti il testo, spesso può diventare arido se non trova una risonanza con la  vita quotidiana e questo significa anche lasciarci mettere in gioco, non restare distaccati dal testo.. la Parola di Dio è vera per me oggi, mentre la ascolto.

Prima di entrare nel testo dobbiamo “girarci un po’ intorno” per capire come, quando, perché è stato scritto tanti anni fa, anche perché su questi testi c’è tanta confusione!

Potremo intitolare questa prima lettura: “UOMO DOVE SEI?” E non “ADAMO DOVE SEI?”… per troppo tempo questi primi capitoli sono stati considerati la storia di Adamo… ma Adamo è lontano da noi, troppo lontano. La Bibbia non vuole presentarci la storia del “Signor Adamo”.

In Ebraico non c’è la parola Adamo ma c’è la fusione di due elementi: un articolo “ha” e un'altra parola “adam” che probabilmente ha la stessa radice della parola terra, polvere. Così  “ha’adam” si può tradurre semplicemente con L’UOMO: e in questo “l’uomo” ci troviamo tutti. Quell’Adamo non è un nome proprio ma semplicemente è l’uomo, siamo noi! Forse è l’Uomo con la U maiuscola. Diceva Pascal “Adamo è mio padre, sono io, è mio figlio”.

Ecco la prima grande intuizione: questa storia non è così lontana perché  riguarda un lontano personaggio ma riguarda, interessa, interroga ciascuno di noi. Il protagonista è quel primo uomo, ma è anche ciascuno di noi.

Leggeremo così la nostra biografia, nei suoi gesti vedremo i nostri gesti, nello scorrere dei capitoli ritroveremo la nostra vita quotidiana. Impossibile? Proviamoci.

Le immagini che ascolteremo sono state però così banalizzate e inflazionate da diventare quasi come una specie di testo ironico. In realtà per l’autore erano immagini particolarmente sanguinanti e drammatiche che significavano la distruzione che l’uomo continua a creare. L’uomo è meraviglioso, “tu l’hai fatto di poco inferiore a Dio” (dice il salmo 8) eppure così fragile, così “nulla”…

I primi due capitoli parlano della bellezza dell’uomo (inteso come uomo-donna) e al capitolo 3 si parlerà del peccato, della caduta, della fragilità che tutti sperimentiamo ogni giorno. La Bibbia sarà tutta intrecciata da queste due verità: la grandezza e la piccolezza di ognuno di noi!

 

MITO, STORIA, SAPIENZA, LETTERATURA

Entriamo ancora un po’ di più nella struttura del testo.

L’uomo come è studiato dalla tradizione biblica? Viene studiato cercando di sondate i segreti del suo cuore e per questo ci sono parecchie strade.

 

  1. La prima strada è quella del MITO, DEL SIMBOLICO. Il mito non è una favola ma una delle grandi forme di manifestazione della cultura umana per spiegare la realtà, il mistero della vita stessa. La Bibbia parte a studiare l’uomo non dal nulla, ma si muove partendo da una serie di ricerche molto più antiche. Guardiamo ad alcuni grandi miti sulla creazione che sono precedenti ed estranei (se possiamo dire così) dalla Bibbia. La Bibbia, per esempio, dimostra di conoscere il famoso ENUMA ELISH (che significa “Quando dall’alto”) un celebre poema mitico dell’antico oriente, dalla Mesopotamia: Dio è frammentato e disseminato dentro il terreno della storia, un Dio non puro… Secondo Enuma Elish l’uomo è creato proprio da una serie di sabbie e terre diverse: il Dio creatore (di nome Marduk) prende questa pasta, pasta debole, mortale e con lei costruisce la creatura. Anche il Dio della Bibbia dalla terra fa nascere l’uomo. La differenza? Il Dio della Bibbia alita, soffia su questa pasta creata e lascia una traccia della sua divinità. Invece Marduk prende questa pasta e la miscela con un sangue maledetto, quello del dio Kingu, il dio ribelle, l’anti-dio, l’uomo non può’ che essere sempre portato verso il male, quasi lui stesso l’anti-dio. Un altro testo viene dall’Egitto e qui il Dio creatore crea con la forza della sua parola che è una lancia come se fosse un fulmine. Ecco un brano antichissimo: “Ormai la voce risuonò era la voce del dio Ptah, e questa voce divenne cuore e lingua e ogni cosa. Per il suo discorso sono formate le cose, e tutte le cose portano dentro di sé il cuore e la voce di Ptah”.  Dio è “imprigionato” nell’interno dell’uomo, tra Dio e l’uomo non c’è più distanza, nessuna differenza e si nota tutto ciò nella presenza di “tutto Dio” nel Faraone! Un terzo esempio un testo che fa molto discutere. Viene dalla grande scoperta archeologica del nostro secolo fatta da italiani nella città di Ebla nella Siria. Un manoscritto trovato dice: “Signore del cielo e della terra, non c’era la terra, egli l’ha creata. Non c’era la luce del giorno, egli l’ha creata. Non c’era la luce mattutina, egli l’ha creata”.  Sembra di leggere il primo capitolo della genesi. Interessante è descrivere anche il simbolo creativo dei Tupurì del Ciad e di tanti popoli africani… il cielo è così vicino alla terra che l’uomo (la donna) non ha più spazio e deve andare via curvo…allora chiede a Dio di allontanarsi, Dio si arrabbia e se ne va nei cieli, nascosto per sempre!

 

  1. 2. Seconda strada, quella della STORIA. Fino a non molto tempo fa (forse ancora oggi) molti (anche noi?) pensavano o pensano che le pagine della genesi fossero la descrizione delle avventure del primo uomo, scritte per prime, la registrazione storica di quello che ha fatto il signor Adamo. Si leggeva la pagina della creazione come una pagina di un libro di storia. Ma la genesi  non è un libro storico e non è questo lo scopo degli scrittori biblici. Non si vuole raccontare ciò che è avvenuto agli inizi, lasciamo da parte tutte quelle tendenze di far mettere d’accordo i giorni della creazione con il big-bang iniziale, con l’evoluzionismo, il poligenismo ecc. Si perde tempo! Qui si vuole scrivere una storia esistenziale. Potremo dire che è una storia a ritroso, al contrario: l’uomo che viene descritto è un uomo palestinese del X secolo a.C. anche se la sua esperienza viene retroproiettata agli inizi: se io prendo un inizio, prendo tutta la catena della storia umana. L’autore (o gli autori) ha davanti le domande fondamentali dell’uomo e allora cerca di dare una risposta fingendo di tornare all’inizio di tutto. Così la storia di Adamo è la storia che riappare sempre sulla faccia della terra, è l’esperienza di ogni uomo che entra a far parte di questo mondo.

 

  1. La terza strada è quella della SAPIENZA. Gli studiosi hanno chiamato queste pagine sapienziali. La sapienza è la vera filosofia della Bibbia: è la modalità con cui l’uomo si pone di fronte alla vita, all’essere, al reale. Questo significa che la Bibbia nella Genesi non vuole rispondere alle domande: Come è avvenuta la creazione? Quando è avvenuta? Ma vuole rispondere alle domande di senso: Che senso ha tutto questo? C’è un senso da dare alla vita? Che senso ha l’uomo? Che senso ha il mondo? Queste sono le domande sapienziali. Sono chiamate anche le domande ultime o penultime: Perché c’è la fatica del lavoro? Perché ci sono le doglie del parto? Perché l’uomo è tentato? Perché l’uomo è sempre insoddisfatto? Che senso ha il matrimonio? Perché sentiamo Dio lontano e che senso ha sentirlo vicino? Queste allora diventano davvero le domande fondamentali dell’esistenza e sono vere oggi come ieri, sono le domande dell’uomo eterno… che si chiede il perché, il senso della vita e della morte

 

  1. L’ultima strada è quella della LETTERATURA Guardando ai primi 3 capitoli della Genesi  potremo dire che ci sono due autori diversi che, seduti allo stesso tavolo,  ritraggono la stessa persona, da due angolature differenti: sono autori molto diversi.
  • Uno è giovanissimo, ha avuto molte avventure ed ora vuole ritrovare le radici di se stesso, E’ pieno di ottimismo, vuole vedere tutto ciò che gli sta dietro le spalle, all’origine. Questo autore è in realtà una tradizione detta per convenzione TRADIZIONE SACEREDOTALE (la sigla è P). E’ una scuola di “sacerdoti” fiorita alla fine del VI secolo a.C., dopo che gli Ebrei avevano vissuto la tragedia dell’esilio in Babilonia e stavano ritornando nella loro terra. Sono quindi persone che ritornano dall’esilio, che sono andati  a finire lungo i fiumi di Babilonia e ora vogliono ritrovare la propria identità, vogliono sapere chi è l’uomo. Questo è il primo capitolo.
  • L’altro autore è invece molto antico, molto più glorioso, una figura monumentale: è la TRADIZIONE JAHVISTA (la sigla è J) (usa il nome impronunziabile JAHVE’ per nominare Dio, il Signore). Questa tradizione nasce verso il X secolo durante lo splendore del regno di Salomone. Rappresenta quindi la sapienza di chi riflette e sa che l’uomo da un lato è grande e bello (cap.2) ma dall’altra è anche pieno di tante miserie (cap.3).

 

Abbiamo allora due penne diverse, due tradizioni lontane secoli, ma tutte e due si interessano dell’unico uomo, dello stesso personaggio che si chiama Adam appunto UOMO.

 

Ad ulteriore prova di questa compresenza è interessante notare che:

 

  • Ci sono due racconti della creazione (1-2,4a  e  2,4b-3,24)
  • Ci sono due genealogie di Caino-Kenan (4,17s   e   5,12-17)
  • Ci sono due racconti combinati del diluvio (6-8)
  • Ci sono due presentazioni dell’alleanza con Abramo (15 e 17)
  • Ci sono due espulsioni di Agar, la schiava di Abramo (16 e 21)…

LA CREAZIONE E LA CADUTA

Già leggendo le prime righe della Genesi ci accorgiamo di una cosa strana … ci sono due creazioni, diciamo meglio due racconti della creazione: il primo pone la creazione dell’uomo alla fine, nel sesto giorno; il secondo pone all’inizio la creazione dell’uomo. Quello più giovane (la tradizione sacerdotale) è nel cap. 1 e quello più antico (la tradizione jahvista) inizia dal cap. 2-versetto 4.

Partiamo dallo scrittore più antico, lo jahvista, ricordando, innanzitutto,  che è stato scritto più di 3000 anni fa!

In primo luogo dobbiamo  cogliere non la storicità ma la riflessione sapienziale attraverso i simboli di quella tradizione. Potremo allora dire che queste pagine non parlano di scienza anche se dobbiamo fare qualche semplice considerazione “scientifica”.

Il periodo in cui sono state scritte queste pagine aveva una concezione fissista della cosmologia, era assolutamente inconcepibile qualsiasi teoria evoluzionista, quindi era anche monogenista; inconcepibile quindi qualsiasi ipotesi poligenica, era una cosmologia geocentrica che vedeva tutto il grande universo centrato su questo asse che è il nostro piccolo pianeta. Attenzione:  non cerchiamo allora di trovare collegamenti con le attuali scoperte scientifiche (il cosiddetto concordismo),   non cerchiamo  di spiegare le ere geologiche ricorrendo ai sei giorni della creazione.

Lo scrittore biblico ha in mano le sue conoscenze scientifiche e geografiche e così pone tutta la storia e la genesi in uno spazio ben preciso, una dettagliata carta geografica (cap.2, 10-14). Così descrive la mappa del mondo conosciuto. Gli orientali immaginavano la terra come una piattaforma sostenuta da colonne che si reggevano su un grande abisso caotico (il caos, il nulla). In pratica il mondo è una struttura sospesa nel vuoto… siamo in un mondo sospeso: così l’uomo vive sempre ad un punto di mezzo tra il nulla e l’essere, tra la vita e la morte, tra armonia e disarmonia.

 

Cap.2,4b

  • Quando il Signore… Le cosmologie (anche quella che abbiamo letto di Enuma Elish) cominciano con questa parola QUANDO che comprende sempre il nulla, quando …non c’era nulla c’è allora l’azione, l’irruzione di Dio, il creatore.

C’è il “quando” e il “poi”… le conseguenze. Noteremo in questo momento la congiunzione di due poli, poli lontani che piano piano si raggiungono: è l’incontro fondamentale!

  1. PRIMO INCONTRO: abbiamo il Dio lontanissimo e la polvere della terra, tra questi due poli scatta un respiro, il respiro di Dio che fa unire in un dialogo misterioso Dio e l’uomo. Quell’uomo è Adam (v.7). E’ un incontro dall’alto al basso.
  2. SECONDO INCONTRO: l’uomo e le realtà più basse. Il giardino Eden è un nome geografico sconosciuto come luogo, il giardino è opposto alla steppa, al deserto, è il luogo dove abita Dio. E’ un incontro dal basso all’alto.
  3. TERZO INCONTRO: E’ la scena più gloriosa, affascinante, è un incontro alla pari (Ke-negdo=gli occhi negli occhi). E’ l’incontro, anche sessuale,  tra uomo e donna, incontro sereno, completo, terminale, quello che porta finalmente pace e gioia nell’uomo.

Guardando a queste tre relazioni scopriamo come sono vere anche per noi oggi: l’uomo si scopre come creatura di fronte all’infinito, l’uomo che scopre la materia, l’uomo che scopre il suo simile, la sua donna. Tutto ciò definisce anche la nostra vita di oggi attorno a questi tre elementi.

 

vv.4b-8

  • Il nulla iniziale: l’orientale non riesce a definire il nulla con una parola ma attraverso delle immagini che in questo caso sono molto curiose e significative: il nulla è quando non c’è acqua, quindi niente erba, quindi puro deserto!  (l’altra creazione invece ci presenterà proprio l’acqua come simbolo del nulla!). Il nulla è quando non c’è qualcuno che coltivi la terra, l’assenza dell’uomo: ci vuole dire che senza l’uomo il mondo è triste! L’uomo è davvero messo al centro, con tutti i rischi che questo comporta. Il mondo diventa armonia (ha un nome) quando c’è l’uomo: per questo è il primo creato!
  • Il soffio di vita: è un’immagine bellissima legata al lessico ebraico. Non si vuole parlare di anima, non è questa la preoccupazione dell’autore  (è una visione greca quella che divide corpo e anima). Per la Bibbia esiste l’uomo in quanto tale. L’uomo si chiama Adam e terra in ebraico si dice Adamà… quindi l’uomo è dalla polvere della terra e Dio (si utilizza il verbo plasmare che è un verbo che ha a che fare con il costruire, come fa il vasaio) crea questa creatura legata alla terra. L’uomo è legato alla terra: l’essere troppo angelici, essere dei guru, essere delle persone che cercano di dimenticare qualsiasi collegamento con la materia è un andar contro la nostra corporeità. Questo uomo riceve la neshamah (nella Bibbia ricorre 24 volte questo termine ed è posseduto o da Dio o dall’uomo). Cos’è? E’ certamente qualcosa che è collegata al respiro, alla vita, ma perché ce l’ha anche Dio? (lui non respira mica!)…Nelle varie interpretazioni scientifiche  3 sembrano le più attendibili: quella tedesca AUTOCOSCIENZA, quella inglese POTERE D’INTROSPEZIONE, quella francese CONOSCERSI E GIUDICARSI. E’ un potere che solo Dio e l’uomo hanno!

vv. 15.18-20

  • Nel giardino l’uomo deve fare due cose: coltivarlo e custodirlo. Questi due verbi in ebraico significano servire Dio e osservare i comandi di Dio (sono verbi “liturgici”)… come se l’autore volesse dire che l’uomo è stato messo sulla terra non solo per lavorare ma anche per pregare, per cercare un mistero ulteriore, l’alleanza col suo Creatore. L’uomo però dopo aver dato il nome (posseduto) tutte le cose non trova qualcuno che “gli sta di fronte” (ke-negdo): l’uomo non è ancora realizzato e pur avendo di tutto… gli manca qualcosa. E’ curioso constatare che Dio e il mondo non bastano all’uomo, neanche Dio gli basta! L’uomo non è completo fino a quando non ha fatto anche quest’ultima esperienza. Un uomo solo religioso o solo tecnico non è completo.

 

vv. 21-25

  • E’ il primo canto d’amore della Bibbia: bellissimo nella sua forma ebraica e nella sua simbologia, una tensione poetica, da cantare. C’è tutto il parallelismo dell’oriente.

Su questa costola quante banalità sono state dette! Si pensava alla dipendenza della donna dall’uomo. Eppure il testo vuol proprio dire il contrario. Carne = debolezza; ossa = consistenza.  Siamo un impasto di debolezza e forza. La costola è quasi il ponte di comunicazione tra i due per dire che c’è la stessa materia ed è dentro ad un sonno. L’uomo sta dormendo, significa che è solo Dio che agisce e che la donna è il dono di Dio  per l’uomo, è l’ultimo grande dono di Dio. Così l’uomo chiama questo che gli sta di fronte “carne ed ossa”. E a questo l’uomo vuole dare un nome per possederla. In questa parte non si chiama ancora Eva ma solo “donna”. L’uomo che si chiama (oltre ad adam) ish, dona il femminile che è ishah. E, per dire che sono inseparabili, la Bibbia usa quell’immagine forte nel dire che saranno una carne sola: è l’atto sessuale nella sua naturalità, i due principi si uniscono, due persone necessarie, due occhi che si incontrano per celebrare l’amore.

“Diventare una sola carne” significa anche la carne del bambino che nasce dai due che non è solo di uno ma di tutti e due. La donna è la risposta alla grande malattia dell’uomo, alla grande malattia di ognuno: la solitudine. L’uomo può avere tutte le cose di questo mondo, può lavorare dalla mattina alla sera… solo quando incontra l’altra trova finalmente la pace: l’uomo è realizzato nell’incontro, nella comunione.

 

Brevi spunti di riflessione

  • L’uomo che si realizza è l’uomo che scopre l’infinito, l’autocoscienza…se perdiamo questa coscienza, il legame con l’infinito, la capacità di passare al di là, non siamo veramente uomini.
  • L’uomo è un uomo lavoratore, che plasma e trasforma la materia, che si realizza nelle cose di questo mondo (intelligenza, manualità, fisicità…). Un uomo capace di pensare, agire, fare… è anche l’uomo dei sogni!
  • L’uomo per essere completo deve avere un amore (che resta dono di Dio), se non ha l’amore l’uomo è finito.. non gli bastano né Dio né le cose…

 

 

IL PECCATO DELLE ORIGINI

(  Riprendiamo i vv. 8.9-16.17, il resto del cap. 2 e il cap. 3)

 

Attorno ad uno di questi alberi si gioca la vita dell’uomo, è un albero particolare.

Guardiamo ai simboli, ai protagonisti:

 

  1. 1. L’ALBERO: (i due alberi!) simbolo per eccellenza della vita, tantissimi brani della Bibbia parlano di alberi per parlare di vita, di sapienza. E’ l’albero della vita sotto il quale stanno uomo e donna. C’è però vicino un altro albero quello della conoscenza del bene e del male… piano piano l’albero della vita scompare per lasciare il posto a quest’ultimo. Troveremo solo alla fine del cap. 3 l’albero della vita  dove Dio dice, in modo ironico, che l’uomo non lo tocchi perché altrimenti diventerebbe come Lui. Era stato però dimenticato ma lo troviamo in altri testi scritti nello stesso periodo della genesi  che parlano dell’albero della vita: l’Epopea di Ghilgamesh è una storia vicina a quella della Genesi. Ghilgamesh deve prendere il seme dell’albero della vita per un suo amico morto che vuole riportare in vita. Trovato la piccola pianticella della vita eterna, va a fare un bagno per ristorarsi, ma un serpente morsica la piantina che subito si secca. La voce degli dei gli dicono: la vita che tu cerchi, tu non la troverai: è la morte che gli dei destinarono per sempre all’umanità”…è il fallimento di ogni vita. La Bibbia però sposta l’accento dal senso della vita e della morte al problema morale, il problema della scelta, il problema della libertà. Guardiamo allora al secondo albero quello della conoscenza del Bene e del Male. Il verbo conoscere nella Bibbia non è solamente il sapere intellettualmente, spesso è anche l’atto sessuale tra due persone: conoscere è quindi amare in tutta la sua pienezza. E’ il conoscere del cuore, della passione e del sentimento. L’albero rappresenta l’albero del conoscere, del decidere, della scelta fondamentale, della passione, dello scegliere il bene o il male. L’uomo in questo campo ha anche la possibilità della scelta della volontà, della decisione, la capacità di essere lui un po’ l’artefice del proprio destino. E poi ha le mani, l’agire morale! E’ quindi l’albero della scelta (tutto quello che ci sta tra il bene e il male). Un piccola curiosità …Perché si dice che questo albero è un melo anche se nella Bibbia non è mai scritto? In latino melo si dice malus e il male si dice malum… è l’albero del malum perché in questo momento si descrive la grande tragedia del peccato, la scelta dell’uomo verso il male, quando coglie questo frutto scatta il peccato. L’uomo (e nessuno degli animali) è l’unico sulla faccia della terra che può decidere autonomamente il suo destino. Dio ha voluto così. Non ci ha voluto come gli animali, non ci ha voluto stelle o cielo… l’uomo è LIBERO!

  1. 2. IL SERPENTE: “Il serpente era la più astuta di tutte le bestie” (c’era anche in Ghilgamesh).  Attenzione non è stato lo Jahvista ad identificarlo col Diavolo ma solo nel I sec. a.C. (libro della Sapienza: “E’ per invidia del diavolo che la morte è entrata nel mondo e ne fanno esperienza coloro che gli appartengono”). Per lo Jahivsta l’idea era un’altra. Molto più fina: per la tradizione orientale il serpente era simbolo ricorrente di fecondità legato alle sacerdotesse cananee dove la religiosità era più “terrena”: il fedele andava al tempio e la sacerdotessa gli trasmetteva (sessualmente) l’energia di Dio. In ebraico serpente si dice “nahas” che richiama anche la divinazione, per far capire l’ambiente idolatrico in cui si svolge la tentazione. Attenzione allora a vedere la donna come l’adescatrice, la tentatrice che costringe l’uomo, infatti per l’ebreo donna e serpente sono due simboli dell’idolatria, di un’altra religione, erano i due simboli che il fedele ebreo incontrava fuori della sua tradizione ed era una grande tentazione nell’andare nei santuari cananei: si incontrava un dio facile, il dio ridotto ad un meccanismo naturale, biologico.  E’ un dio che diventa idolo, che posso pagare, comprare… ecco il peccato: è l’orgoglio di decidere come Dio, mettersi al suo posto, decidere io dove trovare Dio, decidere io che cosa è bene o male. 

  1. DIO: All’inizio è silenzioso come contemplasse la scena e così lo pensiamo pronto ad arrivare con la mannaia al tempo opportuno sull’uomo peccatore. Dio è descritto all’inizio come un “gran visir” e anche alla fine, dopo il peccato è visto così. Dio però cerca l’uomo (Dove sei?). Dio sa, fin dal principio, che l’uomo è peccatore eppure va a cercarlo come faceva nell’Eden tutte le sere, le sere dell’intimità. E in quel momento l’uomo si sente nudo. Per capire fino in fondo il significato di questo “essere nudi” dobbiamo conoscere il processo che avveniva per il divorzio. Durante il matrimonio il marito da un mantello alla sposa. Nel divorzio lo sposo spoglia la sposa e la lascia nuda.  La donna ritorna al punto di partenza: la nudità è lo stato di base, è l’uomo nella sua purezza, limite e splendore, grandezza e debolezza, nel suo stato interiore ed esteriore. Il vestito è una specie di difesa, di protezione contro il degrado del corpo e anche per ripararlo. Quando l’uomo è in pace con Dio non si vergogna di quello che è perchè si accetta. Quando invece la sua libertà è ormai spezzata allora l’uomo ha paura. Dio però si preoccupa di vestire l’uomo, di dargli una protezione.  Nella legislazione orientale solo il padre di famiglia poteva dare e preparare il vestito. Questo Dio, che pure è sdegnato, è pur sempre il Dio padre, in quell’uomo e quella donna Dio si può specchiare, Dio ha nostalgia dell’uomo e come un padre lo continua ad amare e a rivestire, a proteggere e a dargli sostegno nel cammino della vita. Ma Dio è anche il giudice: è l’ultima parola del cap. 3.  Dio non è indifferente al male. Così l’uomo è espulso dal giardino dell’Eden. Tra Dio e l’uomo si è spezzato il dialogo: Dio si interessa ancora all’uomo ma non gli è più così vicino. E’ questo che accade quando decide di organizzare la sua vita in un’altra maniera rispetto al progetto del bene e del male che Dio gli aveva disegnato davanti agli occhi. Ci troviamo dinanzi ad un processo: il delitto, l’istruttoria, la sentenza e l’esecuzione della sentenza. Agli estremi c’è il delitto e il castigo, e al centro tre anelli, tre sentenze che descrivono la vicenda dell’uomo che usa follemente della sua libertà… L’autore jahvista vuole far vedere che cosa ha prodotto questa radice, questo decidere noi qual è il vero bene e qual è il vero male. Ecco le tre sentenze:

 

CONTRO IL SERPENTE: LA LOTTA DEI DUE SEMI

Dice Dio al serpente: “Io porrò tra te e la donna … tra la tua stirpe e la sua stirpe”, in realtà la traduzione è tra il suo seme e il tuo seme.. L’autore jahvista ha voluto tenere una specie di tensione permanente senza risolvere la cosa: il seme del male attenta continuamente il calcagno e  fa inceppare e cadere, ma l’uomo tenta di schiacciarlo. E’ la storia eterna dell’uomo il quale è continuamente insidiato e tenta di vincere il male. Dobbiamo dirlo, questa non è una pagina di speranza ma di paura e di tristezza… è una pagina disincantata che guarda alla storia in cui il male prosegue ininterrottamente il duello. Ecco quello che vuole dirci questa pagina: la storia si svolge attorno a due semi che nascono da due realtà diverse. Questi due semi saranno sempre nemici, sempre… per ora la pagina è pessimistica, aspettiamo l’aspetto positivo che verrà più avanti.

 

Potremo dire infine che proprio nella storia c’è una possibilità di liberazione  data da una persona, il Messia, il quale vincerà il male. Queste però sono solo interpretazioni molto successive! Restiamo nell’aspetto ancora pieno di pessimismo.

 

 

CONTRO LA DONNA: LE DOGLIE DEL PARTO E LA SESSUALITA’ VISTA COME POSSESSO

 

Ora la protagonista è la donna. L’autore si chiede (partendo dall’esperienza) perché la vita che è il segno fondamentale della felicità ed è rappresentato dalla donna che genera è accompagnato dal grido di dolore della donna. La risposta? Perché vivere è un dramma, vivere è una tragedia.

E si prosegue: l’uomo e la donna che si erano incontrati avendo scoperto il loro desiderio, la loro felicità, la loro gioia l’istinto positivo ora la loro unione  si colora di negatività, una prigionia, una sessualità negativa. Ed ecco che certamente l’autore ha in mente il beduino, il nomade, che “dominerà la donna”. E’ il verbo dell’imperatore che schiaccia i sudditi e anche il verbo della violenza sessuale, la donna violentata… quello che doveva essere armonia diventa tensione brutale! L’eros  che era la componente gioiosa ora diventa solo dominio. Ancora negativo: è la sconsolante esperienza della sessualità vista solo come possesso!

 

CONTRO LA MATERIA: LA TERRA OSTILE

 

La terra diventa solo spine e tribolazioni, l’uomo ha bisogno di cibo e quasi la terra si ritira. Anche qui possiamo capire la pagina pensando al contadino palestinese che vede il deserto avanzare anno dopo anno e non ha più quasi quel metro di terra per seminare qualcosa. La terra è ostile! Perché? L’uomo ha rotto l’equilibrio anche con il creato, non è più in sintonia con l’universo. Lo vediamo soprattutto oggi: l’uomo e la materia hanno instaurato una lotta e sembra quasi che il mondo si ribelli contro l’uomo,  l’uomo non sente più la terra come un grembo.

 

 

 

BERESHIT: In principio … UN INIZIO OPPURE UNA META?

 

Guardiamo ora a questo capitolo 1 della tradizione sacerdotale,  la più giovane che, probabilmente, ha conosciuto lo jahvista è vissuto circa 500 anni  prima di Gesù  ed ha alle spalle l’esperienza dell’esilio di Babilonia. Ha un sogno: cercare di tracciare tutta la triste storia di Israele. Parte allora dalla creazione, dall’inizio, da quel  “In principio”. Vedremo che più che un principio è un fine, non una fine. L’autore non vuole descrivere ciò che è avvenuto alle origini ma in realtà vuole descrivere il progetto terminale, quello verso il quale tutti noi dovremmo camminare.

Come al cap. 2 così anche nel cap. 1 troviamo una serie di meraviglie. La parola bereshit non vuol dire solo in principio ma anche primizia, la cosa più preziosa e fresca che si offre nella grande festa di primavera. Guardiamo a 7 semplici elementi:

 

  1. 1. Le formule

E’ una specie di litania, ci sono formule ininterrotte. E’ come un coro che avanza. E’ un sacerdote che scrive e parla in modo solenne. Il tutto è descritto come fosse un’architettura armonica: l’universo è una cattedrale fatta in sette giorni. Sette è il massimo della perfezione.

 

  1. 2. I numeri

2: Il separare luce/tenebre, acque/terra… Separare è mettere ordine, prima c’è il caos e poi ecco l’ornamento.

6: i giorni della creazione,  sei è il massimo dell’imperfezione, sei è quasi una maledizione, vuol dire essere limitati.

7: appunto il massimo della perfezione.

 

  1. 3. Creare

“Bereshit bara Elohim”: In principio Dio creò…  barà indica in ebraico il lavoro del boscaiolo il quale prende il tronco e lo da allo scultore: la materia diventa un’opera d’arte. Non c’è qui il dio che, solitamente nelle tradizioni orientali, combatte con altri dei. Ma Dio è un umile lavoratore, pacifico che cesella la sua creatura.

 

  1. 4. Creare dal nulla

Come dal nulla, potremo dire, se c’è già una materia, il caos primordiale? Eppure ci vuole dire che Dio è il primo… gli orientali non possono pensare in astratto come noi, il nulla hanno bisogno di raffigurarlo, è un tohu bohu (si dice anche in francese) che significata confusione, deserto,  qualcosa di non bello… anche le tenebre per l’orientale sono il nulla che non ha luce.

Dio prende questo tohu bohu, tenebre - abisso – deserto, per far fiorire il mondo!

 

  1. 5. Lo spirito creatore di Dio

La parola ruah è spirito e vento. Dio è vento creatore (Ez. 37)  Il verbo aleggiare si può tradurre con covare… tante culture anche quella indiana vede il mondo come un grande uovo cosmico che esplode e nasce la vita… l’uovo simbolo di pasqua, simbolo di vita!

 

6. Era cosa buona: la gioia di Dio creatore

La parola Tov’ vuol dire: buono, splendido, bellissimo, felice, gustoso, gioioso… e sottolinea la sorpresa di Dio il quale è felice del capolavoro fatto e continua a dire di giorno in giorno che è bello: lui stesso è stupito di questa meraviglia.  E quando crea l’uomo dice tov meod = molto buona, molto bella… è il vertice della creazione. Dio si diverte, come dice il libro dei proverbi 8, 30-31, Dio gioca creando, il suo gioco è perfetto, la sua danza meravigliosa.  E’ il generare che è bellissimo Ecco un bellissimo brano di Roth (tratto dal romanzo: La cripta dei cappuccini) “Nell’istante in cui potei prendere tra le braccia mio figlio, provai un riflesso di quell’ineffabile, sublime beatitudine che dovette colmare il Creatore il sesto giorno quando egli vide la sua opera imperfetta, pur tuttavia compiuta. Mentre tenevo tra le mie braccia quella cosina minuscola, urlante, paonazza, sentivo chiaramente quale mutamento stava avvenendo in me. Per piccola, brutta e rossastra che fosse la cosa che tenevo tra le braccia, da essa emanava una forza indicibile: essa era un riflesso del Creatore”.

 

7. Dio disse: la parola

E’ l’attore fondamentale: “Dio disse…”. I semiti non cedevano il nome perché l’altro lo avrebbe potuto  far suo. Il nome è mio e solo mio, lo do alla persona che amo. Lo dono solo quando ho stabilito con l’altro un dialogo profondo. Dio da il nome… non muove le mani eppure l’immagine è quella del boscaiolo… lo strumento è la parola. Così Dio dice e le cose compaiono. Dabar in ebraico significa sia parola che atto… Dio quando dice e nello stesso tempo  fa…

 

ALTRE ANNOTAZIONI IMPORTANTI:

A immagine e somiglianza

Cosa significano davvero Selem e demut? selem si dice della statua, simile a quello che si vuole raffigurare… demut indica una somiglianza non precisa, un pressappoco. Così l’uomo è contemporaneamente qualcosa di molto simile a Dio ma anche qualcosa che non si identifica pienamente con Dio. L’ebreo è invitato sempre a non andare a cercare riproduzioni, statue, dipinti, immagini di Dio ma è invitato continuamente a cercare il volto di Dio nel fratello.

Nel tempo in cui scrive il Sacerdotale si dava, nei popoli vicini, solo al re l’immagine di Dio  nella Bibbia avviene un processo di democratizzazione: ogni uomo, adam, è colui che domina la terra ed è immagine di Dio, anche se è una persona fragile, brutta, malata.

 

 

L’uomo maschio e femmina, simile al Creatore

v.27. E’ un versetto provocatorio. Pur combattendo ininterrottamente contro la tentazione di ridurre Dio ad un essere sessuato (come nei culti idolatrici vicini) ora ci viene detto che l’immagine di Dio è quella di uomo/donna.

La relazione sessuale uomo/donna condensa in sé tutte le relazioni umane che producono qualcosa di vivente, una creatura, che danno vita… questa è immagine di Dio. L’uomo attraverso la relazione d’amore ha la possibilità di essere simile al Creatore. Potremo dire oggi che l’immagine di Dio che è in noi, quella che ci porta più vicino a lui, è la nostra capacità di amare: questo ci fa essere a immagine e somiglianza sua.

 

L’uomo prigioniero del sesto giorno

L’uomo è stato creato il sesto giorno… e il numero 6 è un giorno maledetto. Il numero della bestia nell’Apocalisse è 666: il massimo dell’imperfezione! L’uomo così potente, che porta in sé il sigillo di Dio, in realtà è un prigioniero, prigioniero del sesto giorno! E da questo giorno imperfetto Dio da  una benedizione che dà origine al settimo giorno… che diventa il tempo di Dio. Così potremo dire che il sei è il numero del limite e il sette il numero della perfezione, in cui c’è soltanto Dio!

L’uomo limitato, imprigionato in quel 6° giorno, quando nel settimo giorno entra nella perfezione della preghiera passa automaticamente all’eternità. Egli diventa, in un certo senso, immortale, perfetto, spezza le catene dei suoi sei giorni e diventa veramente in quel momento simile a Dio. Nei sei giorni facciamo opere che prima o poi muoiono. Il settimo giorno è come un seme fecondo, come una struttura nuova dentro il limite! Così nasce la settimana, che ha in sé la stabilità dell’infinito.

 

Così i capp. 1 e 2 sono la celebrazione dell’uomo. Le due tradizioni ci dichiarano che l’uomo ha la grande possibilità di essere nel paradiso. Lo Jahvista ci dice che abbiamo un paradiso nello spazio (tutto è mirabile e bellissimo) Il Sacerdotale ci dice che abbiamo un paradiso nel tempo (la settimana liturgica). Spazio e tempo sono le coordinate dell’uomo aperto alla gioia più piena.

Alcuni studiosi vorrebbero che si leggesse e mettesse il cap. 3 prima del 2 perché questo paradiso è il destino dell’uomo. Per cui prima c’è l’adam peccatore e poi l’adam salvato e perfetto.

“Quando si vede un uomo morire, è come se si vedesse andare in fiamme un libro della parola di Dio. Ma la fiamma della parola di Dio è immortale e la fiamma dell’uomo non si spegne mai” (recita un testo del Talmud).

Noi proviamo dolore, bestemmiamo davanti alla morte… la creatura umana non è fatta per morire!  I nostri due scrittori ci vogliono dire proprio questo: l’uomo, come la fiamma di Dio, continuerà a brillare anche dopo la morte.  

 

 

La peccaminosità originale (Gen. 4-11): da personale diventa generale

Vogliamo seguire ancora la tradizione jahvista sulla sua analisi della peccaminosità umana e della maledizione che incombe sull’uomo peccatore.

L’uomo continua ad usare la libertà, il dono più bello e più grande di Dio,  in maniera folle. E noi possiamo seguire questa specie di lunghissima, ininterrotta genealogia del male descritta nei cap. da 4 a 11 della Genesi.

Guardiamo alle tappe fondamentali e ad alcune sottolineature.

Questa peccaminosità, che non riguarda solo il primo uomo ma tutta l’umanità, ci è proposta in forme diversissime e a volte in forme simboliche terrificanti.

Se nel cap. 3 ci poniamo la domanda: l’uomo può accettare Dio come suo fondamento? Nel cap. 4 la domanda sarà: l’uomo può accettare l’altro? Il suo fratello? – Attenzione: La parola fratello comparirà per ben 7 volte (numero perfetto) in questo capitolo.

 

CAINO E ABELE

I personaggi:

Caino (Qajn) si accosta al verbo qanah = acquistare oppure fabbro, lancia, ma la miglior traduzione è gelosia.

Abele (Hebel) tradotto dai rabbini come soffio, cosa fugace, vanità (inizia con questo termine il libro del Qoelet: “vanità delle vanità…”) in riferimento alla morte prematura ma può essere ricollegato al termine assiro hablu, ablu che significa figlio, erede.

 

Gli studi biblici ci informano che la storia di Caino e Abele è piena di incoerenze perché conobbe varie tappe prima di arrivare alla stesura che abbiamo nella Genesi.

Inizialmente era  un racconto popolare, indipendente da quello di Adamo ed Eva, che  narrava la vita di un antico eroe, chiamato appunto Caino, che visse in un’epoca già avanzata dell’umanità, infatti  nel capitolo si parla di città da costruire, di nazioni intere che popolano la terra e si fa accenno ai lavori dell’agricoltura (Caino) e della pastorizia (Abele).

Probabilmente  questi  divenne il fondatore di una tribù beduina, che abitava nel deserto al sud dell’Israele , chiamata dei “cainiti” . Questa  storia includeva il suo matrimonio e la nascita del figlio Enoch (4,17). Questo racconto era conosciuto agli israeliti che la modificarono. Il problema era capire perché questi abitanti del deserto si dedicassero alla rapina, all’omicidio e al saccheggio. La risposta era chiara: questo atteggiamento era  un castigo di Dio che li aveva condannati a vivere erranti per qualche omicidio commesso dal loro capostipite. La storia allora prende forma tra la grande e ancora attuale guerra fra agricoltori (stabili) e pastori (nomadi).

La tradizione ebraica andò trasformando l’eroe leggendario in un fratricida condannato da Dio a vivere errante. Lo scrittore Jahivista vuol far notare come  la violenza comincia a diventare sociale, una violenza che entra negli stati di vita diversi: uno non sopporta l’altro; ed ecco l’odio si scatena e subito la terra è irrigata di sangue.

Nei primi versetti Caino è il protagonista (Dio parla solo con lui!) mentre Abele è una figura marginale che serve per spiegare il seguito e cioè che la relazione interrotta con Dio continua anche quando il peccato si espande… Si vuole, così,  spiegare che il male cresce nel mondo anche per i delitti commessi contro gli altri uomini. Si vuole allora parlare di “fratelli” e ripete questa parola 7 volte come se volesse insegnare che ogni uomo è fratello del resto degli uomini!

Possiamo allora parlare di secondo peccato originale che segue le stesse tappe del primo.

Vediamo:

Il racconto di Adamo ed Eva si struttura in 4 parti:

  1. Comando di Dio (non mangerai…)
  2. Disobbedienza dell’uomo
  3. Castigo di Dio
  4. Speranza di salvezza (Jahvè vestì l’uomo e la donna…)

 

Il racconto di Caino e Abele si struttura in 4 parti:

  1. Comando di Dio (se operi bene potrai alzare la testa.. v.7)
  2. Disobbedienza dell’uomo (Caino uccide Abele v.8)
  3. Castigo di Dio (maledetto sarai lontano da questo suolo v.11)
  4. Speranza di salvezza (Jahvè mise un segno a Caino perché nessuno lo toccasse v.15).

 

L’autore tenta di proporre lo stesso tema del racconto di Adamo ed Eva ovvero l’origine del male, ma vi da una risposta diversa. Nel primo racconto lo Jahvista spiega che il male nel mondo dipendeva dalle relazioni dell’uomo con Dio. Ora completa l’immagine e aggiunge che il male non nasce solo dalla rottura dell’uomo con il suo Creatore ma  c’è un secondo peccato originale: la rottura delle relazioni con il fratello.

Per questo nella prima narrazione, è la voce di Dio che avverte i progenitori del loro peccato mentre, in quella di Caino, è il sangue di Abele che lo accusa: “La voce del sangue di tuo fratello grida a me dal suolo”.

 

(v.5) Il primogenito, nell’AT, è l’eletto, il benedetto…ha molti più privilegi rispetto agli altri figli, ma nel rapporto con Dio non è così (lo vedremo anche con Giacobbe, con Davide…). Dio sceglie chi vuole lui, a volte il più debole, l’ultimo. Forse possiamo spiegare così il fatto che Dio gradisca l’offerta di Abele piuttosto che quella di Caino. Certamente lo Jahvista vuole dirci che il rapporto con Dio è legato al rapporto con il fratello, e così la ribellione contro Dio sfocia in aperta invidia contro il proprio fratello. Dio parla con Caino, non ha “rotto i ponti con lui” e vuole prevenire la catastrofe. Ma Caino non accetta la parola di Dio e il peccato entra così nel suo cuore e affretta la tragedia: ecco il primo omicidio!

Caino non vede in Abele un fratello, ma solo l’ostacolo che gli impedisce di essere il primo. La Bibbia riporta che Caino disse ad Abele: “Andiamo in campagna…” ma, in realtà,  sembra che non dica niente…, dove c’è odio e vendetta non c’è più dialogo!

Caino alzò la mano, ma forse sarebbe meglio dire s’innalzò,  … per uccidere l’altro bisogna innalzarsi sopra di lui, sentirsi più grandi, porsi più in alto, mostrarsi superiori.

Caino così sparge il sangue (la vita) di Abele. Abele diventa figura di tutte le vittime della storia e secondo Luca (11,51) Abele è annoverato tra i profeti. Abele diventa figura del sacrificio di Cristo.

 

(vv.9-10). Dio interroga Caino, come aveva fatto con Adamo ed Eva,  e Caino ribatte  di non essere “custode” del fratello e sembra quasi che Caino rimproveri Dio dicendogli che è lui il custode, è suo il compito di custodire.

 

(vv.11-12) Dio stavolta maledice Caino. Uccidere l’uomo significa uccidere l’immagine di Dio, uccidere Dio stesso: è un deicidio! E’ davvero rivoluzionaria la storia di Caino per la sua epoca. Vuole chiarire che il crimine contro il fratello è grave come il delitto contro Dio: la responsabilità dell’uomo verso il suo prossimo è la stessa che ha di fronte a Dio. Lo jahvista vuole dire (al suo tempo) che per essere un buon credente è necessario anche preservare la vita degli uomini, curarla e vegliare su di essa… perché  anche questa è lode a Dio. E la pena corrisponde al peccato: il suolo diventa non coltivabile  e maledetto… Dio non applica la pena di morte, com’era da aspettarsi secondo la tradizione corrente, perché nel castigo c’è sempre un po’ di pietà, affinchè la storia continui.

La cacciata di Caino prolunga quella di Adamo (è usato lo stesso verbo) e ad essa si aggiunge la paura di Dio e degli altri: chi potrà fermare la violenza?

 

(v.13) Finalmente Caino parla con Dio. Non si sa se la frase è un interrogativo o una affermazione (se optiamo per la seconda allora può essere un inizio di conversione e di pentimento).

Caino va nella terra di Nod (Nad = “fuggitivo sulla terra”).

 

(vv. 17-26) La vita continua nella linea maledetta di Caino, la civiltà avanza e cresce nel peccato. Tutta la cultura e la scienza hanno un padre: Caino. Per lo Jahvista la scienza e la cultura nascono con una venatura negativa già quasi originale, da una sorgente già inquinata. Cultura e scienza (ne siamo testimoni anche noi…) sono degli ordigni terribili che l’uomo ha nelle mani, pur essendo anche delle preziose possibilità pensiamo all’urbanesimo, alla musica, alla scienza e tecnica.

 

(vv.23-24) E’ di scena Lamech, che introduce la poligamia (si esce dal rapporto voluto da Dio di dualità  - i due saranno una sola carne – e l’uomo diventa padrone della donna. Due donne: una per procreare e una per il piacere) e si vanta del suo spirito vendicativo. Emblematico e terribile il canto delle spade: “Ho ucciso un uomo per una scalfittura e un ragazzo per un livido… sette volte sarà vendicato Caino ma Lamech settantasette”…è il canto della violenza a spirale, infinita, insensata. Non c’è più neppure la legge del taglione (occhio per occhio, dente per dente, mano per mano, piede per piede, bruciatura per bruciatura, graffio per graffio, livido per livido). Gesù ricorderà questo brano per parlare non di violenza ma di perdono. Soprattutto ci accorgiamo come il  peccato ormai è davvero inscindibile sia verso Dio sia verso il prossimo. Peccato è voler eliminare Dio e il fratello.

 

(vv. 25-26) Ma finalmente c’è per un breve momento, una nuova discendenza da Adamo ed Eva: il figlio Set (dall’ebraico Shet-shat = aver accordato) e da lui nacque Enos: finalmente si comincia, in germoglio, a invocare il nome del Signore. E’ dalla discendenza di Set e non da quella di Caino che si comincia a chiamare Dio JHWH. C’è il peccato ma c’è anche chi invoca il Signore.

 

DISCENDENTI DI ADAMO

Il cap. 5 è della tradizione sacerdotale. Con dieci nomi corrispondenti  a dieci generazioni è colmata la distanza tra la prima coppia e il diluvio. Le genealogie, famosissime come genere letterario, sono dette in ebraico TOLEDOT: è lo stile sacerdotale fatto di formule fisse, ripetitive. Ecco i nomi dei patriarchi prediluviani: ADAM, SET, ENOS, KENAN, MAALALEEL, IARED, ENOCH, MATUSALEM-ME, LAMECH, NOE’. Ce ne saranno altri dieci (cap. 11) chiamati postdiluviani che coprono il periodo da Noè ad Abramo. Non dobbiamo cercare certamente una sicurezza scientifica su date e numeri ma tutto rimane simbolico e teso a far collegare Adamo ad Abramo (ricordiamo le due genealogie di Luca e Matteo: una parte da Adamo, l’altra da Abramo). I popoli circostanti colmavano i collegamenti tra generazioni inventando personaggi mitologici e antenati divini: dei, semidei ed eroi. Qui sta una grande novità della Bibbia: sono scelte sempre persone in carne ed ossa… come Dio ci ha creati. Si è scelto il numero di dieci generazioni per ragioni mnemoniche: più semplice da ricordare servendosi delle dita delle mani. Si vuole legare la promessa futura appunto da Adamo ad Abramo.

Ma cerchiamo di capire come mai questi personaggi biblici vivevano così tanti anni consci del fatto che la paleontologia segnala che l’uomo preistorico viveva in media 29 anni, che al tempo di Gesù si giungeva a 50 anni, agli inizi del XIX sec. 55 anni, nel sec. XX a 60 anni ed oggi si arriva a 75/80 anni nei paesi industrializzati mentre in Ciad la speranza di vita è 47 anni.

Ancora una volta dobbiamo trovare il significato sui numeri! Alcuni esempi:

Adamo è vissuto 930 anni: 1000 (il numero di Dio, secondo il salmo 90) meno 70 (il numero della perfezione…il peccato di Adamo).

Enoch visse 365 anni: corrisponde ai giorni presenti in un anno… non muore, ed  è al settimo posto… ( è il 7° della lista “beneficò del favore di Dio e non morì”).

Noè: il diluvio sopravvenne quanto egli aveva 600 anni, cioè 10 x 60. 60 rappresenta la divisibilità massima (per 2,3,4,5,6) ed è la sintesi del sistema decimale.

 

Lasciando alla gematria questi problemi noi possiamo dire che l’età dei patriarchi non vuole essere un’idea biologica… l’età è in funzione dei peccati. Nell’AT non c’era la possibilità di premiare con un aldilà ed ecco allora che aumentano  gli anni. I molti anni sono il premio e la benedizione di Dio per il giusto, anche se questa non è una regola fissa come lo vedremo in seguito. L’età dell’uomo decresce  parallelamente al crescere del peccato. Dopo il diluvio fino ad Abramo si arriverà solo a 148 anni di vita di Nachor e già in Gen. 6, 3 si dirà che il limite è di 120 anni (la vita di Mosè).

Piccola curiosità: Rispetto alle età che sono attribuite ai re della lista sumerica del tempo, che indicavano  migliaia di anni di vita per ogni re, qui restiamo almeno dentro un criterio simbolico, più umano.

 

Alcune note:

 

v. 1: Adamo genera Set a “sua immagine e somiglianza” così Set è “immagine e somiglianza” di Dio stesso.

 

v. 2: E’ Dio che dona il nome “uomini” per le sue creature e Adam dona il nome a Set.

 

v.22: Riprendiamo il discorso su “Enoch che camminò con Dio”. Enoch visse “solo” 365 anni: potremo dire che la pienezza di vita è data dal camminare con Dio e non dalla lunghezza di giorni. La lunghezza maggiore o minore del tempo della nostra vita non ha nulla a che vedere con il nostro rapporto con Dio. Cioè la pienezza di vita non risiede in una vita longeva ma, come per Enoch, nella fedeltà a Dio che ha fatto sì che egli, pur vivendo meno di tutti gli altri, abbia vinto la morte, essendo stato preso da Dio e trasferito in cielo: se un uomo cammina con Dio non muore più! La vera morte è il non camminare con Dio! Nell’Antico Testamento solo Enoch ed il profeta Elia hanno conosciuto la sorte di essere presi da Dio con sé, nessun altro! La vera morte è l’allontanarsi da Dio, la vera vita è il camminare con Dio.

 

v.29: Al termine della lista compare Noè (Noach) il cui nome è spiegato nel versetto in riferimento al verbo nacham = consolare. E’ figlio di Lamech (con lo stesso nome del figlio violento di Caino) per dire che anche dall’uomo più malvagio e violento può nascere un figlio capace di consolare e di usare bontà.

 

Con Noè entriamo  nella generazione del diluvio.

 

PECCATO, DILUVIO, NOE’

Il peccato  ancora prosegue… potremo chiamarlo il terzo peccato: si vuol rispondere alla domanda: come mai l’uomo, che pur desidera vivere a lungo, che brama la vita, tuttavia non riesce ad assicurarsela e vede che questa gli sfugge di mano? Come mai la vita dell’uomo si è accorciata?

Ecco allora la particolare scena del diluvio.

Dio prova nausea nei confronti dell’uomo, sua creatura che ormai è capace di gravissimi delitti. Torniamo allo scrittore Jahvista che riprende questo racconto dalle tradizioni mesopotamiche e lo struttura in modo da farne l’esempio più tremendo delle conseguenze tragiche che il male morale porta con sé fino a mettere in pericolo l’esistenza stessa dell’umanità e del cosmo per l’inesorabile giudizio di Dio su alcuni comportamenti inaccettabili.

 

ORIGINE DEL RACCONTO

Il racconto del diluvio trova origini in spaventose inondazioni, più o meno lontane nel tempo, che hanno sconvolto intere regioni lasciando un ricordo indelebile: a Ur, un’alluvione del IV millennio,  ha depositato ben 3.70 metri di resti alluvionali! I fatti storicamente limitati assumono con l’andar del tempo delle proporzioni leggendarie, come succede nei racconti popolari, fino a diventare un evento universale.

Sono state trovate, nell’area mesopotamica, varie narrazioni del diluvio e la Bibbia riprende questo racconto quando è già un fatto conosciuto e gli dà uno spazio enorme: occupa, infatti, quasi un terzo della storia delle origini e nella finale riprende volutamente la pagina iniziale della creazione (Gn. 1,28): dopo il diluvio troviamo nel cosmo  un nuovo inizio! Troviamo qui intersecate le tradizioni Jahvista e Sacerdotale e possiamo dire ancora una volta che rispetto a tutte le altre tradizioni la Bibbia colora fortemente il racconto con la dimensione etica e morale.

Nella Bibbia la fine è provocata dall’uomo, dalla corruzione morale dell’umanità che in questo modo si attira il giusto giudizio di Dio. Non per un incidente fortuito quindi finirà il mondo ma per la malvagità dell’uomo.

 

vv. 1-4 Causa del diluvio

La causa del diluvio è vista da questo brano enigmatico di risonanza mitica, c’è intesa tra un mondo demoniaco (“i figli di Dio” oppure tradotto con “i figli dei potenti”) e quello umano (le figlie degli uomini) quasi in parallelo con Genesi 3 (serpente – donna). Ci troviamo dinnanzi all’uomo che  vuole avere in mano la sua vita e vuole determinarla ad ogni costo negli effetti e nelle modalità, c’è intromissione nel mondo divino e quindi diventa pregiudizio della creazione. Si arriva a pregiudicare la creazione: questo è il peccato più grande!

 

vv.5-8Nell’uomo : un cuore inquinato

Qui lo Jahvista presenta la causa che porterà al diluvio. La storia è un crescendo di peccato: tutta l’umanità, senza eccezioni, è immersa nel male. Contemporaneamente ci viene presentato il cuore addolorato di Dio: quel “vide e si pentì” dice la tristezza e la delusione, la preoccupazione e il turbamento di Dio perché questa invasione dilagante del male non se l’aspettava! Il castigo che verrà non è un gesto freddo, staccato, di un giudice distante. Un midrash dice che Dio pianse tre giorni prima di mandare il diluvio!

La decisione di Dio è indicata  con la parola “sterminare” ovvero “cancellare” che è il contrario del verbo “creare”: il mondo senza gli uomini tornerà ad essere buono. Tutto il mondo dell’uomo è raggiunto dal castigo: anche le bestie solidali con l’uomo nel bene e nel male, non hanno più ragione di esistere! Ma come sempre alla giustizia Dio unisce la misericordia: un piccolo popolo, viene salvato, e Noè  crede nella parola di Dio, come farà Abramo!

ATTENZIONE: il diluvio è presentato come il castigo per le scelte dell’uomo.

Noè però trova grazia agli occhi del Signore.

 

NOE’ E IL DILUVIO

Nella società: corruzione e violenza

Attento ai valori etici, il Sacerdotale sottolinea ripetutamente l'integrità di Noè e qualifica il pec­cato come corruzione e violenza, in rife­rimento alla violenza e alle stragi di Gerusa­lemme che gli esuli dovevano avere ancora da­vanti agli occhi.

Degli altri uomini il racconto biblico non parla: non sono av­vertiti né da Dio né da Noè. Nei libri extrabiblici Noè, tra l'annuncio e l'avvenimento del diluvio, predica la conver­sione ai contemporanei che lo trattano come pazzo.

Come abbiamo detto, precedentemente, troviamo due racconti intersecati:

·      Il racconto jahvista

Filo rosso del racconto il numero 7: dopo 7 giorni d'attesa (il tempo della pazienza di Dio) viene il diluvio, un tremendo acquazzone che dura 40 giorni e 40 notti (7 nel racconto sumerico); l'invio del corvo, animale immondo che si ciba di cada­veri, che non ritorna, e della colomba av­viene pure a di­stanza di 7 giorni.

 

  • Il racconto sacerdotale

Attento alla cronologia e al calendario,  il racconto  sacerdotale conta i giorni,  i mesi e gli anni (7,11; 8,3-5.13ss): il diluvio dura complessivamente 1 anno e 10 giorni; la piog­gia 150 (5x30).

Parla del diluvio col lin­guaggio mitico: è il ritorno al caos primordiale 7,11! L'arca è a tre piani (6,16) come il Tem­pio di Salo­mone mentre nelle tradizioni mesopotamiche ha una forma perfetta­mente cubi­ca o a 7 piani (Ghilgamesh): la forma non è reali­stica, ma signi­ficativa. La cro­nologia del diluvio è tutta in funzione delle feste liturgiche d'Israele.

 

Nonostante le differenze e qualche contraddizione il redattore ha formato un racconto, fondendo insieme J e P, unitario e compiuto e teologicamente ricco.

Possiamo dividere il racconto in 4 parti:

  1. Malvagità dell’uomo e decisione di annientarlo salvando Noè. (6, 9-22)
  2. Ordine di entrare nell’arca.(7,1-16)
  3. Catastrofe (7,17-24)
  4. Fine del diluvio, Noè esce dall’arca (8, 1-22)

 

Noè è la garanzia che la storia dell’umanità continua anche attraverso la catastrofe, perché il mondo viene conservato da Dio per amore del giusto.

 

Notiamo un altro schema importantissimo:

 

  1. 6,9-10: notizia genealogica.
    1. 6,11-13: introduzione teologica (la terra era corrotta e Dio…)
      1. 6,18-21 7,13-16: entrata nell’arca.
        1. 7,17: crescita delle acque.
          1. E. 8,1: RICORDO DI DIO

D. 8,55.13-14: calo delle acque.

C. 8,15-19: uscita dall’arca.

B. 9,1-17: conclusione teologica (questo è il segno dell’alleanza…)

  1. 9,28-29: notizia genealogica.

 

E’ importante il tema del RICORDO DI DIO che percorrerà tutta la Bibbia, tutta la storia della salvezza. Sempre il ricordarsi di Dio introduce una nuova via di salvezza, un suo nuovo intervento a favore del suo popolo. Il grande ricordo decisivo è l’invio del Messia (“Si è ricordato della sua santa alleanza” Lc. 1,68 )

Dio ricorda la promessa e l’alleanza e porta a compimento la storia di salvezza.

 

Costruzione ed entrata nell’arca  (6,9 – 7,16)

A Noè, uomo giusto, Dio affida il suo progetto. Apparentemente non si svolge alcun dialogo tra i due: Dio parla e  Noè  esegue, fa ciò che la Parola di Dio gli dice! Ecco il tipico svolgimento della tradizione sacerdotale (come in Gn.1) Dio comanda e c’è l’esecuzione.

L’arca (Kibotos) che si userà anche per indicare l’arca dell’alleanza data a Mosè, è un luogo santo, dove Dio è presente, su cui riposa la benedizione del Signore… così vengono date misure e tipi di legno come avverrà poi con l’altra arca  (vv14-16). Il termine poi usato per l’arca è “cesta” “cassa” (la cesta dove sarà deposto Mosè = salvato dalle acque). Può sembrare una pazzia, una cosa piccola, una cassa, una cesta che sembra non servire a nulla, proprio lì riposa la salvezza di Dio destinata per tutta l’umanità.

I tre piani dell’arca stanno ad indicare (secondo un midrash) i tre ordini di animali: bestiame della terra, i rettili e i volatili. Nell’arca deve riapparire l’ordine della creazione. Si distinguono gli animali tra puri e  impuri, maschi e femmine e li si ordina a coppie. Ed ecco la premura di Dio: “Il Signore chiuse la porta dietro di lui”. (7,16).

 

La catastrofe (7,17 –24)

Si afferma che il diluvio durò 40 giorni, il tempo necessario, il tempo della prova, lungo, ma non eterno, tempo di preparazione e di penitenza. Dio spezza il firmamento, rompe l’oceano celeste separato nella creazione e tutto ritorna al caos iniziale e la terra viene annientata come prima della creazione. Si vuole dire che è possibile una de-creazione: per volere di Dio questo mondo può finire. Quindi il diluvio è un’anti-creazione. Il mondo ha avuto un inizio ma può anche avere una fine: non è eterno! Resta un piccolissimo spiraglio: il “resto”, la famiglia di Noè che inizia la ri-creazione.

 

La fine del diluvio e l’uscita dall’arca (8,1-22)

Dio si ricorda allora di Noè e fa passare un soffio (ruha) e le acque si abbassano. Tutto avviene come per la creazione. Il diluvio comincia a scemare grazie al rifluire, al calare progressivo delle acque e alla cessazione della pioggia così che l’arca si posa “sui monti dell’Ararat”. Non è possibile un’identificazione precisa, ma l’autore voleva indicare i monti più alti che si conoscevano e si è riferito alla zona montuosa dell’Urartu, sulla sponda occidentale del fiume Tigri. Il narratore jahvista, invece, ci parla dei successivi invii di uccelli da parte di Noè: un corvo (animale impuro) poi una colomba che ritorna perché non sa dove posare le zampe. Dopo sette giorni ancora la colomba che porta in bocca un ramoscello di ulivo, simbolo di pace (2Mac 14,4). Dopo altri sette giorni viene inviata  ancora una colomba che non torna più: ormai la terra è ancora ospitale. La colomba (jonah) è il simbolo del popolo d’Israele, del popolo eletto tra tutti i popoli che non trova riposo che sulla terra promessa.

Uscito dall’arca Noè fa un sacrificio al Signore, cioè riconosce di non essere lui il salvatore, ma che Dio ha operato la salvezza. Noè stesso è un salvato. Riconosce che non è lui il padrone della terra ma Dio stesso. Questo sacrificio fa si che Dio prometta solennemente che mai più ci sarà maledizione della terra. Dopo il diluvio l’uomo scopre come l’ordine è un dono.

v. 21: Dio si rende conto che l’uomo nel fondo del cuore è cattivo, peccatore, disobbediente ribelle: ma lo ama lo stesso!

Il diluvio resta così la testimonianza del giu­dizio sul male e della mi­sericordia permanente del Dio vi­vente verso l'umanità.

 

Alleanza di Dio con Noè  (9,1-17)

L’autore sacerdotale intende descrivere, e lo fa con grande precisione, l’epoca nuova del dopo catastrofe: tutto sembra agli albori della creazione. Una benedizione iniziale da parte di Dio che rinnova quella data ad Adamo: “Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra”. L’uomo deve crescere, avere figli, far trionfare la vita senza violenza e non volendosene appropriare o strapparla con pratiche magiche. Così l’uomo è ancora re, signore e dominatore del creato anche se non c’è più la  pienezza di positività della situazione dell’uomo nei confronti del creato come era in Gen. 1. Al v.2 sentiamo il timore ed il terrore da parte degli animali che diventano  cibo per l’uomo. Così si potrà mangiare carne (l’uomo diventa carnivoro) ma la vita, ovvero il sangue,  dovrà essere rispettato. Gli israeliti sanno di non poter disporre e uccidere gli animali in maniera indiscriminata; e se di ogni vita Dio chiede conto, soprattutto chiede conto della vita dell’uomo: chi attenta alla vita dell’uomo attenta alla vita di Dio stesso. (v.6). Per difendere adeguatamente tale diritto e scorag­giare l'assassinio viene sigillata la pena di morte per chi si macchia di tale crimine, come esecuzione di una sentenza divina "a nome di Dio" che vigila, difende e ven­dica ogni vita umana.

L'Alleanza con Noè, capo della nuova umanità postdilu­viana, è il culmine del racconto: è un’alleanza cosmica, gra­tuita e unila­terale, fatta non solo con l’umanità, ma con tutti i viventi, senza condizioni, per sempre. E’ prefi­gurazione di quella con Abramo e poi con Israele al Sinai, ma come si vede ha le sue caratteristiche uniche.

 

In sintesi:

Il diluvio resta nella Bibbia come segno:

  • del potere distruttore del male, delle sue conseguenze tragiche di morte per l’umanità e per il mondo intero: la crea­zione, non rispettata, si rivolge contro l'uomo violento;
  • dell'incompatibilità assoluta tra Dio e il peccato: prima o poi il male sarà cancellato via dal giusto giudizio di Dio;
  • della misericordia di Dio che non cessa d'ac­compagnare l'umanità peccatrice anche in questo nostro tempo violento.

 

I figli di Noè  (9,18-28)

Come mai c’è ora questo racconto che sembra di poco valore dopo la grande epopea del diluvio? Forse per spiegare il problema dell’alcol, esistente in ogni cultura. Anche l’uomo giusto, per l’angoscia e la fatica, arriva ad ubriacarsi. Questa era la constatazione che l’israelita aveva sotto gli occhi: uomini buoni, giusti, sapienti cadevano schiavi del vino (Sir. 19,2: “Il vino travia anche i sapienti”). L’ubriacatura è anche apertura all’idolatria perché è un consegnare se stessi, la propria libertà e potenza a ciò che è esterno da noi. Noè beve perché forse è triste e solo e questo lo porta alla nudità, alla vergogna.

I tre figli di Noè, Sem, Cam e Jafet, nel loro rapporto col pa­dre, decidono il loro destino. Al centro sta quindi la relazione figli-pa­dre, una relazione fondamentale, com'è quella tra uomo e donna, trattata in Gn 3 e quella tra fratelli trattata in Gn 4.

Sullo sfondo del racconto stanno tre popoli che vivono l'uno accanto all'altro in Palestina:

- gli Ebrei (Sem, Semiti),

- i Cananei (Cam) as­soggettati da Davide,

- i Filistei (Jafet, indoeuropei) paci­fica­mente insediati in Palestina.

Noè, il giusto, ha pure lui i suoi limiti, le sue de­bolezze! I tre fratelli, però, per il resto uguali, hanno d reazioni differenti, gravide di conseguenze per se stessi e i discen­denti: Cam invece di coprire pietosa­mente la nudità del padre, come invece faranno Sem e Jafet e come ha fatto Dio con i progenitori (3,21), di­vulga la cosa. Anche dopo il diluvio il male resta presente nel cuore dell'uomo: il peccato che ha ro­vinato la relazione uomo-donna (3,7) e quella tra fratelli (Gn 4), rovina ora la relazione figlio-padre.

La maledizione paterna per chi ha voluto abusare di un momento di debolezza innocente del padre, è terribile: introduce la disu­guaglianza nella fra­ternità, fa di Cam uno schiavo dei fratelli (troviamo qui forse la spiegazione del rapporto difficile con i cananei e con i loro terribili costumi). La schiavitù entra così nella storia come male­di­zione. Chi rinnega la filiazione, sottraendosi ai doveri fon­damentali, si esclude anche dalla fraternità.

La tavola dei popoli

Gn 10-11 formano un dittico sulla varietà dei popoli sulla terra con le loro diversità:

Gn 10 la vede in senso positivo come fratellanza, mentre Gn 11 ne evidenzia il lato negativo di di­   visione e d'incomprensione.

Gn 10 (prevalentemente sacerdotale, con inser­zioni jahviste) presenta i rapporti tra popoli, co­m'è abituale nelle culture antiche, mediante una genealogia, quella dei discen­denti di Noè:

-  10,2ss: i discendenti di Jafet (Asia Minore e isole del Mediterraneo);

-  10,6ss: i discendenti di Cam (i paesi a Sud della Palestina, compreso Canaan);

-  10,21ss: i discendenti di Sem, tra cui Eber, an­tenato degli Ebrei (?).

Nella genealogia compare sistematicamente il nome del capostipite della tribù, che personifica e porta il nome della tribù o del popolo che da lui discende. Il raggruppa­mento o la vicinanza genealogica tra tribù esprime non tanto (o non solo) affinità etnica quanto rapporti storici, poli­tici, cultu­rali, geogra­fici... esistenti tra loro. Tutto quindi dev'essere pazientemente e sapientemente decodifi­cato: "Canaan ge­nerò Sidone suo primogenito" vuol dire, per esempio, "I Cananei ebbero per capitale Sidone" (10,15).

Questa genealogia è un docu­mento sacro unico nel suo genere, e quindi nemmeno lonta­namente para­gonabile con le liste di città o di paesi conqui­stati che sono stati trovati in Babilonia, Assur, ecc. e che hanno immancabilmente al centro la città in cui sono state fatte!

Limitatamente alle conoscenze di allora, ha un oriz­zonte universale: dall'estremità dell’Egitto (Somali, Etiopia = Put, v.6) al Mar Nero (Cimmeri 2, Sciti 3), alla Spagna (Tarsis 4) all'Italia (Etruschi/Tiras v. 2?). Sembra riflettere la situazione mondiale del 6/700, quando Ninive era ancora forte.

 

Il significato della tavola dei popoli è profondo e per molti aspetti sorprendente:

  1. La meravigliosa varietà dei popoli è positiva perché è realizzazione della benedizione data a Noè, è un attuarsi del progetto di Dio, non frutto del caso o di strane combina­zioni storiche. La crescita storica dell'umanità è in parallelo alla crescita della na­tura di Gn 1,11, pure frutto delle benedizione del Creatore.
  2. Nonostante siano di razza diversa e vivano in con­dizioni molto dif­ferenti, i popoli sono tutti uniti da un'universale fraternità e formano quindi un'unica famiglia umana. Nella mentalità antica questa idea non era affatto scontata, era abituale invece il contrario: lo stra­niero era di­sprezzato e considerato barbaro dai greci,  non ­cir­conciso dagli ebrei...
  3. L'imparzialità politica di questa "tavola" è sorprendente: i popoli non sono considerati come alleati o nemici o avversari
  4. Mentre i racconti della creazione dei vari po­poli avevano la funzione di legittimare il loro dominio sul mondo, e quindi il loro mappamondo li presentava al centro della storia (al centro del mappamondo babilonese sta Babilo­nia), qui si stenta addirittura a trovare dove Israele è men­zionato; Israele è presente solo con un nome generico: Eber 10,21 o con un antico avo Ar­pacsad 10,22 e 11,10ss. Non è quindi al centro del mondo, è uno tra i tanti popoli: per la geo­grafia è addirittura insignificante e per la storia non vale quasi neanche la pena di nominarlo! Per l'elezione gratuita di Dio (Gn 12,3) sta al centro dell'umanità, pur rimanendo un pic­colo popolo (Dt 7,7).

La torre di Babele

Anche questo, come Gn 2-3 e Gn 4, è un racconto d'origini. Lo Jahvista riflette sulla situazione dolo­rosa e tragica d'estra­neità e d'incomprensione che fa costantemente soffrire l'umanità, perché genera in continuità tensioni e con­trasti, odi e guerre tra i vari popoli. C'è un male misterioso, c'è un can­cro che corrode la comunità umana, dice lo Jahvi­sta e spiega in questa narrazione quale sia.

Sott'occhi egli aveva la situazione dell'impero babilonese che dopo aver riunito insieme tanti po­poli, era crollato miseramente per le discordie in­terne. Il nome della capitale di quell'impero, Babilonia, era assai significativo: Babilo­nia / Babele nella spiegazione popo­lare voleva dire confusione. Al centro della città stava ancora una torre diroc­cata, costruita con mattoni e bitume (materiali sconosciuti in Israele), chiamata E-te­men-An-Ki, cioè "tempio fondamento del cielo e della terra"; aveva base quadrata con il lato di m. 91; era a sette piani e rag­giungeva i 90 metri d'al­tezza; sopra il settimo piano stava il tempio della di­vinità; al suo fianco si ergeva l'"Esagila" (la casa dalla testa elevata), che era il tempio di Marduk, dio di Babilonia.

Partendo da questi elementi, ai suoi occhi straor­dinariamente significativi, il Jahvista co­struì il racconto della "torre di Babele", una pagina di enorme forza espressiva, per invitare a riflettere su ciò che ha rovinato e rovina tuttora la comu­nione tra i popoli.

 

Il racconto presuppone all'inizio dell'umanità un tempo di facile comunione tra tutti: "Tutta la terra aveva una sola lingua". Altrove nella Bib­bia per indicare la comunione si usano altre im­magini, come: "erano unanimi", "avevano un cuor solo ed un'anima sola"; qui si parte negando quel fenomeno misterioso della diversità delle lingue che rende difficili e complicate le relazioni tra i popoli. All'inizio non era così, dice lo Jahvi­sta: la co­municazione tra i popoli era facile, l'in­tesa e la comprensione erano immediate!

Perché ora invece questa difficoltà che degenera spesso in incomprensioni ed odio, estraneità e guerre? Risponde lo Jahvista: "perché manca il riferimento fondamentale comune: Dio!"

Quando un impero riunisce molti popoli ed il progresso culturale e tecnologico gli permette di realizzare quanto prima sembrava impossibile, si lascia facilmente prendere e travolgere da un de­siderio smisurato di grandezza, e in questa eb­brezza orgogliosa si crede un dio, dimenticando il vero Dio!

Così era stato per Babilonia e quell'immensa zig­gurat in rovina sembrava la concretizzazione di tutto questo: era stato il frutto di una volontà di potenza e d'autodifesa senza limiti, di un tenta­tivo di farsi un "nome grande" (Gn 12,2) median­te la scienza e la tecnica, senza Dio e in sfida a Dio, il tentativo di dare la scalata al cielo come per eliminare la distanza che separa l'uomo da Dio, per essere "come Dio", (Gn 3,5): era stato un rinnovare su scala comunitaria il peccato d'Adamo! E tutto poi era improvvisamente crolla­to, perché ciò che si costruisce senza Dio non può durare a lungo (Sal 127)! L'unità o la gran­dezza cercate senza Dio o contro di lui sono destinate a fallire misera­mente per il sorgere di interessi di­vergenti che corrodono ogni ten­tativo di comuni­cazione e comunione.

La ziggurat incompiuta rimane così il segno dell'impotenza e del falli­mento di un'umanità che vuol fare da sola: contro o senza Dio non si co­struisce una comunione tra gli uomini che riman­ga.

La confusione e l'estraneità che regnava tra i po­poli dell'impero e in Babilonia, città cosmopo­lita dove s'incontravano i popoli più diversi era un segno eloquente! Preso ciascuno dai propri inte­ressi, senza un punto di riferimento comune, nes­suno riusciva più a comprendere l'altro!

LA STORIA DEI PATRIARCHI

Dopo la preistoria biblica, tre stadi di narrazioni fanno il raccordo con il tempo della monarchia, periodo in cui probabilmente sono state raccolte ed ordinate per la prima volta le tradizioni sul passato di Israele:

1. la sto­ria dei Patriarchi;

2. l'Esodo dall'Egitto fino all’entrata nella terra;

3. il periodo seguente fino alla monarchia.

 

La storia dei Patriarchi ha la forma della storia di una famiglia attraverso tre generazioni (il nu­mero di tre sembra abituale nel ricordo degli avi), in cia­scuna delle quali emergono gli elementi fondamen­tali della comunità umana:

  1. nella storia di Abramo è in primo piano il rap­porto genitori-figli e le questioni che si succedono riguardano spesso la vita e la morte;

b)  nella storia di Esaù e Giacobbe emerge il rap­porto tra fratelli e si in­comincia ad avere istitu­zioni che escono dall'ambito familiare: regola­mento di proprietà, patti d'alleanza, pratiche giu­ridiche, luo­ghi e atti sacri;

  1. nella storia di Giuseppe il rapporto avviene tra più membri della stessa famiglia, e sono abboz­zati i rapporti con l'istituzione monarchica, in cui uno "regna sui fratelli".

Con questi tre passi si delinea una vicenda stori­ca: dalla famiglia e dal clan, attraverso le tribù, allo stato e alla monarchia; l'importanza fonda­mentale è sempre data alla famiglia, di fronte alle altre isti­tuzioni.

Gn 12-50 è quindi storia di famiglia, mentre l'Esodo è storia di un vero popolo organizzato.

ABRAMO

 

La storia di Abramo è costituita da una serie di narrazioni relativamente brevi (20-30 versetti) che, in corrispondenza alla struttura familiare della co­munità in cui sono sorte, hanno la forma di un rac­conto familiare. Questo racconto inizia abitual­mente da una tensione provocata da un avveni­mento che si stacca dal livello degli eventi ordinari, rappresentati dalle genealogie e dagli itinerari di viaggio; si narra com'è giunto, inspe­ratamente o laboriosamente, a soluzione per tra­smettere alle nuove generazioni i fatti e le espe­rienze significa­tive dei padri.

Le pagine che ci trasmettono la fi­gura di Abramo non sono state scritte quindi per conservare una cronaca fredda di av­venimenti lontani, né per sten­dere una bio­grafia in senso moderno, ma per tra­smettere fedelmente una storia di fami­glia. Di qui le loro caratteristiche, i limiti, la profondità. Per le generazioni future, ripercorrere il cammino di Abramo, interrogandosi sulla sua espe­rienza, vorrà dire ritornare alla proprie radi­ci, ri­scoprire la pro­pria origine, mettere a fuoco la propria identità.

 

Vocazione di Abramo

Con iniziativa libera e sovrana Dio rivolge la pa­rola ad uno sco­nosciuto pastore seminomade nelle step­pe dell'alto corso del Tigri e dell'Eufrate, chie­den­dogli una rottura decisa con il suo am­biente e il suo passato, in vista di un futuro di grande portata sto­rico - salvifica; gli pro­mette una terra e una di­scen­denza. Il sì coraggioso e fidu­cioso di Abramo dà inizio alla sto­ria della fe­de.

 

Quando?

L'avventura dell'uomo sulla terra era ormai ini­ziata già da milioni d'anni e gli studiosi oscillano molto nella collocazione sto­rica della vocazione di Abramo non posse­dendo elementi decisivi per collocarlo in questa o quell'epoca storica; prendendo le posizioni estre­me, si va dal 2200 al 1200.

La chiamata di Abramo in ogni caso avviene molto tardi rispetto all'orologio del mondo: questa storia di Dio con l'uomo inco­mincia solo ora: perché? e gli uomini dei secoli precedenti Dio li ha dimenti­cati? e perché Dio parla proprio ad Abramo, uno sperduto seminomade che vive ai margini della storia del suo tempo, ai margini delle grandi culture d'Egitto e di Babilo­nia? Dav­vero le vie di Dio non sono quelle dell'uomo, la sua storia cammina per altre strade, la notorietà non è la sua preoccupazio­ne, il progresso non lo condiziona, l'efficacia politi­ca non sembra assil­larlo, né il complesso di chi è giunto per ultimo...

 

Come?

Come ha parlato Dio? E' stato in una visione, in una sua rifles­sione, in un evento improvviso, in modo indiretto? Si direbbe che il come non inte­ressa: nulla è detto e tutto è possibile; in ogni caso Dio in persona ha rag­giunto quest'uomo con la sua parola come mai prima era avvenuto  per iniziare un pro­getto assolutamente nuovo che doveva sfociare in Cristo. La migrazione di Abramo, pur in un tempo e in un contesto di mi­grazioni, non è stata dovuta al caso, o a leggi eco­nomiche, o a rivalità fra vicini; può esserci stato an­che qualcuno di questi aspetti, ma attraverso di essi Dio stesso ha rag­giunto Abramo manifestandogli il suo proget­to, la sua intenzione e vo­lontà.

Lo stile è quello caratteristico dello Jahvista che può evocare quel momento alla luce di tutto l'impatto e l'incidenza che ha avuto nei secoli se­guenti. La forma sem­bra essere quella dell'oracolo al capo tribù nei mo­menti di crisi in riferimento alla ricerca di pa­scoli

Dio parla all'uomo, dunque: non intende agire con lui tenendolo all'oscuro, contro la sua libertà: ha bisogno della sua intelligente collabora­zione, at­tende da lui una ri­sposta libera.

Lettura ed esegesi del testo

"Vattene..."

L'imperativo categorico sradica e strappa, chiede una rot­tura con quanto c'è di più profondo nell'uomo: la sua casa, la patria, la terra dove hanno inco­minciato a prender corpo i suoi pro­getti, la sua vita; abban­donare tutto affidandosi a Dio, la­sciandosi guidare da lui, senza sapere dove lo porta, permettendo a Dio di pren­dersi cura lui della sua esistenza, della sua speranza, del suo fu­turo... sicu­ro che così sarà in buone mani. Abra­mo con le sue greggi non andrà ora "per pa­scoli" dovunque li possa trovare: la sua vita da questo momento avrà una direzione ben precisa, anche se miste­riosa, avrà un senso ben de­finito: cesserà il girovagare senza meta, il vaga­bondare errante dei popoli dispersi della torre di Babele (Gn 11,1ss), o l'andar sempli­cemente al pascolo: va dove lo conduce Dio. Tra Abramo e Dio si inizia così una re­lazione di fidu­cia, di speranza, di ami­cizia: Abramo segue Dio, Dio pensa ad Abramo.

Per fare questo è condizione indispensabile la rot­tura coraggiosa (e dolo­rosa?) con quanto sta alle spalle e in cui egli aveva deciso autonoma­mente della propria vita. In ogni vocazione è così: sem­pre è necessario uno strappo. Perché?

"Farò di te un grande popolo..."

Se Dio chiede è per dare ancor di più; qui egli si pone come il futuro di Abramo, parla il suo lin­guaggio, ri­sponde alla sue esi­genze dando alle spe­ranze di Abramo un'ampiezza inimma­ginabi­le:

- una grande discendenza: la gente di quel tempo ha fame di figli decimati dalle epidemie, stragi, mortalità infantile, morte pre­coce...!

-       una terra:  il seminomade sperava allora di potersi un giorno fermare;

-        una benedizione che lo colloca al centro della storia.

Dio chiama dunque per riempire, per ricolmare, non per svuotare: ri­spondergli non è perdere, ma guadagnare, è lasciare per avere di più! Ma que­sto avere di più non è ancora presente, è futuro, è solo promesso e non può essere toccato, assaporato, gustato; e per esso occorre invece lasciare qualco­sa di molto con­creto..., ma che è molto meno!

"...e ti benedirò..."

Cinque volte risuona la radice barak = be­nedire: Dio en­tra nella storia di Abramo per benedire, que­sta sarà la sua regola d'azione: la benedizione darà il tono a tutti i racconti patriarcali. Dio, per inizia­tiva sua gratuita ed incondi­zionata, che l'uomo non ha meritato e che non riuscirà a spez­zare, sarà al fianco di Abramo, lo proteggerà, gli darà successo (= lo benedirà) e lui di­venterà por­tatore di benedi­zione anche agli altri, a quelli che lo ac­coglieranno, mentre) non lo accoglierà avrà la maledi­zione.

"... partì."

Abramo è muto, non parla: la sua risposta è nei fatti i quali presup­pongono un sì interiore ripetu­to che dà senso costante­mente a quel camminare. E' stato un sì gioioso? sofferto? immediato o a lungo sop­pesato? Avrà dei pentimenti? Da quel momento Abramo non si appartiene più: ha messo la sua ma­no in quella di Dio, si la­scia gui­dare da lui: inizia così la storia della fede, e la sua vita inizia ad aver senso per ogni uomo: inco­mincia ad essere Padre dei credenti.

 

Una fede messa subito alla prova.

 

Le difficoltà incominciano presto …

La I difficoltà la terra che Dio gli ha pro­messa è già... occu­pata; egli l'attra­versa da straniero e pellegrino, senza perdere la spe­ranza, anzi prenden­done possesso simbolico attra­verso gesti di fede e di adorazione: erige al­tari presso san­tuari fa­mosi.

La II difficoltà è una carestia, flagello spesso pre­sente nell'AT  una delle fondamentali espe­rienze di pericolo per l'uomo di tutti i tempi; per molti allora l'unica pos­sibilità, anche se peri­colo­sissima, per sopravvivere era andare emi­granti in Egitto, granaio inesauribile dell'anti­chità: dalle iscrizioni e immagini egiziane si vede che non erano solo gli Ebrei a farlo! Entrando in un paese straniero, l'uomo si trovava senza di­ritti, sprovvisto d'ogni difesa in balia di potenze inaffi­dabili: l'unica arma che ha è l'astuzia! Abramo pensa di salvarsi da pos­sibili mire del Faraone sulla sua sposa con uno strata­gemma: facendo pas­sare la sposa per sorella! Non confida in Dio, qui, non si mostra cre­dente.

Forse il racconto conserva il ricordo di un co­stume di quei tempi: la sposa poteva essere elevata al rango di sorella, venendo così più pro­fondamente inserita nel clan; il costume però era ormai sconosciuto al J, per il quale Abramo non ha ancora la stoffa dell'eroe e s'arrangia come può:

lo stratagemma riesce, ma la famiglia è distrutta, e Abramo non sa più cosa fare. Ma Dio inter­viene: Sara viene resti­tuita, il Faraone, colpito, convoca Abramo lamentandosi con lui con un tono tutto umano, spoglio della sua autorità onni­potente: e le sue parole dicono che chi ha da ver­gognarsi in que­sto caso è Abramo! Il narratore quindi disapprova il comportamento di Abramo: egli ha dimenticato che il Fa­raone è solo un uo­mo, e al di sopra di tutti c'è sempre Dio! Abramo avrebbe dovuto aver maggiore fiducia in Dio e nella sua promessa: non do­veva agire come se Dio non esi­stesse o non potesse, non doveva arrangiarsi lui in qualche modo, scendendo a compro­messi, doveva credere: nulla è im­possibile a Dio! A lui resta sempre qualche pos­sibilità, an­che là dove tutto sembrerebbe ormai precluso.

Abramo se ne va dall'Egitto un po' umiliato, ma non abbandonato: Dio non lo ha rimproverato, anzi lo ha protetto! Nono­stante le sue debolezze, Dio non lo abbandonerà mai!

 

LA RELIGIONE DEI PATRIARCHI

Occorre valutare con molta attenzione l'origina­lità e la novità dell'esperienza religiosa di Abra­mo (e degli altri patriarchi); alcune espressioni arcaiche sparse qua e là per la Genesi ci consen­tono forse di percepire qualcosa della forza straordinaria con cui Dio si è loro manifestato (Metzger 34); Dio è chia­mato:

- magen 'abraham (15,1): lo scudo di Abramo;

- pahad jitzhaq (31,42.53): il terrore d'Isacco;

- 'abir jacaqob (49,24): il potente di Giacobbe;

- 'eben jisra'èl (Dt 32,4): la roccia d'Israele.

Non si deve però temere di veder collocata questa rivelazione nella cultura di quel tempo e quindi con elementi in comune con la religiosità pagana di al­lora. Novità e continuità appaiono chiare se si pone Abramo a confronto con i modelli reli­giosi che tro­viamo presenti nel suo ambiente:

a) il modello religioso delle grandi culture dell'Egitto e della Mesopo­tamia;

b) il modello religioso dei clan nomadi;

c) il modello religioso della cultura cananea.

 

a) In Egitto e Mesopotamia.

A differenza di quanto è caratteristico dell'espe­rienza religiosa di Abramo, nelle culture religiose dell'Egitto e della Meso­potamia, nono­stante lo splen­dore di templi e di letteratura religiosa, Dio non parla.

 

In Egitto

Nella reli­giosità pacifica e conservatrice dell'Egitto che rimane attaccato alle sue tradi­zioni, conservan­dole pressoché inalterate per millenni, con­tento com'è di quel ge­nere di vita mira­colosamente ar­monioso ch'è riu­scito a rag­giungere già 3000 anni prima di Cristo, il fedele entra nel tempio per loda­re gli dei per quanto gli hanno dato e per suppli­carli di non turbare quella vita beata che si vive nella valle del Nilo, E di conservarla e custodirla sicut erat in principio... Ad essi compete assicurare la regolarità del ciclo naturale e la continuità della vita nell'al di là: so­no cose che sfuggono alle possi­bilità umane! Nella preghiera il fedele glielo dice: egli sa quello che devono fare, li supplica che non se ne dimen­tichino.

 

In Mesopotamia

La differenza rispetto all'Egitto sta soprattutto nell'indole degli dei che appare un ri­flesso della na­tura aspra, imprevedibile e minac­ciosa con quei due fiumi che spesso causano improvvise alluvioni che travolgono tutto, e in­sieme del ca­rattere degli uo­mini duro e crudele, pessi­mista e sensuale; gli dei nel mito infatti appaiono impe­gnati in un'aspra lotta per la vita e si mostrano crudeli nel tratta­mento dei nemici. La creazione del mondo e dell'uomo av­vengono all'interno delle lotte che scuotono periodicamente il mondo divino: il cosmo è creato da Marduk con il corpo della dea madre Tiamat che si era gonfiata come una palla nella lotta contro di lui; egli la taglia in due: con la metà superiore fa il cielo, con quella inferiore forma la terra. L'uomo poi è creato con ar­gilla mista al san­gue di Kingu, un dio ri­belle giustiziato!

Con questi dei l'uomo non può avere tante spe­ran­ze, non certo per una vita eterna! Deve accon­ten­tarsi di ottenere il minimo: che la vita possa andare avanti senza troppi scossoni, senza incor­rere nell'ira imprevedibile di qualche Dio. E' que­sto che il fedele chiede nelle sue preghiere a cui ag­giunge spesso una serie di gesti magici, aiu­tandosi anche con amuleti e ta­lismani: si tratta di convincere (quasi di co­stringere) gli dei ad essere benevoli verso di lui. Anche qui l'iniziativa è quindi dell'uomo, che sa, progetta..., ma ha biso­gno d'aiuto!

 

Il Dio d'Abramo.

Questi dei egiziani e mesopotamici  con tratti umani a senso unico (maschere), con una vita morale nel mito spesso tutt'altro che esemplare per il fedele, più che persone, sono per­soni­ficazione di forze della natura che l'uomo vuole ingra­ziarsi, di cui talvolta si immagina messaggi "scontati" e di cui crede di sperimentare il favore... In nessun modo po­trebbero proporre all'uomo pro­pri pro­getti! Non hanno una propria libertà, un ca­rattere, un'iniziativa au­tonoma: non possono quindi che essere muti.

Il Dio d'Abramo invece è un Dio personale, che parla, ha inizia­tiva, inter­pella, propone, benedi­ce: si rivolge ad Abramo e gli comu­nica i suoi progetti e i suoi ordini, si pone come risposta alle sue do­mande; Abramo en­tra in comunione perso­nale con lui, su di lui può contare, e la sua vita di­venta un dialogo continuo con lui.

b) Nelle tribù nomadi.

Nelle tribù nomadi di quei tempi troviamo pre­sente anche un altro modello di rapporto reli­gioso, che va oltre le narrazioni mito­logiche: esso sembra frutto di una intuizione profonda di quei pastori e insieme riflesso del tessuto umano in cui vivono: è la reli­gione del "dio del clan" (della famiglia, della tribù). Il clan ha un suo dio parti­co­lare, con cui ha un rapporto spe­ciale; è il dio dei padri, il dio con cui l'antenato ha avuto una par­ticolare esperienza o ha stretto un patto: e i discendenti hanno fatto pro­pria la reli­gione che i padri hanno loro trasmesso. Con questo dio che non è legato ad un partico­lare santuario, ma si sposta con loro, essi hanno un rap­porto assai stretto, fami­liare: egli li accompagna guidandoli e proteggendoli, li perdona e li salva dai pericoli, ed essi lo venerano e lo invocano chia­mandolo familiar­mente " padre / zio / fratello". Sul conto di questo dio si narrano anche dei fatti, tuttavia non ci sono menzioni di parole, ordini, progetti che egli comunichi ai suoi fe­deli: an­ch'egli, come i grandi dei del mito, è muto.

Tuttavia qui c'è un primo aggancio con la reli­gione dei Patriarchi: anch'essi sono nomadi, il loro rap­porto religioso si rifà ad una particolare esperienza dell'antenato; Dio li accompagna nelle migra­zioni guidandoli e pro­teggendoli; questo modello si pre­stava maggiormente ad esprimere la familiarità ed amicizia che pian piano si è in­stau­rata tra Abramo e Dio, e permetteva bene anche l'irruzione della novità; si vedano i titoli con cui viene nominato Dio:

- Gn 26,24: Dio si presenta a Isacco come il Dio di Abramo, tuo pa­dre;

- Gn 28,13 "Io sono il Signore, il Dio di Abramo tuo padre, e il Dio di Isacco";

- Gn 31,5 "il Dio di mio padre è stato con me" dice Giacobbe; e così pure in 31,29.

- in Gn 31,53 c'è traccia perfino di più "dei del pa­dre": Gia­cobbe e Labano giu­rano rispettiva­mente per il" Dio di Abramo e il Dio di Nacor".

c) La religione dei Cananei.

C'è ancora un altro modello di rapporto religioso che troviamo ri­flesso nella Bibbia. In Canaan ci sono tanti dei (un pantheon), che tuttavia sono ricondotti ad una certa unità da colui che sta a capo di tutti, il dio supremo 'EL, che abita in un luogo inaccessibile e miste­rioso "alla sorgente dei fiumi", viene invocato come il padre degli uomini e degli dei, il dio padre saggio, buono e giusto, e promette discendenza e possedimenti ai suoi fe­deli. Egli viene venerato in luoghi consacrati da esperienze parti­colari, in molti santuari sparsi per il paese: nel santuario di Sichem viene invocato come El Berit = dio del patto; a Betel come El Betel; a Gerusa­lemme come El Elion = Dio l'Al­tissimo; a Mamre come El Shadday = Dio onni­potente o della mon­tagna/campi; a Bersabea co­me El Olam = Dio l'eterno; a Lacai-Roi come El Roì = Dio provvi­dente.

Anche i Patriarchi frequentano probabilmente questi santuari, che già esi­stevano (o costruiscono altari nelle vicinanze?); anch'essi usano per Dio questi titoli che i Ca­nanei usavano nella loro reli­gione, senza per questo condividere il loro poli­tei­smo.

Culto, sacerdozio, sacrifici.

Il culto del tempo patriarcale non costituisce an­cora un'area relativamente separata dal vivere normale, con spazi/tempi/persone sacre; il san­tuario è il mondo, la pietra, l'albero, la fonte; il rapporto con Dio è eminentemente personale, pre-politico (nessun rapporto con la guerra!) e le forme di culto sono assai semplici:

- costruzioni di altari e steli a commemorare una teofania o un patto (28,18-22; 31,45);

- pasti sacri di comunione (Gn 31,54);

- preghiere all'ombra di grandi alberi (querce di Moreh 12,6; Mamre, 18,1);

- il sacrificio, non frequente (Gn 22), doveva es­sere molto semplice; non c'era sacerdozio istitu­zionaliz­zato: il patriarca ne faceva lui personal­mente le fun­zioni.

- C'era la festa della primavera, la pasqua, festa dei pastori con i suoi riti; non si conoscono altre feste, né se già fosse presente una qual­che forma di riposo sabbatico.

Il rapporto con Dio era vissuto quindi nella sua novità soprattutto inte­riormente, personalmente, nella fede, nell'obbedienza, nella preghiera.

 

PROMESSE E ALLEANZA

Nei due capitoli 13-14 Abramo manifesta la sua generosità con Lot la­sciandolo scegliere per primo il luogo in cui stanziarsi, e ve­nendogli poi in aiuto per liberarlo, una volta che è stato preso pri­gio­niero; importante per il Nuovo Testamento è l'in­contro di Abramo con Melchisedek, re di Salem (= Jeru-Salem, Gerusalemme) e sacerdote del Dio Al­tissimo (El Elion), che offre per lui pa­ne e vino!

Nel cap. 15 Abramo appare ancora alle prese con difficoltà e ostacoli all'adempimento delle pro­messe che riguardano la discendenza (15,2) e la terra (15,8). Tutte e due le volte Dio interviene confer­mando le sue promesse e la sua fedeltà con un giu­ramento solenne e gratuito.

 

15,1-6: La discendenza

Abramo, dal momento che figli non ne vengono, sembra che abbia cercato di provvedere in qual­che modo mediante l'adozione del suo mag­gior­domo, uno straniero a cui doveva tanto essere affezionato: Eliezer di Da­masco sarà suo erede . Egli lo ha fatto con rammarico e se ne la­menta col Signore che proprio ora lo invita ad aver maggiormente fede e a guardare al futuro con speranza, rivolgendogli un invito a guardare a Colui che è il Creatore del cielo e delle stelle e non si trova a disagio di fronte a nessuna situa­zione!

I versetti elohisti 3-6 sottolineano la grandezza della risposta di fede di Abramo di fronte alla pro­messa umanamente incredibile di Dio; le paro­le di Dio infatti sembrano quasi una presa in giro: non nasce un figlio e Dio pro­mette una di­scendenza sterminata!

Abramo di fronte a questa richiesta di fede pura, priva di qual­siasi so­stegno che non sia la fedeltà e autorevolezza di chi promette, non vacilla, non du­bita, non soppesa le possibilità che questa pro­messa ha di avverarsi, non si sofferma sui pro e contro, ma risponde con fede: egli ritiene solida, sicura la parola di Dio, una roccia su cui co­struire il proprio futuro.

Il verbo credere in ebraico è 'amàn, da cui il nostro amen, e vuol dire ritener solido, stabile, e quindi star saldo, fermo.

 

15,7-21: La terra

Al centro sta un grande gesto di Dio che si impe­gna con Abramo me­diante una formula solenne di giu­ramento. Chi giurava passava in mezzo alle vittime squartate di­cendo praticamente di accet­tare la stes­sa sorte se verrà meno all'impe­gno (cf. Ger 34,18). Abramo non è protagonista di questa scena, egli dorme, mentre Dio si impe­gna con lui con una ini­ziativa libera e sovrana, con un gesto assoluta­mente gratuito e in­condizionato, in un modo che più solenne non potrebbe es­sere! E Dio solo giura. Ad Abramo tocca presenziare ed acco­gliere, credere a Dio che si im­pegna per lui.

Certo il futuro, anche se la promessa lo fa intravedere e lo rende più certo, ri­mane lontano e non sperimentabile: la promessa è un non-ancora in attesa del compi­mento, del già; in questa distanza tra presente e futuro, tra promessa e compimento, tra ciò che è e ciò che ancora non è, tra ciò che si tocca e ciò che ancora solo si spera, sta il luogo della fede e della speranza.

 

Una storia di speranza

 

Ci sono due possibili atteggiamenti di fronte alla storia:

- Atteggiamento nostalgico, pessimista

Questo atteggiamento è fortemente segnato dall'istinto biolo­gico che tenta di frenare con tutte le forze l'avanzare inesorabile dalla giovinezza alla vecchiaia e alla morte; ha quindi come ca­rat­teristica la nostalgia del passato e tende a recu­perare il tempo primordiale in cui la natura era uscita incon­taminata, pura dalla mano del Crea­tore; pur­troppo da quella situazione ideale la vita si allontana passo dopo passo perdendone le energie vi­tali, di­lapidan­done lo splendore e la ricchezza nella trama disor­dinata dei giorni. La storia e il futuro non vengono guardati con otti­mismo: l'uomo con la sua attività rovina ed inqui­na; l'ideale è il ritorno al passato, all'età dell'oro, e così alla fine avverrà.

 

- Atteggiamento ottimista, di speranza

Questo secondo atteggiamento è in Israele riflesso culturale di un fatto squisitamente religioso: l'en­trata di Dio nella storia di Abramo con le sue pro­messe ha incominciato a far volgere lo sguardo dell'uomo non più all'indietro, ma in avanti, verso il futuro, verso il tempo in cui queste pro­messe sareb­bero diventate realtà; poiché il meglio e la salvezza stanno ora davanti e non più alle spalle, si guarda al futuro con ot­timismo, con fiducia, con spe­ranza. La storia, trascinata in avanti dalle promesse, viene così ad es­sere per­meata da un dinamismo, ad avere un senso, un traguardo, un telos, che stimola la creatività umana nella co­struzione di un fu­turo migliore.

Il senso del tempo e della settimana è così positi­vo: i giorni che se­guono la festa, momento inizia­le ideale, non sono in perdita e senza signifi­cato, suc­ces­sione di fatti imprevedibili e caotici che invano si tenta di ordinare, per cui non resta che attendere il nuovo giorno festivo per ricupe­rare attra­verso i riti cultuali le energie perdute lungo la settimana; ma sono tempi creativi, di pro­gresso, e conflui­scono con la loro ricchezza nel settimo giorno, il Sa­bato, culmine della settimana (mentre lo shapatu babilo­nese era giorno negati­vo, nefasto).

Se Israele è debitore ai popoli vicini per tanti aspetti della sua cultura (arte, letteratura, politica, filosofia...), nel senso della storia manifesta una originalità che lo distingue.

 

L’ALLEANZA DI DIO CON ABRAMO

In Gn 16 Abramo a 85 anni tenta un'altra via per aver figli: attraverso Agar, la schiava di sua moglie, come permetteva il diritto matrimoniale del tempo; ma il concepimento di Ismaele provoca la gelosia di Sara, e Agar fugge, ma l'Angelo del Signore la invita a tornare, restando sottomessa alla padrona.

Gn 17 è dedicato all'alleanza di Abramo (99 anni) con Dio: Dio rinnova le promesse, cambia il nome ad Abramo, gli chiede la circoncisione come segno dell'alleanza con lui e la sua discendenza. Isacco sarà dunque generato da Abramo circonciso.

 

Abramo l'amico di Dio

Gn 18 è il capitolo dell'amicizia di Dio con Abramo: un autentico cammino di fede porta pian piano il credente ad una grande intimità con Dio; non lo esime tuttavia da difficoltà e oscu­rità, che pro­vano la sua fede e la fanno maturare.

 

Gn 18,1-15: La visita di Dio ad Abramo

Dio, in un'ora "inopportuna", visita misteriosa­men­te ed inaspetta­tamente Abramo, che senza ricono­scerlo, lo riceve con un'ospitalità straordi­nariamen­te generosa, accogliendo così Dio nella propria tenda, alla propria mensa. Dio lo ricam­bia con la promessa precisa della nascita tra un anno dell'erede, susci­tando il riso incredulo di Sara.

 

Il genere letterario.

Racconti di dei che vanno attorno nascostamente, sotto false spo­glie, per provare la disponibilità all'ospitalità dei loro devoti, e che poi, se bene ac­colti, li premiano con favori straordinari,... ce ne sono in tutte le letterature reli­giose: un alone di leggenda certo pervade anche questo rac­conto im­pedendo la precisazione dei particolari stretta­mente storici, che sembrano del resto essere co­scientemente velati da quei pas­saggi im­provvisi e strani dal singolare al plurale nella conversa­zione. I Padri vedranno nei "tre" un'immagine profetica della ss. Trinità (cf. anche l'icona di Rublev).

In ogni caso occorre andare al senso del racconto, e questo è chiaro: talmente Abramo ha avuto fami­liarità con Dio, tanto gli è stato amico, che l'autore sacro ha po­tuto farci vedere Dio addirit­tura a casa sua, alla sua mensa, ospite e commen­sale d'Abramo. E queste cose non sono di tutti i giorni né capitano a tutti! E' per questo che nell'AT Abramo, tra tutti i grandi personaggi, è stato chia­mato

"l'Amico di Dio".

 

Il riso di Sara

La promessa precisa della nascita di Isacco tra un anno dalla mo­glie Sara, di cui quegli scono­sciuti conoscono bene il nome e la si­tuazione, fa intuire l'identità celeste dei visitatori, e in modo speciale di colui che parla e promette! La pro­messa poi viene a superare quanto Abramo aveva escogitato preceden­temente: avere un figlio da Agar, la schiava egizia­na di Sara, che giuridica­mente sarebbe stato come figlio della padrona (cc.16-17; anche que­sto è un costume caratteristi­co di quei tempi!) Ma Ismaele avrà un altro de­stino, non sarà un anello della cate­na che giunge­rà al Messia.

Ora alla promessa precisa Sara ride e si attira una replica se­vera; il suo però non è un riso di rifiuto, di cosciente incredulità: è la reazione istin­tiva della natura di fronte ad una promessa che non ha alcuna possibilità di compiersi, dal punto di vista umano, a causa dell'avanzata età di Sara (qui non si dice della sua sterilità; una va­riante!). Mortificata pro­prio in ciò che è caratte­ristico di una donna: quello di dare al mondo nuove vite, Sara si è rasse­gnata alla sua sterilità: ormai non spera più, non può più attendere figli: or­mai il suo grembo è "avviz­zito"... E Dio con questa promessa fa ri­sorgere la speranza in quel cuore che l'aveva perduta: avrà finalmente un figlio suo, perché nulla è impossibile a Dio (parole che ripeterà l'arcangelo Gabriele a Maria: Lc 1,37); ma per avere il bambino deve prima di tutto crederlo con tutta se stessa, nel suo cuore e nella sua carne, superando le cer­tezze che le pro­vengono dalla cono­scenza che lei ha della sua stes­sa persona, del suo corpo! Così incarnata dev'essere la sua fede! Quando il figlio nascerà, Sara ripenserà al suo riso e nel nome di Isacco (= che Dio sorrida) rimarrà il ri­cordo della visita di Dio e della sua reazione istintiva!

 

"Feconde per grazia"

Inizia con Sara il filone delle donne sterili dive­nute madri per grazia: così Re­becca diventerà madre di Esaù e Giacobbe (Gn 25,21); Rachele di Giu­seppe (29,31) e Beniamino (30,32); così la madre di San­sone (Gdc 13); Anna di Samuele (1 Sam 1-2); Eli­sabetta di Giovanni Battista (Lc 1). Queste mater­nità straordinarie dovevano prepa­rare la maternità unica della vergine fe­conda per opera dello Spirito Santo, madre di un Figlio che è tutto Dono di Dio!

Gn 18,16-33: L'intercessione di Abramo per Sodomia La Bibbia ci fa assistere, come avviene assai rara­mente, ad un "solilo­quio" divino: Dio che parla tra sé e sé; per l'amicizia che si è in­staurata tra loro, Dio si "sente in do­vere" di confidare ad Abramo la tragica situazione di So­doma e il giu­dizio che pende su di essa (16-21); Abramo, da parte sua, mette subito a servizio degli altri la sua amici­zia con Dio: e inizia la celebre interces­sione, una sorta di braccio di ferro con Dio, in tutta umiltà (lui che è solo polvere e cenere), ma anche con astuzia, fami­liarità e au­dacia impres­sionanti. La legge allora era quella della solidarietà: si vi­ve­va insieme, si sof­friva e si go­deva insieme, in fa­miglia, nel clan, nella tribù. La sorte quindi era unica per tutti ed era de­terminata dalla maggio­ranza, nel bene e nel male. Qui però si fa un passo avanti: per Dio un piccolo numero di giusti ha più peso di una stragrande maggioranza di pecca­tori, 10 uomini possono salvare una città, "mettendosela sulle loro spalle". E pro­prio in questo sta la giusti­zia di Dio: per lui il bene pesa di più! E' un Dio che va­lorizza tutto per salvare...Gli amici di Dio hanno quindi un grande potere sul cuore di Dio, possono inter­cedere presso di lui in favore degli altri: la preghiera per il pros­simo è ef­ficace. Non che si faccia cambiar parere a Dio, ma Dio ha bisogno di santi per poter compiere final­mente il suo disegno di sal­vezza: occorre qual­cuno che abbatta le barriere, che fac­cia da tra­mite

la distruzione di Sodoma

 

All'ospitalità di Lot si contrappone la dissolutezza degli abi­tanti che ri­fiutano uno dei doveri più sa­cri nei confronti di quegli ospiti, per i quali Lot è di­sposto per­fino a sacrificare le due figlie (mentalità da non condividere asso­lutamente, ma assai signifi­ca­tiva). Per la sua ospitalità e per ri­guardo ad Abramo (v.29) Lot con la sua fa­miglia viene salvato dai due angeli, mentre sulle città della valle piove zolfo e fuoco dal cielo.

Il messaggio teologico è chiaro: la distruzione di Sodoma e Go­morra è un esem­pio plastico dell'ira escatologica di Dio che castiga e an­nienta il peccato: Dio non tollera il male all'in­finito.

 

Origine di Moab e Ammon

E' un racconto popolare che spiega la vicinanza d'origine e di cultura e insieme le difficoltà di rapporto di Israele con i due odiati po­poli cugini Ammon e Moab ricorrendo ad un racconto sulla loro origine che fa leva, con qualche forzatura, sul nome dei due popoli:

- Moab verrebbe da me 'ab = dal padre,

- Ammon sarebbe da cam = dal (mio) popolo.

Il rapporto incestuoso figlie-padre è raccontato senza alcuna esplicita ri­provazione, tanto la situa­zione è eccezionale (non c'è più nessun altro sulla terra) e la stima dei figli è grande.

Il sacrificio di Abramo

 

Dopo il racconto della nascita di Isacco (Abramo ha 100 anni esatti) e la cac­ciata di Agar e Ismaele "perché giocava (!) con Isacco" (21,10), compare il capitolo più famoso e tremendo della sto­ria di Abramo, la prova suprema. E' il sacrificio della fe­de di Abramo, il credente, che riconosce a Dio il diritto di disporre dei suoi affetti più cari, di es­sere sconcertante ed im­prevedibile, senza che si possa pretendere di chie­derne conto. E' sperare in Dio quando Dio stesso sembra far cadere la spe­ranza: in spem contra spem.

 

La prova suprema.

E' un epi­sodio rimasto sempre vivo nella tradi­zione ebraica che prega an­che ora "per i legami d'Isacco", ritenendo che il sacrifi­cio sia realmente av­venuto. Il Targum lo reinterpreterà, probabilmente al tempo della persecuzione del 167-164, per far parlare Isacco che nella pagina biblica ri­mane quasi del tutto muto, e la tradizione cri­stiana farà lo stesso in ri­ferimento a Cristo e al suo sacrificio.

Dopo 22,10 il Targum aggiunge: "Isacco prese la parola e disse ad Abramo suo padre: “ Padre mio, legami bene, perché io non ti dia dei calci, tali che la tua offerta sia resa invalida”. Gli occhi di Abramo erano fissi sugli occhi di Isacco e gli occhi di Isacco erano rivolti verso gli angeli in alto. Isacco li vedeva, ma Abramo non li vedeva. In quel momento scese una voce che disse: “ Venite e vedete due persone uniche nel mio universo: uno sacrifica e l'altro è sacrificato: quello che sacrifica non esita e quello che è sacrificato offre la gola”

La legatura (aqedàh, in aramaico) che Isacco chiede esprime la sua offerta interiore: non vuole ri­schiare di ferirsi dibattendosi perché, in quel ca­so, non avrebbe più potuto essere una vit­tima da offrire. Nei momenti di angoscia i giudei chiedo­no a Dio di ricordarsi di questa aqedàh e, a causa sua, di perdonare le loro colpe e salvarli."

 

Interpretazioni riduttive.

Nella lettura del brano occorre star attenti, riflet­tendo sulla sua plau­sibilità, a non perdere nulla della sua forza d'urto: ci sono infatti delle inter­pretazioni che svuotano il senso della prova:

- per alcuni il brano vorrebbe solo dire che Dio non accetta e non vuole sacrifici umani: Abramo quindi aveva interpretato erroneamente la voce di Dio!

- altre interpretazioni esaltano la prova in modo distorto: Dio chiede­rebbe ad Abramo, secondo Kierkegaard, il massimo crimine come massimo dovere: l'uccisione del figlio che la coscienza e la legge proibiscono; saremmo di fronte ad un caso di so­spensione del momento etico di fronte ad una richie­sta esplicita di Dio, ma questo è inam­missi­bile;

- per Kolakowski, filosofo marxista, la pagina sa­rebbe un ottimo esempio di quei si­stemi oppres­sivi che pretendono dal singolo qualsiasi obbe­dienza, e la cosa impor­tante è che alla fine il ra­gazzo sia ri­masto vivo!

Il racconto invece vuole presentarci, contestuata in quei tempi, la prova suprema, urtante ed in­com­prensibile, per eccellenza. Nei tempi patriar­cali una prova simile non è affatto strana, ma poteva ben trovare spazio nell'esperienza di Abramo: si era an­cora in quella zona di frontiera tra pratiche pagane e fede rive­lata, in cui po­teva essere plausibile una richiesta di questo genere da parte di Dio.

Struttura della narrazione:

Noi ora pos­siamo ascoltare re­almente questa pagina e confron­tarci con questa espe­rienza solo pren­dendo sul serio tutte e singole le parole del brano che letteraria­mente è curato e, si direbbe, cesellato in modo non comune. La disposizione delle varie scene segue questo schema proposto da J. L. Ska:

 

schema generale

A. Introduzione (1a): narrazione silenziosa.

B. Scena 1 (1b-2): Dio parla.

C. Scena 2 (3): narrazione silenziosa.

D. Scena 3 (4-6): dialogo Abramo-servi.

D'. Scena 4 (7-8): dialogo Abramo-Isacco.

C'. Scena 5 (9-11): narrazione silenziosa.

B'. Scena 6 (12-14.15-18): l'angelo di J. parla.

A'. Epilogo (19): narrazione silenziosa.

 

Lo schema evidenzia l'andamento simmetrico della narrazione, che dona ritmo e suggestione, e sottolinea il dialogo Abramo-Isacco, centro di gravità di tutto il racconto (le due scene centrali D e D'); e il drammatico confronto tra la prospettiva di Abramo e quella di Isacco.

I° schema parziale: vv. 1-15

A (vv. 1-5)

- chiamata divina e ordine di sacrificare il figlio

- pronta obbedienza di Abramo che si prepara a partire

- Abramo vede il luogo del sacrificio e si avvicina

Termini ed espressioni in comune con A'; 4x "e disse"

B (v. 6a-b)

Preparativi remoti di Abramo per il sacrificio;

Termini ed espressioni in comune con B'

C (v. 6c)

Abramo e Isacco verso il luogo del sacrificio;

Frase identica a Ci

X (v. 7-8a)  Dialogo Abramo -Isacco

5x l'espressione "e disse"

C' (v. 8b)

Abramo e Isacco verso il luogo del sacrificio;

Frase identica a C

B' (vv. 9-10)

Preparativi immediati di Ab. per il sacrificio

Termini ed espressioni in comune con B

A' (vv. 11-15)

- chiamata divina e ordine di sacrificare l'ariete

- pronta obbedienza di Abramo  che cattura e sacrifica

- Abramo dà al luogo un nuovo nome

Termini ed espressioni comuni con A;   3x "e disse".

II° schema parziale: vv. 15 - 19

P (15-16a)

Chiamata di Abramo

e giuramento dell'angelo di Jahvè

Q (16b)

L'obbedienza di Abramo

causa della benedizione divina

R (17a)

Benedizione divina e

promessa della discendenza

Y (17b)

Promessa di vittoria

per Abramo e  discendenza

R' (18a)

Benedizione divina di tutte le genti

in Abramo

Q' (18b)

L'obbedienza di Abramo

causa della benedizione divina

P' (v. 19)

Partenza di Abramo verso Bersabea,

"pozzo del giuramento".

Lettura del brano. 

"Dio mise alla prova Abramo".

Fin dall’inizio noi siamo quindi avvertiti: si tratta semplice­mente di una prova, e questo smorza subito la tensione, ma per Abramo era una cosa tremen­damente seria! Che fosse una prova, che Dio non volesse il sacrificio del figlio, lo saprà solo alla fine.

Quello che Dio chiede è il massimo: quanto egli ha di più caro non solo dal punto di vista umano (era il suo unico figlio, tutto il suo futuro), ma an­che dal punto di vi­sta della fede: quel figlio era la concre­tizzazione delle promesse di Dio, la pro­messa fatta carne; guardandolo Abramo poteva dirsi che non aveva creduto invano a Dio, non era uscito per niente dalla sua terra: Dio è proprio fedele.

Tutta la sua vita era stata un rispondere a richie­ste sempre più grandi di Dio, un fidarsi sempre più di lui abbandonando ogni altra sicurezza per pro­ten­dersi senza null'altro verso dove Dio lo chia­mava. Ora Dio gli chiede pro­prio il figlio. E non sem­pli­cemente glielo strappa o toglie me­diante uno dei tanti casi della vita: lui stesso deve portarlo sul monte e immolarlo con le sue stesse mani!

"Abramo si alzò di buon mattino..."

Abramo non parla, obbedisce, senza parlare, e ini­zia quei tre giorni di viaggio in cui il sì ini­zia­le do­vette essere ripetuto passo dopo passo... Il testo però è as­solutamente laconico, essen­ziale: tace sui sen­timenti di Abramo e la­scia che il let­tore provi lui ad entrare nella sua esperienza. Per in­vitare a questa appropriazione personale del brano a più riprese il narratore si sofferma detta­gliatamente su alcuni particolari evocatori e an­goscianti, procedendo co­me al rallenta­tore: la descri­zione della partenza, la sosta, la motiva­zione data ai servi del suo salire il monte con Isacco, e il carico che ciascuno dei due porta: la legna, il fuoco, il col­tello... Si percepisce in que­ste righe l'alta capacità artistica del narratore che con una prosa assolutamente essenziale, con il minimo possibile di loca­lizzazione e di precisa­zioni marginali, riesce a dare un brano di grande forza suggestiva. Lo spavento di fronte all'ordine, la vo­lontà d'obbedire, la tristezza del cammino, la ten­tazione di tor­nare indie­tro, l'angoscia del ra­gazzo, la gioia in­concepibile poi...: tutto è presen­te, an­che se la­sciato sapientemente tra le righe (von Rad).

 

"...dov'è l'agnello per l'olocausto?"

Il silenzio della salita è rotto solo da un dialogo che con la sua monotonia incalzante ac­cresce la tensione; è una do­manda che sfiora inconsapevolmente, ingenua­mente il preci­pizio; l'unica che ci si aspetta sulla bocca di Isacco. La ri­sposta appare a prima vista evasiva: "Dio provve­derà...", dettata dalla volontà di eludere il problema, almeno per qualche tempo ancora; ma non si può escludere che in essa non ci sia nascosta tutta la fede di Abramo (come com­menta Ebr 11,19): egli indica in Dio l'unico che può rispon­dere e s'affida a lui. Di fatto, senza saperlo, dice la cosa più vera che ci sia, dice più di quanto sa: sarà proprio Dio a provvedere la vittima per l'olocausto. E' la chiaroveg­genza oscura della fede che non sbaglia ad affidarsi a Dio.

 

La descrizione del sacrificio.

E' caratteristica del periodo patriarcale, in cui il pa­dre di famiglia funge da sacerdote, erige l'al­tare e sacrifica la vit­tima; e tutto è notato minu­ziosamen­te, con cura.

Solo alla fine, quando Abramo ha già afferrato con la mano il coltello per colpire il figlio, Dio inter­viene: Abramo era disposto a ta­gliare con il suo fu­turo, come all'inizio aveva rotto con il suo pas­sato, affidandosi unicamente a Dio! Fino a questo punto Dio lo ha vo­luto portare in una prova di fede e d'obbedienza che lo rende per sem­pre il Padre dei credenti, l'esempio di quelli che temono Dio, che lo adorano in un atteggia­mento di profonda fede pene­trata d'obbedienza.

La voce dal cielo che arresta l'azione d'Abramo chiamandolo ripetuta­mente indica il punto in cui la narrazione improvvisamente cambia di­re­zione e fa intravvedere il lieto finale. La rea­zione di Abramo però a tutto quanto è avvenuto appare nel nome che egli dà al luogo: "Il Signore provvede": riprende la risposta che egli aveva dato al figlio nel momento più buio, ed esprime la gioia e la lode a Dio per la liberazione da una si­tuazione disperata, e tuttavia vissuta con fede. Il nome che rimane con­giunto a quel posto sarà testimone di quanto è av­venuto: il Signore vede l'angoscia dei suoi e prov­vede a quanti s'affidano a lui con fede; egli non è un moloch divorante, ma è provvidenza e benevo­lenza comunque, an­che se non esenta dalla prova.

La difficoltà superata, dice l'aggiunta dei vv. 15-18, diventa fonte di be­nedizione per sè e per i posteri: quel che Dio gli ha promesso gratuita­mente, ora Abramo se l'è in qualche modo merita­to.

 

Conclusioni.

 

1. Gn 22 è un eccezionale capitolo di teologia nar­rativa, è un fatto che parla da solo; l'intento non è evidentemente solo quello di informare circa le prove di Dio e la sua Provvidenza, ma anche e so­prattutto di proporre un esempio e di stimolare ad imi­tarlo.

2. La prova, da cui non si esce mai come vi si è en­trati (o si è cre­sciuti per il superamento della diffi­coltà o si rimane mortificati per esservi in­ciam­pati e caduti) è consistita in una richie­sta d'obbedienza radicale, nella quale Dio stesso ha portato alla crisi (cf. "Non c'indurre in tenta­zione"), togliendo con un com­portamento appa­rente­mente contraddittorio (ma non è sempre così nelle prove?) quanto aveva prima dato, per por­tare il cre­dente all'abbandono assoluto, totale in lui.

3. Il brano è anche rivelazione della solidarietà di Dio con chi confida in lui: Dio non abbandona chi si abbandona a lui! Non ci sono prove troppo gros­se che non pos­sano essere vissute in questa fede. At­tenti in ogni caso a non giudicare Dio in nome di una propria idea, a non accusarlo: Dio chiede sem­pre prima o poi proprio ciò che tu non ti aspetti!

Isacco, ridonato ad Abramo, è stato ritenuto dalla tradizione ebraica "vivo per grazia": dono alla sua nascita dalla sterile Sara, dono rinnovato ora per la fede di Abramo.

4. Il sacrificio di Abramo, vertice finale dei tanti sacrifici an­tichi fatti alla divi­nità, vero sacrificio del cuore come tante volte intuiranno i Salmisti (Sal 40; 51) e chiede­ranno i profeti, è prefigu­ra­zio­ne e profezia del sacrificio vo­lontario di uno solo per tutti e interroga tutti sul senso di offrire a Dio “in pura perdita” quanto si ha di più prezioso e caro, come segno del dono di sè, della propria libertà, del proprio cuore... "Oggi l'uomo sembra non cono­scere nessuno cui offrire gioiosamente dei sacri­fici" (We­stermann).

5. Paolo in Rom 8,32 riprende in modo nuovo e im­pensabile questo capi­tolo, annunciando che quanto Dio ha risparmiato ad Abramo, non l'ha rispar­miato a se stesso per amor nostro: "Dio non ha risparmiato il suo unico fi­glio, ma lo ha dato per tutti noi"!

 

I capitoli della storia di Abramo sono un vero e proprio itinerario spi­rituale in cui il padre dei cre­denti avanza nella fede giungendo a capi­re sem­pre meglio il disegno che Dio ha su di lui e a viverlo con to­tale de­dizione.

 

Storie di Isacco e di Giacobbe

 

L'eredità di benedizioni e di promesse ricevute da Abramo è trasmessa ai suoi discendenti, come è narrato dalla Genesi in una sequenza di episodi sapientemente col­legati, nei quali dall'oscurità della trama imprevedibile della storia, emerge la fedeltà di Dio alle sue promesse, che l'infedeltà dell'uomo non riesce a bloccare, e la sua li­bertà nel portarle a compimento, oltre i ri­gidi schemi del diritto umano.

 

1. Isacco

 

La regione dove Isacco vive è il deserto del Ne­ghev, attorno a Ber­sabea: qui sono ambientate le tradi­zioni che lo riguardano; ad esse però è rima­sto as­sai poco spazio, strette come sono tra quelle di due colossi, Abramo il padre nella fede e Gia­cobbe il padre del popolo; è rimasto l'essenziale:

- Gn 24: (ancora nelle storie di Abramo) il matri­monio con Rebecca, in un'atmosfera profonda­mente religiosa, semplice e pura;

- Gn 26: Dio gli appare e conferma a lui le bene­di­zioni di Abramo.

 

2. Giacobbe

 

Le tradizioni di Giacobbe sono localizzate nella Transgiordania (Aram e at­torno a Penuel), e nella Palestina centrale attorno alla città di Si­chem e al santuario di Betel.

Giacobbe è una personalità "collettiva", essendo l'epo­nimo in cui si rispec­chia tutto il popolo d'Israele. Dai suoi 12 figli di­scendono le 12 tribù, la cui diversa importanza è spiegata mediante la diver­sità delle madri:

  • - da Lia, la Ia moglie, nascono Simeone, Giuda, Ruben, Levi, Dina, Issacar, Zabu­lon;
  • - da Zilpa, schiava di Lia, nascono Gad e Asher;
  • - da Rachele, la IIa moglie prediletta, vengono Giu­seppe (Efraim e Manasse: Gn 48) e Benia­mino;
  • - da Bilha, schiava di Rachele: Dan e Neftali.

Dal punto di vista storico il sistema delle 12 tribù non ha potuto essere stabilito se non dopo l'instal­lazione di tutte le tribù in Canaan; attra­verso i 12 fi­gli di Giacobbe le tribù sono ricolle­gate alla stirpe patriarcale se­condo l'uso di quel tempo, in cui la genealogia po­teva esprimere un'autentica discendenza di sangue, ma anche le­gittimare una situazione di fatto. I figli di Gia­cobbe fungono da capitribù eponimi; il numero 12 viene poi conser­vato con op­portuni aggiustamenti: Dina sostituita da Beniamino e Levi, diventato tribù sacerdotale, sostituito grazie allo sdoppia­mento di Giuseppe in Efraim e Manasse.

Esaù e Giacobbe

 

La storia di Giacobbe è tutta percorsa dalla rivali­tà con il fratello Esaù per carpirgli i diritti della pri­mogenitura, che non era rigidamente le­gata all'or­dine della nascita, e per ottenere della bene­dizione paterna. Esaù e Giacobbe, nonostante siano fratelli gemelli, sono in lotta sin dal seno materno, destan­do fin d'allora preoccupa­zioni nella madre. Cre­scendo Esaù di­venta il prediletto del padre, mentre Giacobbe gode la simpatia della madre. La ten­sione tra i fratelli ha sullo sfondo l'opposizione tra due generi di vita, quello dei contadini-beduini (Gia­cobbe) e quello dei cac­ciatori (Esaù) che sa­ranno soppiantati dai primi. Tra i due fratelli infatti la spunterà il più scaltro, Gia­cobbe, nonostante sia il più piccolo; egli approfitterà di un momento di debo­lezza del fra­tello affamato per farsi cedere i diritti di primo­genitura; aiutato astuta­mente dalla madre, carpirà poi frau­dolentemente anche la benedizione del pa­dre mo­rente. Così sarà su di lui quella bene­dizione che gli deve assicurare il successo! Ma Dio starà al gioco? La sua benedizione seguirà circo­stanze provocate dall'astuzia e dagli inte­ressi? Quali saranno i criteri della scelta di Dio?

Israele, come si vede, non idealizza i suoi ante­nati: hanno pregi e di­fetti, e tutti i mezzi sono stati buoni in certe occasioni per imporsi!

 

La storia di Giacobbe

- Gn 25,19-28

E’ la nascita dei due terribili ge­melli, presagio del fu­turo; la narrazione  mostra al momento stesso della nascita le caratteri­stiche che accompagneranno i bambini nella vita (la vo­lontà di primeggiare di Giacobbe) o nella discen­denza (Edom = rosso, Seìr = pelo­so);

- Gn 25,29-34 

L'astuto Giacobbe approfitta della fame del fratello per carpirgli i di­ritti della pri­mo­genitura in

cambio di un piatto di lenticchie;

 

- Gn 27

Con l’aiuto della madre Giacobbe carpisce la benedi­zione del padre or­mai quasi cieco e morente. Il racconto gustoso e popolare non copre l'inganno, ma lo racconta tra il serio e il faceto. L'imbroglio però non paga: Giacobbe deve fuggire dall'ira di Esaù (c. 28): tra­scorrerà lontano, in esi­lio, presso lo zio Labano, fra­tello di Rebecca, i suoi anni più belli; lì toccherà a lui d'essere imbrogliato dallo zio, e non in campi di poco conto: nell'amore, perché al momento del matrimonio s'accorgerà d'aver sposato colei che non voleva, e dovrà lavora­re altri sette anni per avere Rachele; e poi negli in­teressi, nei greggi, e qui si difenderà imbrogliando a sua volta; ma ad un certo momento non gli re­sterà altro che fug­gire con le sue due mogli, i figli e tutti i suoi averi! Tornando indietro dovrà incontrarsi di nuovo il fra­tello Esaù che tanto tempo prima lo cer­cava a morte (c. 32s)!

All'inizio e alla fine di questo lungo periodo d'esilio accadono due episodi impor­tanti, due incontri con Dio: uno a Betel, sulla montagna di Giuda, e l'altro a Penuel, in riva allo Jabbok.

- Gn 28,10-22: a Betel

 

  • Betel (oltre i 1000 metri sul livello del mare) era un famoso santuario della religione cananea al­meno dal 2000 a.C.; l'esperienza e il sogno che lì ha Giacobbe lo consacrano come santuario per Israele.

E' la prima esperienza religiosa di Giacobbe, uno strattone verso l'alto di un cammino apparso fino­ra solo orizzontale. Nella fuga, nell'afflizione, lontano da casa, dai genitori e dal gregge, gli si apre improv­visamente ad un mondo su­pe­riore, e il viaggio da fuga diventa viaggio di ini­zia­zione.

Avviene a Betel, luogo apparentemente solo di pie­tre, che invece, ap­pena chiude gli oc­chi, si rivela intensamente popolato di messaggeri celesti, simbo­lo della pre­senza di­vina. Coricato sulla su­perficie della terra egli vede meglio il cielo; dor­mendo scorge ciò che non vedeva da sveglio! Quel luogo gli si ri­vela come una casa di Dio, una dimora ter­restre della divinità, o meglio un’apertura a spazi trascendenti, collegato com’è con il cielo da una scala gigantesca, tran­sitata dagli angeli, e dal vertice della quale il Si­gnore stesso si rivolge a lui per­sonalmente, presen­tandosi come il Dio della famiglia, ripetendogli le promesse, confer­mandolo successore ed erede le­gittimo, dandogli appunta­mento in quel posto al ritorno... A lui imbroglione e fuggiasco Dio assicu­ra la sua pro­tezione!

A testimonianza di quell'incontro rimarranno tre cose:

  • - una stele memoriale, una casa-di-Dio, segno di una presenza;
  • - un nome nuovo, sacro, "Betel", in luogo del nome profano precedente (Luz);
  • - un voto ed un impegno solenne di Giacobbe con Dio.

Questo sogno è il fatto più importante che avvie­ne durante la fuga di Gia­cobbe, tanto che l'odio e le minacce di Esaù sembrano perdere consi­stenza co­me causa del viaggio. Giacobbe fuggiva da suo fra­tello, è vero, ma questa esperienza ci fa capire che in realtà cammi­nava segretamente at­tratto da Dio.

E l'in­contro con Dio segna l'uomo. Dopo questo incontro dobbiamo pensare Giacobbe con una coscienza nuova, con una nuova maturità, rag­giunta in una notte.... Tutto il viaggio rimane segnato da questa esperienza.

 

- Gn 32,23-33: a Penuel.

 

Sulla strada del ritorno il momento decisivo è il passaggio del fiume Jab­bok (il fiume blu), oltre il quale ci si ad­dentra rischiosamente nel territorio controllato dal fratello. Proprio mentre Gia­cobbe tutto solo e di notte (e questo è insolito), si ap­presta al guado, è assalito da un personaggio la cui identità risul­terà chiara solo quando se ne sarà andato. Ha forma e voce umana; richiesto, rifiuta di dare la propria identità, ma benedice. Nel racconto mi­sterioso e la­conico l'autore desidera abbozzare la sintesi della storia di Gia­cobbe con Dio: egli non narra, ma cerca di far intuire e senza spiegarsi troppo; per questo forse il brano ha la forma di una dialogo a tratti interrotto e l'incontro è come una lotta a corpo a corpo.

Non sono assenti tracce di concezioni e narra­zioni più antiche, mito­logiche:

  • demoni che stan­no a guardia di un guado e assalgono i viaggiatori ;
  • lotte notturne di eroi con dei in forma umana;
  • privi­legi strappati e poi pagati a caro prezzo;
  • si aggiunga il nome del luogo Penu ‘el = volto di Dio e quello di Israele, popolarmente tradotto come “lottare con Dio”

Nel brano infatti Dio stesso, assalendolo, provoca l'uomo alla lotta, alla ricerca e allo sforzo tenace; e l'uomo sembra poter lottare ad armi pari con lui! Egli si lascia perfino trattenere da lui che sembra addirittura capace di vincerlo, se non fosse per quel colpo proibito... L'uomo comunque non esce umilia­to dalla lotta, ma benedetto, anche se domato e tra­sformato. L'ultimo quadro presen­ta significati­vamente Giacobbe, che s'avvia ad attra­versare il fiume, zoppicante e insieme glo­rioso, pellegrino benedetto verso la terra pro­mes­sa.

Da quella lotta Giacobbe è dunque stato trasfor­mato: nel c. 27 egli, l'imbroglione, aveva appro­fit­tato per i suoi piani dell'oscurità (cecità) del padre, qui proprio per l'oscurità è stato aggredito; lì aveva al fianco Rebecca, qui ha dovuto sbrigar­sela da solo; non ha potuto far appello alla sua astuzia e alle sue frodi, anzi ha dovuto subire quel colpo proibito che lo ha fiaccato; e solo con fa­tica e sfor­zo riesce ad ottenere la benedizione! E non sarà più quello di prima: lo indica il nome nuovo che quel personaggio misterioso gli ha dato. Da quel mo­mento non sarà più l'imbroglione, è ter­minata l'epoca dei tranelli cui allude dalla na­scita il nome di Giacobbe: incomincia l'epoca di Israele, di "colui che ha lottato con Dio e con gli uomini", il padre di un popolo chiamato a lottare con Dio, a non perdersi mai d'animo anche quan­do Dio sem­bra essergli contro, cosciente che il rapporto con lui può essere non solo di comu­nione facile e goduta, ma anche di lotta aspra, di lunga ed oscura ricerca. Come sarà per Giobbe...

 

La storia di Giuseppe

 

L'ultima parte del libro della Genesi è costituita da una stupenda nar­razione di altissimo livello lette­rario che non manca di affascinare e conqui­stare anche il lettore moderno per gli elementi ben distri­buiti di suspense che tengono desta l'attenzione e costantemente tesa la narra­zione: la storia di Giu­seppe.

Nelle storie dei Patriarchi essa occupa un posto particolare anche per la sua ampiezza: raggiunge i 392 versetti, mentre abitualmente i racconti pa­triar­cali su Abramo si concludono nel giro di un capitolo (20-40 versetti), anche se quelli su Giacobbe tendono a disporsi in cicli (Esaù, Labano); qui non si tratta d'episodi vari accostati e cuciti in qualche modo insieme: è una storia omo­genea, compatta ed organica, con una sua unità interna, con personaggi che vi rimangono implicati dall'inizio alla fine, con un protagoni­sta, figura sempre coerente con se stessa pur in grande varietà di incontri e situazioni.

Al centro della storia che, in quanto opera sapienziale ha come scopo più la formazione morale che l’informazione storica, sta come protago­nista, un giovane educato alla scuola della sapienza, dotato di una persona­lità ben formata e matura, frutto di sa­pienza e di cono­scenza di sè, di di­sciplina e di timor di Dio, che sa essere se stesso in ogni oc­casione, anche la più imprevista, senza mai scen­dere a com­promessi, e insieme sa trarre vantaggio da ogni situazione in cui viene a trovarsi: alla fi­ne anche il successo non gli può mancare.

1. La dimensione storica

Come in tutte le storie patriarcali, la dimensione storica del racconto è difficile da precisare. Al­cuni elementi possono tuttavia essere definiti:

a) Gli abitanti di Sichem, che custodivano gelo­sa­mente il sepolcro di Giu­seppe, raccontavano di un loro lontano concitta­dino che sceso in Egitto aveva fatto fortuna giungendo a sposare perfino la figlia di un sa­cerdote di On e a ricoprire ca­riche di grande importanza nell'am­ministrazione statale egi­ziana.

Forse la vicenda era avvenuta molti secoli prima, tra il 1720-1570, al tempo degli Hyk­sos: in mezzo ad essi c'erano dei semiti che avevano fatto fortuna, come spesso è accaduto lungo la storia oppure i fatti erano accaduti solo qualche generazione prima e per questo erano vivi nella loro memoria.

b) La storia venne ripresa al tempo di Salomone, quando con l'unione delle tribù le varie tradizioni erano diventate patrimonio comune e i notevoli scambi commerciali e culturali con l'Egitto a causa della politica filoegiziana del re (aveva spo­sato ad­dirittura una figlia del Faraone) avevano portato a Gerusalemme una discreta conoscenza dei costumi del Faraone e della sua corte, dei fa­stosi rituali d'in­tronizzazione (cf. 41,41ss), della ricchezza agricola di quel paese, delle tecniche di mummificazione, dell'importanza data ai sogni... c) Alla fine un redattore del Pentateuco inserì la storia, divenuta famosa, tra le narrazioni sui Pa­triarchi e il racconto dell'Esodo, per colmare quello spazio vuoto e fare così ottimamente il raccordo tra le due epoche.

 

2. La critica letteraria

La critica delle fonti, nonostante qualche soste­ni­tore, non sembra essere approdata a risultati apprez­zabili in questa sezione della Genesi: anche se ci sono indizi in certi doppioni, qui è più difficile che altrove di­stinguere le fonti; una volta poi che lo si è fatto, se ne ricavano scarsi frutti. Meglio prendere la duplicazione di motivi ed epi­sodi come una caratteristica del gusto lettera­rio del tempo che ama ritornare con variazioni su momenti suggestivi della narrazione; si trovano così due sogni di Giuseppe, una doppia difesa da parte di due fratelli, due viaggi dei fratelli in Egitto, due compagni in prigione, due volte si trovano i soldi nei sacchi, due sono le udienze...

Questo racconto sapienziale, come molti del suo genere, è costi­tuito da tre momenti fondamentali:

- inizia con una situazione tranquilla di pace: la famiglia di Giacobbe è unita, e i fratelli vanno d'ac­cordo;

- ma su quella famiglia si abbatte una grave crisi: i fratelli non si parlano più, giungono ad odiarsi e a complottare contro Giuseppe per eliminarlo;

- dopo molte sofferenze la crisi viene risolta nella ricostituzione dell'unità della famiglia. E tutti si ri­tro­vano cambiati: provati e maturati da ciò che hanno vissuto.

Ma tutta la vicenda è in continuo movimento: dalla serenità all'afflizione, dall'afflizione alla di­spera­zione, dalla disperazione alla gioia, dal ri­fiuto all'accoglienza, dalla miseria alla ricchezza, dall'odio alla fraternità; in questo senso i viaggi continui tra Egitto e Canaan diventano quasi sim­boli del lungo cammino interiore di trasforma­zione e purificazione, intrecciati come sono con i temi della prova e della provvidenza, della fame e dell'abbondanza, dell'uguaglianza fraterna e della solidarietà.

Altra caratteristica di piccolo romanzo sa­pien­ziale è la frequenza di motivi letterari ti­pico-simbolici comuni a molti popoli, che la rendono immediata­mente vicina e com­prensibile a tutti:

  • il padre vecchio che ha un debole per il figlio più piccolo, provocando scon­tentezza ed invidia tra i fratelli;
  • i fratelli gelosi che si vendicano, facendo dispe­rare il padre;
  • il fratello venduto, calunniato, incarcerato che giunge ad una fortuna inat­tesa;
  • il sogno che pur non avendo alcun spessore reale in­cute paura e di fatto diventa realtà;
  • la seduttrice disprezzata che si vendica e tempo­raneamente canta vittoria;
  • l'innocente calpestato che alla fine trionfa; ecc.

Sono situazioni di tutti i tempi e di tutti i luoghi, sperimentabili da tutti, che coinvolgono quindi immediatamente grazie anche ad uno stile sapien­te e brillante che ha il gu­sto della parola e delle frasi con risonanze molteplici.

 

Note per la lettura

Della storia di Giuseppe si notano qui alcuni aspetti tipici e sapienziali che la rendono viva ai giovani e agli adulti.

37,1ss Giuseppe è giovane: appare fin dall’inizio un po’ separato dai fratelli: mentre loro sono al pascolo, lui è a casa, con il padre; vari elementi incrinano l’unità di quella famiglia: la preferenza del padre per Giuseppe, il figlio minore, che si esprime in regali, i pettegolezzi che questo gli riferisce; i sogni che fa con il loro contenuto che poi spudoratamente narra... Ma per suo padre che stravede per lui sono motivo di riflessione...

37,12ss Giuseppe attraversa tutta la regione montagnosa per raggiungere i fratelli i quali ormai lo odiano a morte! Sembra loro di non poter vivere in pace finché sarà vivo quel sognatore! Il progetto viene attenuato dagli interventi di Ruben e di Giuda: meglio venderlo piuttosto che ucciderlo...; si noti quel pranzo fatto nella più fredda indifferenza accanto al fratello prigioniero nella cisterna ...

Lo stratagemma della tunica insanguinata e la storiella che la accompagna esprimono la qualità dei rapporti che d’ora in poi uniscono quella famiglia:

- i fratelli sono uniti tra loro da un crimine fatto insieme e tenuto da tutti rigorosamente nascosto: è una fraternità di connivenza, non d’amore;

- il loro rapporto col padre è falso: proprio loro lo hanno ferito terribilmente nel suo amore e tuttavia ostentano affetto e di fatto gli vivono accanto; si noti il tono freddo della comunicazione “vedi se è la tunica di tuo figlio...”;

- su tutto si stende la sofferenza del padre.

 

39,1ss Dio non abbandona Giuseppe: il testo lo dice esplicitamente là dove tutto sembra far pensare il contrario; e Giuseppe da parte sua, anche schiavo, rimane coerente con la sua educazione sapienziale: serve con diligenza e fedeltà il padrone, non cede alle lusinghe di sua moglie, anche se questo potrà ritorcersi contro di lui; si noti:

- il linguaggio brutale della padrona (unisciti a me): è il sesso senza amore, senza impegno;

- la motivazione articolata del no di Giuseppe: il sesso non è avulso dall’insieme dei rapporti con gli uomini e con Dio;

- il “premio” all’onestà è la prigione: più di una volta per rimanere nell’onestà bisogna anche avere il coraggio di rischiare personalmente!

 

39,20ss Anche in prigione il Signore non lo abbandona! Giuseppe da parte sua mette a frutto le sue capacità: collabora con il comandante della prigione e viene in aiuto dei suoi compagni di carcere interpretando i loro sogni con una sapienza “superiore”; purtroppo la riconoscenza non è di casa neanche là...

Per fortuna anche il Faraone sogna: due doppi sogni dal contenuto tipicamente egiziano (vacche, spighe): solo Giuseppe riesce ad interpretarli, dimostrando una sapienza superiore a quella dei saggi dell’Egitto!

E questo gli procura finalmente, dopo tante sofferenze, la gloria!

Vedi in 41,41ss:

- l’investitura di Giuseppe a viceré: anello, abiti, collare d’oro, nome nuovo, grido di acclamazione;

- il matrimonio con un personaggio importante (un sacerdote), e la nascita dei due figli.

Ha ora 30 anni: un giovane adulto, ormai all’apice della gloria!

 

42,1ss La narrazione riprende ora, con la carestia, la storia dei fratelli

- sempre funestata dall’insorgere del ricordo del fratello/figlio “che non c’è più” (42,5.21) e del quale si sente la nostalgia;

- dall’affiorare del rimorso per quello che è stato fatto, rimorso che pervade e rattrista anche i momenti di festa: 42,28.35; 43,18.

I sogni (il cui compimento era stato esorcizzato con la vendita di Giuseppe) incominciano inaspettatamente ad avverarsi (42,6; 43,27; 44,14): i fratelli si prostrano davanti a lui.

Il riconoscimento viene ritardato da Giuseppe in funzione di un sapiente piano pedagogico: porre i fratelli nella stessa situazione di quando, per stare in pace, hanno osato vendere un loro fratello, per vedere se sono ancora quelli di una volta o se sono cambiati:

- esige quindi che sia condotto da lui anche il più piccolo, Beniamino;

- fa in modo, con la moltiplicazione delle portate (c. 43) e con lo stratagemma della coppa (c. 44) di staccarlo dagli altri, per provocarli ad esporsi per lui o a fare come in passato hanno fatto per Giuseppe.

 

44,18ss Dalle parole di Giuda che si espone esplicitamente per Beniamino, disposto a rimanere lui come schiavo al suo posto, si capisce come i fratelli sono cambiati: la fraternità ora è autentica, dal momento che sono è disposti a “perder la propria vita” per salvare quella del loro fratello più giovane e non dare ulteriore sofferenza al vecchio padre!

Ora Giuseppe può farsi riconoscere: il suo piano è riuscito, la realtà svelata è diversa, la fraternità è riacquistata.

 

45,1ss Le parole di perdono di Giuseppe scaturiscono da una lettura della propria storia soprattutto nelle sue vicende dolorose: Dio le ha ricuperate per un suo piano di salvezza, all’interno del quale non c’è posto per le recriminazioni, ma piuttosto per il rallegrarsi di quanto è avvenuto per il bene di tutti.

3. Una teologia nuova

 

La storia non si presenta con un racconto edifi­cante e pio né i perso­naggi appaiono come eroi leggen­dari: sono uomini e donne come quelli che incon­triamo noi, nobili e generosi, ma anche egoisti e malvagi. Una storia terra-terra, insom­ma, come lo è pure la teologia, diversa da quella dei rac­conti pre­cedenti.

Si tratta di un nuovo modo di sentire la presenza di Dio nella storia. Non si parla di preghiere o liturgie o atti di culto; non ci sono miracoli o san­tuari: è una storia tutta laica! Così la vedeva l'epoca umani­stico-sapien­ziale di Salomone, epoca d'una moder­nità rivoluzionaria (von Rad), attenta, come mai prima, alla profondità dell'uomo e alla complessità del mondo che lo circonda, alla storia insomma.

E Dio dov’è

Com'è presente nella storia? Dio ne rimane il Si­gnore: egli ha un suo piano sulla storia, ma non lo rivela chiaramente, e quindi non lo impone all'uomo: l'uomo è autonomo, cosciente, libero, pro­tagonista re­sponsabile della sua storia, con i suoi progetti, a volte anche passionali e malvagi. E Dio non lo contrasta apertamente, né compare aperta­mente al suo fianco; egli rimane "dietro le quinte", la sua azione è misteriosa, contempo­ranea a quella dell'uomo, ma trascendente. Tal­volta parla con dei segni (so­gni), ma anche questi sono da leggere e inter­pretare; la sua presenza in­somma non è evi­dente, è da scoprire.

Chi saprà scorgere la presenza nascosta di Dio? L'uomo buono e saggio, come Giuseppe, che ha sofferto ed ha molto meditato sugli avveni­menti ed è stato illuminato da Dio, riesce ad in­travvederla. Ma spesso sol­tanto dopo, come capita appunto a Giuseppe! E' la sorpresa del cre­dente che scorrendo i fatti passati della sua vita, riesce a scoprire la pre­senza misteriosa e prov­vidente di Dio anche in eventi apparentemente del tutto pro­fani....

 

Il fine di Dio

E questa presenza misteriosa di Dio ha uno scopo: ricondurre sempre nuova­mente le vicende umane, spesso imbrogliate dall'odio, verso la gioia della ri­conciliazione e della fraternità. Una fraternità ve­ra, che non è soltanto dato biolo­gico, ma realtà che matura attraverso le prove della vita. Giuseppe e i suoi fratelli rappresentano la famiglia umana e le difficili relazioni tra gli uo­mini; l'invidia, l'odio, la rivalità, la violenza omicida, lo spirito di vendetta sono le insidie mortali che covano in seno alla fa­miglia umana e spesso finiscono per lacerarla. La storia di Giu­seppe indica la possibilità di riprendere il cam­mino mediante il perdono, la riconciliazione, la conversione sincera. La forza di salvezza di Dio può ricuperare tutto, anche gli sbagli, i punti morti, il peccato: Dio sa trarre del bene anche dal male! Pur lasciata alla libera ini­ziativa dell'uomo, la sto­ria non gli sfugge di mano: "tutto concorre al bene di coloro che amano Dio" (Rom 8,28).

 

All'inizio della Genesi c'è una triste storia di fra­telli dove domina l'odio e la violenza: Caino e Abele, al termine del libro c'è ancora una storia di fra­telli in cui però risplende la potenza del per­dono e della riconciliazione.

 

 

 

 

Chagall era stato in Israele per poter contemplare quella terra che era un po’la sua radice anche se in realtà egli conosceva un altro mondo, quello che egli aveva amato profondamente: il mondo di Vitebsk, il mondo della Russia, il mondo dello stet, del villaggio ebraico in cui tutto è sempre poesia, in cui la preghiera come egli immaginava, perfora  i tetti,  esce e sale verso il cielo. Dopo il suo viaggio in Israele disse una cosa molto bella:”io sono venuto in Israele per vedere questa terra che era un po’ la mia radice; però dopo sono tornato a dipingere a Parigi perché la Bibbia non può che vivere là, dove c’è l’atmosfera di oggi, dove c’è il mondo continuamente vivo”. Il nostro lavoro non deve essere un corso d’archeologia, un corso di letteratura ebraica, deve essere sempre la scoperta di una pagina della Bibbia letta a Milano, letta a Parigi, (letta a Chiesanuova) nella pienezza dei doni, delle miserie e delle gioie degli uomini.