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Diario di bordo di un viaggio in Polonia.

Sulle orme di Giovanni Paolo II.

25 luglio 2009. La partenza.
Oggi è stato il grande giorno della partenza. Destinazione: Polonia.

La motivazione principale che mi ha spinto a prendere parte a questo campo è stata l’idea di visitare Auschwitz; sentivo nascere in me l’esigenza di visitare quei luoghi, di vedere i posti che hanno visto consumarsi una delle più grandi tragedie della nostra epoca, nel momento in cui il Male ha toccato il suo apice.

La seconda motivazione è stata il tema del campo: Sulle orme di Giovanni Paolo II.

Un sentimento particolare mi lega alla figura di quest’uomo, di questo Papa che ha saputo donare totalmente la sua vita e il suo essere a Dio, facendo della sofferenza non una vergogna, ma il suo stendardo, la sua visibile e dolorosa croce.

Ed è così, che alle 6 della mattina, un gruppo di giovani appartenenti a diverse parrocchie del vicariato, è partito in autobus per raggiungere la Polonia.

Il viaggio è stato terribilmente lungo; 15 ore di autobus, rese meno pesanti dalla bellezza del paesaggio e dalla compagnia.

Ho apprezzato invece ad occhi sgranati e colmi di meraviglia, il susseguirsi dei campi verdi e dorati della Repubblica Ceca, con le sue pale dell’energia eolica, bianche e rosse, simili ad enormi girandole, spinte dal soffio di un enorme bambino invisibile.

La bellezza semplice e quasi selvaggia, primitiva di quel paesaggio mi ha fatto pensare all’Ucraina sconosciuta e sorprendenti di Ogni cosa è illuminata; film che tra l’altro ha a che fare con la persecuzione nazista. Forse ogni cosa è illuminata davvero.

Il passaggio dalla Repubblica Ceca invece, è stato segnato soltanto da funeste nubi nere che si stagliavano su di noi, lasciando cadere sui finestrini dell’autobus qualche goccia di pioggia.

Condizionata forse dalla consapevolezza di ciò che avremmo visto da lì a pochi giorni, quelle gocce sui vetri mi sono sembrate un presagio delle lacrime che avremmo versato, del dolore che avremmo sentito attanagliarci il petto.

Ma all’entrata del nuovo paese, nonché della nostra meta, un arcobaleno si dipingeva nel cielo, sopra di noi.

Ovviamente non ho potuto non interpretare anche quello come un presagio di tutta la Bellezza che questo viaggio ci avrebbe regalato in seguito. E non mi sbagliavo.

La Polonia ha una strana atmosfera, se la si guarda superficialmente, se vi si passa attraverso senza soffermarsi nei suoi più remoti angoli; sembra che il tempo si sia fermato tra gli anni Trenta e Quaranta del Novecento.

Campi verdi e sconfinati erano la vista che ci offriva il finestrino; campagne irte di alberi scuri e possenti, vigili sentinelle del tempo.

Pian piano ci addentravamo oltre il confine, verso Cracovia, ma deviando verso Oswiecim, maggiormente nota con un nome che suona come l’Inferno, come l’Abisso di Dolore: Auschwitz.

Lì avremmo alloggiato per una settimana, in quella cittadina segnata da un passato tanto terribile, che ogni cosa in essa, ha addosso il manto pesante e cupo della tragedia.

Prima di raggiungere il Collegio Salesiano che ci avrebbe ospitati, abbiamo notato accanto a noi imponenti edifici di mattoni rossi; è calato il silenzio, insieme al gelo su di noi. Passavamo accanto ad Auschwitz I, e la gioia dell’arrivo e il sollievo, sono svaniti in men che non si dica.

Giungemmo finalmente a destinazione, ancora ammutoliti e pensierosi; persino il collegio ci appariva simile ad uno di quei casermoni che tante volte avevamo intravisto nei film e che poco prima avevamo visto profilarsi lungo la strada, eccezion fatta per il tetto, di quel colore azzurrino verdognolo che catturò subito lo sguardo, stagliandosi sul cielo plumbeo. Una volta disposti nelle camere, abbiamo cenato e poi siamo usciti per visitare la cittadina che ci ospitava: la cittadina di Oswiecim possedeva una sua strana bellezza, anche se passeggiarvi provocava un certo senso d’inquietudine; tutto nel paese, dalle strade alle strutture degli edifici, ricordava le immagini viste nei film e nei documentari dedicati all’Olocausto.

Il tempo sembrava essersi fermato nel suo istante più lungo e tragico, colmo d’orrore.

Tornammo ben presto al collegio, dopo aver scartato tutti i (pochi) locali a disposizione e ci recammo presto a letto, io col pensiero rivolto al giorno dopo, in cui sarebbe stata la volta della visita alla casa natale di Karol Woytila. Lì, forse, si sarebbe respirata quell’aria di santità e di serenità che al collegio era forse assorbita dall’inquietudine.

 

26 luglio 2009. Wadowice.

Oggi siamo stati a Wadowicw; l’autista dell’autobus ci ha lasciati poco distanti dalla piazza della cittadina che diede i natali a Giovanni Paolo II, al secolo Karol Woytila; uno dei personaggi che a mio parere ha maggiormente segnato la Storia dei nostri tempi, e non soltanto della Chiesa.

Abbiamo camminato un poco e abbiamo raggiunto la piazza; nell’attraversare le vie tappezzate di piccoli negozi, siamo rimasti colpiti dalla la loro sobrietà e in un certo qual modo, per la loro povertà.

Forse non c’era proprio nulla di povero; non c’erano certo le grandi marche che si trovano nei nostri paesi, non c’erano i grandi negozi su più piani per soddisfare bisogni, esigenze e desideri di fasce diverse di età e fascia sociale.

Erano dei negozi piuttosto piccoli, ma ben stipati di merce; che fossero negozi di abbigliamento o di elettrodomestici, le vetrine mettevano in mostra tutto quello che avevano per accattivare un modesto cliente.

Forse, più che povertà, si trattava di quella semplicità dei paesi attorno cui il consumismo sfrenato, emblema assoluto del nostro tempo, ancora non aveva avvolto i suoi tentacoli. Di quella semplicità della gente a cui forse non importava di avere addosso chissà quali firme, ma semplicemente dei vestiti che piacessero loro, senza grande interesse per il fatto se questi capi fossero di moda, suscitando le invidie tutt’attorno.

La semplicità che manca attorno a noi, ad esempio.

Al termine del lungo viale costellato di piccoli negozi, si apriva, sulla sinistra, la piazza di Wadowice, con i suoi grandi edifici simili a quelli di Oswiecim e la chiesa, dove Karol Woytila probabilmente ebbe il suo primo incontro con Dio.

La cittadina appariva un poco più ridente di Oswiecim, forse perché più popolata e soprattutto più visitata dai turisti.

Abbiamo osservato da fuori la chiesa bianca, con quella sorta di cupola che personalmente mi ricordava una cipolla, per quanto blasfemo o fuori luogo potesse sembrare il paragone.

Di fronte alla chiesa, oltre la strada che vi passava davanti, si trovava una graziosa fontana; niente di particolarmente elaborato, ma l’insieme, incorniciato dalle fronde degli alberi, appariva gradevole.

Ci portammo subito verso la casa natale di Giovanni Paolo II, che si trovava esattamente dietro la chiesa; è bastato percorrere una stradina, tappezzata di pannelli con immagini e frasi che hanno segnato la vita del Papa. Ho trovato molto ad effetto le grandi riproduzioni di alcune fotografie di Woytila dall’infanzia fino all’età pressappoco adulta, non so per quale ragione; forse era semplicemente quella sorta di strana sensazione che mi trasmettono sempre le vecchie foto in bianco e nero, ho sempre avuto l’inevitabile sensazione di sbirciare, non autorizzata, nella vita passata di qualcuno che non c’è più.

Dopo pochi metri, comunque, abbiamo svoltato a destra, ed ecco che in uno spazio striminzito si apriva l’entrata della piccola casa.

Era davvero una casa modesta, la quale aveva subito alcune modifiche strutturali per poter essere adibita a museo.

Nella prima, piccola stanza una serie di bacheche correva lungo i muri, mostrando alcune lettere autografe di Giovanni Paolo II, alcuni santini e carte di vario genere.

Nonostante il divieto, ben visibile all’entrata, non potei resistere all’idea di fotografare soprattutto quei manoscritti; trovo che i manoscritti e i libri appartenuti a qualcuno, siano la parte attraverso la quale questo qualcuno, dimostra ai posteri la parte più intima e veritiera di sé.

Dopotutto una lettera, o un libro con degli appunti o delle sottolineature, non è come un vestito indossato, un paio di sci o un letto; in uno scritto un uomo, un qualsiasi uomo, non lascia dei semplici segni sulla carta, ma testimonianza di sé, presenza viva che rimarrà visibile e percepibile agli altri fino a che quell’apparentemente misero pezzo di carta verrà conservato.

Sebbene la casa fosse piuttosto piccola, era ben stipata di tutti gli oggetti possibili che potesse contenere per commemorare l’uomo che lì era nato al fine di donarsi al mondo, all’umanità tutta e a Dio.

Oltre alla culla dove Woytila dormiva i suoi sonni di bambino, oltre agli sci che simboleggiavano la sua grande passione per la vita nella natura, oltre a immagini e francobolli a lui dedicati, sono state due le cose mi hanno colpito: una foto in bianco e nero, che spiccava tra le altre, in cui egli pregava, e i suoi strumenti di scrittore, con il quale forse ha scritto quella grande quantità di opere letterarie che esulavano dal suo episcopato prima e dal papato poi.

Mi soffermata un po’ di più a contemplare la fotografia; trovavo che esprimesse pienamente quello che Giovanni Paolo II rappresentava per me.

Un grande spirito meditativo, un uomo che aveva raggiunto Dio sospinto dalla sua sensibilità di artista, che mai, mai lo aveva abbandonato nel corso della sua vita.

Un uomo grande, che il Signore aveva colmato di qualità e ricchezze interiori, tanto che una persona comune avrebbe potuto perdere la testa e probabilmente, seguire con successo una qualsiasi strada che non fosse quella religiosa.

Ma grande era anche l’amore in lui, per Dio e per l’umanità, al punto che nella sua grandezza, sapeva rendersi il più umile tra tutti gli uomini, un’anima limpida e pura, al di sopra di ogni umana immaginazione.

Chi mai avrebbe potuto perdonare e amare la mano che gli aveva puntato contro una pistola, quasi riuscendo nell’intento di ucciderlo? Chi mai, se non qualcuno di straordinariamente buono, qualcuno che aveva le caratteristiche dei grandi Santi dei secoli andati?

 

27 luglio 2009. Auschwitz.

Quello di oggi è stato forse il giorno più impegnativo di tutto il campo;  abbiamo visitato i campi di concentramento di Auschwitz e Auschwitz - Birkenau, noti come Auschwitz I e Auschwitz II.

Auschwitz I era il campo adibito più che altro alla prigionia, soprattutto di prigionieri politici polacchi. Il sistema di edifici era suddiviso in blocchi numerati, ed ogni blocco svolgeva una diversa funzione. I blocchi 4, 5, 6, e 7 ora sono adibiti a museo e contengono le testimonianze di quanto accadeva in entrambi i campi di concentramento. Ciò che impressiona di più, sono sicuramente l’urna che contiene le ceneri raccolte nell’area del campo a ricordo di chi vi ha perso la vita e gli ingrandimenti delle foto; alcune mostrano i prigionieri poco prima di salire sul treno, a volte ignari di quello che sta per succedere loro, altre ci mostrano in maniera cruda le condizioni dei deportati all’interno del campo. Tra queste, che testimoniano davvero la disumanità in cui essi erano costretti dai tedeschi, quelle che feriscono maggiormente gli occhi e il cuore, sono quelle dei bambini, denutriti, o peggio ancora, vittime degli esperimenti scientifici che spesso conducevano alla menomazione permanente, se non alla morte. Ma sono terribilmente impressionanti anche le file di fotografie dei detenuti nel momento in cui venivano schedati, schedati per venire cancellati, ognuno con la paura dipinta nel volto; file e file di fotografie di persone che di lì  a pochi mesi sarebbero morte, forse per la malnutrizione, forse in una camera a gas, per essere poi liberati da quelle miserevoli condizioni librandosi in cielo in forma di cenere.

Per finire, per ricordare che quelle persone nelle fotografie erano persone reali, ecco le teche che contengono i loro effetti personali; le valigie che avevano preparato, credendo di trasferirsi semplicemente in un altro posto dove continuare a vivere tutto sommato normalmente, gli occhiali, le spazzole, le scarpe e gli abiti, gli oggetti di uso quotidiano e infine, i loro capelli, poiché l’atto di tagliarli, era ciò che toglieva loro definitivamente un’identità, rendendoli tutti uguali, una massa di numeri da sfruttare bestialmente per i pochi mesi di vita che rimanevano loro.

Dopo i blocchi-museo, abbiamo visitato il blocco 11, conosciuto anche come “Blocco della Morte”; lì venivano detenuti e torturati i prigionieri che poi sarebbero stati fucilati lungo il Muro della Morte, nel cortile recintato tra i blocchi 10 e 11. Lungo il muro ora, invece di cadaveri, qualcuno posa un mazzo di fiori e una candela, in ricordo di chi è stato ucciso. All’interno di quell’edificio si possono vedere le stanze degli ufficiali delle SS e dei kapò, scelti tra i prigionieri più spregiudicati (o disperati), disposti a uccidere e torturare altri uomini pur di salvarsi.

A poca distanza dai blocchi appena visitati (il campo di Auschwitz I non è esteso come Auschwitz II), c’è l’edificio che ha ospitato Rudolf Hoess, comandante del campo e a pochi metri da quello, c’è una camera a gas e il crematorio I, che sono stati utilizzati fino al 1943.

Se la visita di Auschwitz I è stata a dir poco angosciante, quella ad Auschwitz – Birkenau lo è stata ancor di più.

E’ impossibile dire quanto sia stato impressionante vedere quella distesa sterminata di verde pallido e di baracche, molte semidistrutte, altre invece ancora in piedi. Dopo essere passati per il piazzale dove venivano fatti gli appelli, terribili preludi alle fucilazioni. Siamo entrati in una delle baracche ancora in piedi; l’atmosfera in quegli edifici stretti e bui è terribile e sembra ancora respirare l’aria pesante, impregnata di sudore e paura, che aleggiava quando essi erano stipati di persone in condizioni disumane. I muri sono ricoperti di scritte, incise con qualche sasso appuntito, o forse, con le unghie per la disperazione.

Ci aggiriamo tra le baracche e le stradine tracciate, storditi dall’orrore, al pensiero di star calpestando un suolo che abbiamo visto farsi scenario di immagini tanto disumane da poter essere a fatica concepite come realmente accadute. Camminando, arriviamo fino al limite opposto del campo, dove si trovano i resti delle camere a gas, andate distrutte dai tedeschi nel tentativo di nascondere i loro crimini. Non rimane molto, si possono solo intuire le forme degli edifici, i cui resti sono protetti da recinzioni che quasi ne impediscono la vista. Subito dopo, incontriamo il Monumento Internazionale di Auschwitz, costituito da una scultura cubica centrale, affiancata da targhe commemorative in lingue diverse, per ogni nazionalità che è stata coinvolta come vittima dell’Olocausto.

Nel pomeriggio invece, abbiamo visitato una mostra di un pittore polacco, Marian Kolodziej, deportato numero 432 ad Auschwitz, il quale è riuscito a sopravvivere sino alla fine della guerra alla prigionia, pur dopo svariati trasferimenti da un campo di concentramento all’altro. I suoi quadri, dipinti dopo anni di silenzio, rivelano gli orrori delle condizioni dei deportati, ma anche gli spiragli di luce tra le tenebre: in alcuni quadri infatti, compare Padre Massimiliano Maria Kolbe, figura emblematica di come l’Amore e la speranza possano sopravvivere anche all’Inferno sulla Terra.

 

28 luglio. Il Santuario di Chestokowa e Kalwaria Zebrzydowska.

Il Santuario di Chestokowa è una delle più importanti mete europee di pellegrinaggio per la cristianità. Tanta fama è dovuta alla presenza della Madonna Nera, icona alla quale molti si rivolgono per chiedere grazie o affidare preghiere.

E’ impressionante vedere il numero di ex-voto affissi alle pareti dell’enorme chiesa; in particolare ve n’è una completamente rivestita di stampelle e grucce.

All’interno la chiesa è gremita di pellegrini; alcuni pregano in silenzio, altri percorrono il perimetro dell’edificio sulle ginocchia.

Dopo aver fatto il giro del santuario, giungiamo all’altare della Madonna Nera, per ora coperta. Accanto all’icona, che è di una bellezza indescrivibile, colpisce il mio sguardo una teca che contiene un lembo di stoffa insanguinato: appartiene a Giovanni Paolo II e risale all’attentato nei suoi confronti. Il Papa aveva deciso di donare il brandello di stoffa insanguinata come ex-voto, in segno di ringraziamento e devozione alla Vergine Maria per essere stato salvato dalla morte in maniera quasi miracolosa.

La Messa presso l’altare dell’icona è di grande impatto emotivo: la copertura posta sopra la Madonna Nera si solleva tra gli squilli di tromba ed ecco che quegli occhi benigni e materni stanno posati amorevolmente su di noi per tutta la durata della celebrazione, indimenticabile per tutti noi.

Al pomeriggio è stata la volta di un altro santuario, quello di Kalwaria Zebrzydowska, altro santuario mariano molto caro a Giovanni Paolo II; egli veniva a pregare qui molto spesso, in molte fasi della sua vita, poiché in questo luogo sembrava essere capace di coltivare un rapporto speciale, quasi di dialogo diretto con Maria, mentre percorreva i suoi sentieri.

Il santuario è famoso anche per le stazioni e le cappelle della Via Crucis, disseminate per la boscaglia che circonda la chiesa. La bellezza del luogo infatti sta anche nel paesaggio per l’appunto, oltre il bosco ed oltre le colline, si scorge la rigogliosa campagna polacca che incorona i dintorni di verde e giallo dorato.

 

29 luglio. Miniere di Wiliwzka e Santuario della Divina Misericordia.